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Accademico di nessuna Accademia
SOCIETA'
27 gennaio 2012
Olocausto, Levi, Arendt, memoria, vittime, carnefici

Ho sentito una volta parlare di un’insegnante che “amava” portare i suoi studenti a tutti gli eventi dove si commemorasse la Shoah: convegni, incontri, presentazione di libri. Non c’era appuntamento al quale lei e la sua scolaresca non mancassero. Era un periodo in cui mi stavo occupando proprio del tema della memoria. Leggevo Aleida Assmann, Elena Agazzi, Enzo Traverso, Régine Robin.
Sapere che una professoressa “obbligasse” i suoi studenti “a ricordare” le violenze dei nazisti non mi sembrò una buona idea. Proprio Traverso aveva parlato del rischio di trasformare la memoria, fortemente amplificata dai media, in una “ossessione commemorativa”, e i “luoghi della memoria” in una vera e propria “topolatria”: «Così prende forma il “turismo della memoria”, con la trasformazione dei siti storici in musei e mète per visite organizzate, dotati di adeguate strutture d’accoglienza (hotel, ristoranti, negozi di souvenir, ecc.) e promossi presso il pubblico con strategie pubblicitarie mirate» (Traverso).
Cosicché, anche l’atteggiamento compulsivo di quella insegnante mi sembrò dettato da quella “ossessione della memoria”. Intuivo che in quello atteggiamento c’era qualcosa che non mi tornava, ma non riuscivo a individuare cosa di preciso non andava. D’altro canto, mi rendevo conto (e tuttora mi rendo conto) di quanto, sfiorare alcuni temi, si corra il rischio di essere decisamente fraintesi. Al fine di evitare qualsiasi tipo di malinteso dirò che le due letture che più hanno contato nella mia interpretazione del genocidio nazista sono state La banalità del male di Hannah Arendt e Se questo è un uomo di Primo Levi. Questi due testi hanno contribuito fortemente a cambiare la mia prospettiva sul significato di questo crimine orrendo: i due autori, da angolazioni diverse, “costringono” il lettore non più a rivolgere la loro attenzione alle vittime, ma ai carnefici.
La testimonianza di Levi e il resoconto di Arendt al processo Eichmann mi hanno fatto comprendere come è stata possibile mettere in atto lo sterminio. Ciò ha rappresentato per me un vero e proprio capovolgimento sull’uso che si può fare della memoria. In pratica, concentrando l’attenzione sulle vittime e sulle loro indicibili sofferenze, alla fine ci si “dimentica” dei carnefici. Preciso meglio il mio pensiero: focalizzando tutta l’attenzione sul risultato, ossia sullo sterminio, ci si dimentica dei processi persecutori che hanno reso possibile quel risultato. I revisionismi storici, quelli che hanno infine tentato di mettere sullo stesso piano vittime e carnefici, trovano in questa operazione di oblio/ricordo il loro fondamento. In fondo, dicono questi revisionisti, siamo tutti vittime della storia. Già, la “storia”! come se la Storia fosse la personificazione di un’entità malefica che agisce a nostra insaputa e sulle nostre teste, facendole rotolare di volta in volta sul tappeto insanguinato del tempo!

L’Olocausto viene posto in un luogo “sacro”, inaccessibile alla mente di chi vuole comprendere, in quanto la sua straordinaria follia rimane qualcosa che lo storico non potrò giammai categorizzare. Ponendo tutto ciò che appartiene alla storia dell’Olocausto in una sorta di reliquario, viene in questo modo come “staccato”, “scisso” dalla nostra storia presente. Per cui quando vengono commessi nuovi stermini, nuovi genocidi sulla terra, giammai possono essere comparati all’Olocausto, per non incorrere nel peccato di blasfemia.
La scissione dunque ha la funzione di assolverci per quanto è accaduto. L’insegnante che porta i suoi studenti nei luoghi sacri dell’Olocausto è come se dicesse a se stessa e agli altri: tutto ciò che è accaduto non mi appartiene come essere umano, non vi appartiene come umanità; in ciò che è accaduto non v’è nulla di umano, tutto è disumano. È l’effettiva presa di distanza da un evento che si vuole definire per antonomasia folle. Appartiene alla follia umana. Salvo poi scoprire, come Arendt e Levi hanno insegnato, che i carnefici che commettevano quegli atti disumani erano persone del tutto “normali” (“banali”, li definisce Arendt), “buoni padri” di famiglia, persone, che, quando tornavano a casa dopo aver eliminato mille o duemila “unità” (perché le vittime erano considerate come pezzi di una grande officina), giocavano con i loro bambini, o leggevano loro le favole prima del bacino della buonanotte.

