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Racconto onirico (Secondo quadro)

Edmund Dulac (1882-1953)
Metamorfosi…

La febbre era scesa, ma mi sentivo tutto in subbuglio e in testa avevo un dolore opprimente. Mi trascinai per prepararmi un caffè. Vidi apparire mio fratello sui gradini della cucina. Gli chiesi se avesse sentito rumori o voci. Niente. Aveva dormito come un sasso.
«Vivo stati di allucinazione!». Raccontai dell’incontro con la bambina e la donna, delle voci della notte.
«Saranno stati gli effetti della febbre». Mi disse.
«Forse! Ma le immagini, le voci, i rumori sembravano reali! È come se stessi comunicando con un altro mondo!».
«Cosa vuoi dire?».
«Mi giungono frammenti di un’altra realtà. Ieri sera ho visto un’ombra di donna dietro i vetri. Quella figura cercava qualcuno… forse cercava me».
«Perché ti cercava?».
«Non lo so! Ma tra lei, la bambina, la vecchietta, il procuratore, l’uomo dalla voce tagliente c’è un legame invisibile».
«Vedrai, non appena la febbre cesserà, anche queste alterazioni scompariranno!».
«Mi dispiacerebbe, perché sento di essere in contatto con un’altra realtà, sto comunicando con qualcosa di diverso».
«E se si trattasse di un incubo?».
«Allora mi sveglierei».
«Non capisco».

Sentivo da lontano un suono di fisarmonica. La febbre cominciava a risalire. Entrammo in un antro di cantina. Si sollevarono grida di saluti. Mi trovai seduto di fronte a zio Giovanni. Aveva gli occhi lucidi e brilli. Una comitiva mangiava e beveva. Avevano allestito una lunga tavolata di legno. Tre ragazzi con in mano un bicchiere accompagnavano cantando il musicista.
Ci sedemmo di fronte a zio Giovanni e bevvi un primo bicchiere di vino.
Posai il bicchiere vuoto sul tavolaccio.
«Vuoi che te lo riempio io?». Disse zio Giovanni.
Qualcosa m’aveva disgustato nelle parole, nel tono, nel movimento delle labbra e degli occhi, nel modo di gesticolare.
Lo guardai torvamente e gli dissi con un sorriso di sfida: «Ti piacerebbe? Eh?!».
Lui si girò dalla parte di mio fratello e fece finta di non dare peso alle mie parole.
«Ti curi ancora della Cappella di Santa Maria?». Gli domandò mio fratello.
«Ah! Dovresti vedere come l’ho sistemata bene». Diceva il vecchio: «Ora è sempre ben pulita. C’ho sistemato pure i fiori ». Parlava di quella Cappella con grande orgoglio
«Lo sai», disse mio fratello, «che zio Giovanni da giovane voleva fare il sacrestano?».
«E sì!», sospirò il vecchio, «quando ero ragazzo mi piaceva servire la messa e suonare le campane. Riempiti il bicchiere, questo è un vino ottimo, hai visto come scende giù?».
Ogni volta che faceva riferimento al vino avvertivo lo stesso senso di disgusto.
«Dai, dai che ti verso altro vino!».
Dopo questo ennesimo invito notavo il suo sguardo farsi più cupido.
Poggiai il palmo della mano sull’orlo: «No, berrò più tardi».
«Racconta come t’è nata questa vocazione del sacrestano». Dissi mio fratello.
«Mi piaceva accendere tutte le candele della chiesa…».
Buttò giù un altro sorso di vino e il suo sguardo si fece più trasognato: «… fu durante la guerra… una notte di bombardamenti… la gente scappava… correva… scappava, avevo tanta paura… io ero rimasto chiuso nella sacrestia… ero rimasto chiuso con tre mandate».
«Cosa facevi in sacrestia a quell’ora di notte? Avevi una quindicina d’anni…».
«Ma sei proprio un impiccione! Vuoi un altro bicchiere di vino?». Disse il vecchio schermendosi.
«Allora, zio Giovanni, perché non racconti come mai sei rimasto chiuso nella sacrestia?». Domandai.
«Ma chi si ricorda più. Sono passati tanti di quegli anni!».
«Davvero? Perché ti ricordi delle tre mandate? Chi ti chiuse in sacrestia?».
Il vecchio era spaventato. Aveva capito ch’io avevo capito una verità che non dovevo capire. Lo guardai arcignamente negli occhi. Rimanevo avvolto nel mio cappotto nero. Si versò dell’altro vino con le mani tremanti.
Alzò lo sguardo su di me e mi domandò: «Chi sei veramente?».
Lo fissai, sentivo le sue parole risuonarmi nella testa. Poi sentii la mia voce che diceva: «Non importa chi sia io,importa chi sei tu».
Sbiancò.
Uscimmo. Sentivo tremiti freschi nell’aria e la febbre salire ancora.
Arrivammo sotto la chiesetta, mi chiese: «Perché ti sei comportato in quel modo?».
«Non lo so. So solo che avverto in me una sorta di metamorfosi…».
«Cosa volevi dire con quelle parole che tanto l’hanno spaventato?».
«Ho avuto l’impressione che il vecchio voleva confessarsi, giustificarsi di qualcosa di cui non ha colpa, consegnarmi il segreto della sua vita prima di morire».
«Ma non ti ha confessato nessun segreto!».
«M’ha rivelato tutta la sua esistenza, perché ha capito che io ho capito tutto, il suo passato e il suo presente, il suo vizio che col tempo ha voluto convertire in virtù, facendosi uomo devoto. Mi chiedeva anche l’assoluzione».
«Sono tue fantasie!».
«Può darsi! Ma io mi limito a raccogliere i pezzi che trovo…».