Dire che tutto ciò non mi appartiene perché ha in sé qualcosa di disumano che a me come umanità m’è completamente estraneo è un modo per lavarsi la propria coscienza. Tributare un omaggio alle vittime e dimenticare i meccanismi sociali che hanno portato al compimento dello sterminio significa far un ennesimo torto alle vittime in primo luogo, e a se stessi, in secondo luogo. Poiché alla fine, secondo me, è più importante ricordare come un uomo diventi carnefice che non avere soltanto memoria della vittima. Ricordare questo significa sapere che dietro ogni angolo della storia può nascondersi un carnefice pronto a colpire le sue vittime ignare.




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SOCIETA'
25 gennaio 2012
Costa Concordia, talk show, Sanremo, tragedie, sorrisi & canzoni...

 
Come blogger, sulla tragedia della Costa Concordia non ho nulla da dire. Non ho nessuna competenza. Potrei esprimere un'opinione, una delle tante. Esprimere cordoglio per le vittime. Ma in entrambi i casi nulla toglierebbe e nulla aggiungerebbe alla tragedia. Come telespettatore, invece, ho qualcosa da dire. Vedo che i talk show si sono buttati a capofitto su di essa. Evidentemente il tema fa buoni ascolti. Per alcuni versi è quasi diventato il nuovo caso Avetrana, cioè un osso da spolpare sino alla fine.
Ed ecco come esperti, testimoni, opinionisti riempiono i pomeriggi degli italiani e delle italiane: discettando, disquisendo, condannando, fornendo dettagli e particolari su questo o quello aspetto...
Fino a quando, mi domando?
Fino a che non inizierà il Festival di Sanremo...
Di colpo, la tragedia sarà rimossa...
Non se ne parlerà più. Scomparirà di scena, perché disturba il clima di allegria del Festival di Sanremo...
Entreranno in scena i pettegolezzi, l'Italia spensierata...
Celentano sì, Celentano no...
E i talk show riprenderanno il loro consueto cammino...
Già, mantenere alto il livello di tensione drammatica prepara meglio il clima di spensieratezza...
Dopo aver "sfruttato" al massimo il dolore si ha di nuovo bisogno di tornare a sorridere...
E così ci tufferemo in questo clima di baci, di sorrisi & canzoni...
Come possiamo definire questo repentino cambiamento di umore? Questo passare dalla tragedia alla commedia con tanta disinvoltura? Disturbo bipolare?
Alla fine, Sanremo è sempre Sanremo...
... vedremo...
   




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CULTURA
15 gennaio 2012
Umberto Eco, Pericle, la democrazia e il “populismo”…