Visioni aromatiche…
Spensi la luce. Sentivo il verso monotono di un uccello notturno. Un presagio di morte. La febbre non era alta, ma non riuscivo lo stesso a prendere sonno. Ero abbastanza lucido e tutto sembrava tranquillo. Il mio organismo stava tornando normale. Niente più visioni, niente più stati di alterazione. Indugiavo in questi pensieri, quando cominciai a sentire nella stanza aromi di cucina Chi poteva a quell’ora di notte cucinare? Gli aromi si facevano più intensi. Odori di arrosto. Carne che bruciava sulla brace!
Altri se ne aggiunsero, sempre più intensi. La stanza inondata di sapori. Ero capitato – bendato e sordo – in mezzo a un banchetto. Ma non percepivo altro, né voci né rumori.
M’abbandonai a quella corrente odorosa, mi lasciai trasportare da quelle nuove sensazioni. Percepii un odore di carta ammuffita e di cera che bruciava, e l’odore d’arrosto si fece più intenso. Qualcuno leggeva soltanto, altri banchettavano o cucinavano.
Non sentivo nessun suono. L’unico senso attivo era l’olfatto. Cominciai a sentire una fragranza seducente, come se il viso di una donna si fosse accostato al mio. Più questa fragranza aumentava di intensità più il cuore batteva. Avvertii le mie labbra inumidirsi come se qualcuno mi avesse dato un bacio. Un bacio voluttuoso. Il mio cuore cominciò a pulsare più forte e avevo la sensazione di essere atterrito, ma allo stesso tempo preso da un’emozione indicibile.
Un bacio furtivo tra due amanti che hanno paura di essere sorpresi, ma che non sanno resistere alla tentazione di avere un contatto carnale. Nella testa si formò questo pensiero, e tutte le sensazioni di cui sino a quel momento avevo goduto in un soffio scomparvero.
La stanza ripiombò nella sua consueta quiete. Di nuovo riprese il canto dell’uccello notturno. E caddi in un sonno profondo e senza tempo…

continua...

Pubblicato il 16/11/2011 alle 11.47 nella rubrica Racconti e altro.

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