 
“Stai attento, perché Pericle era un figlio di puttana”…
Così Eco ricorda a chi si accinge a salire sul palco per pronunciare il discorso di Pericle agli ateniesi, come elogio della democrazia…
Leggo l’anticipazione di un brano su “la Repubblica” di sabato scorso, estratto dal suo saggio Figlio di una etera che apparirà presto nel volume La subdola arte di falsificare la storia. Il brano di Eco fa immediatamente il giro della Rete, e viene retoricamente elogiato come esempio di “smascheramento” sul modo in cui si “falsifica” la storia. E così, leggendo il brano di Eco dall’inizio alla fine, scopriamo due tratti fondamentali della personalità di Pericle: la sua malafede e il suo populismo.
Scrive Eco: quello che Pericle “voleva elogiare era la sua forma di democrazia, che altro non era che populismo – e non dimentichiamo che uno dei suoi primi provvedimenti per ingraziarsi il popolo era stato di permettere ai poveri di andare gratis agli spettacoli teatrali. Non so se dava pane, ma certamente abbondava in circenses. Oggi diremmo che si trattava di un populismo Mediaset”.
Più avanti Eco ricorda che il discorso di Pericle, riportato da Tucidide, è stato inteso nei secoli come un elogio della democrazia, in realtà, secondo il semiologo, si tratta di un “discorso populista”: “Pericle non menziona il fatto che in quei tempi ad Atene c’erano, accanto a 150.000 abitanti, 100.000 schiavi”. A cosa mira, si domanda ancora Eco, questo elogio della democrazia ateniese, idealizzata al massimo? “A legittimare l’egemonia ateniese sugli altri suoi vicini greci e sui popoli stranieri”. Insomma, secondo Eco, il discorso di Pericle agli ateniesi “è un classico esempio di malafede”.
Io direi a Eco: ecco un classico modo sbagliato di insegnare la storia nelle scuole.
Purtroppo, la malafede non la vedo nel discorso di Pericle, ma nel brano di Eco. Affermo questo perché per amore del pensiero dialettico, Eco rovescia totalmente la realtà della storia, presentandola in modo distorto e incoerente. L’elogio di Pericle della democrazia, negli ultimi tempi, è stato presentato come un esempio storico da contrapporre al berlusconismo imperante. Quelle frasi in cui Pericle afferma che “per il fatto che non si governa nell’interesse di pochi ma di molti, è chiamato democrazia…” ecc., quando venivano pronunciate nelle piazze italiane facevano spellare le mani di tutti coloro che amano la democrazia, perché le leggevano in chiave antiberlusconiana…
Ora, Eco ci ricorda di quali istinti prevaricatori era figlia la democrazia ateniese, di quanto retorica prevaricatrice era portatrice quella democrazia, e, infine, di quanto populismo essa era intrisa. Insomma, ci presenta il discorso di Pericle come un discorso filoberlusconiano più che antiberlusconiano. Ma poniamoci questa domanda: era sbagliata la lettura che ne davano gli antipopulisti o è sbagliata la lettura filopopulista di Eco? A mio parere sono entrambe sbagliate, in quanto Pericle, quando esalta la “forma di governo” ateniese, non si sta rivolgendo a una astratta umanità, ma si rivolge a quei 40.000 cittadini ateniesi che godevano del diritto di cittadinanza. Insomma, Pericle dice “noi” ateniesi, sottintendendo “noi” che godiamo pienamente dei diritti politici. Qui, in questo punto, intendo dire, individuo la malafede di Eco e il suo modo sbagliato di proporre l’interpretazione storica: Pericle esalta la forma democratica contrapponendola alla forma oligarchica di Sparta e alla forma monarchica orientale: “noi quarantamila ateniesi (escluso gli schiavi, i meteci e le donne) siamo migliori perché non ci lasciamo governare da una cricca di uomini o da uno solo…”. Il discorso di Pericle non ha alcunché di universale…
Il principio di uguaglianza di ciascun cittadino di fronte alla legge che egli pone nel discorso vale soltanto per i “cittadini” ateniesi, non è affatto un principio universale. Di questo Pericle e i suoi ascoltatori erano pienamente coscienti e consapevoli. La malafede, intesa da Eco, sarebbe tale se egli si stesse rivolgendo a tutti i popoli e a tutte le genti, indistintamente, a tutte le persone, a prescindere dal ceto, dallo status, o dal genere…
Ma il suo non è discorso di principio universale, è un discorso di parte. Se Pericle lo avesse presentato come tale, come un discorso di principio universale, quando poi in realtà la potenza della polis ateniese si basava sulla sopraffazione dei popoli vicini e sugli uomini e le donne che non godevano di alcun diritto di partecipazione democratica, allora sì che sarebbe suonato come un discorso ipocrita…

Quanto all’ipotetico populismo di Pericle è completamente fuori luogo. Gli antichi avevano un termine ben preciso quando volevano indicare il modo in cui un governante solleticava i bassi istinti popolari: demagogia. Tutte le democrazie antiche hanno conosciuto inevitabilmente forme demagogiche. Chiaramente, neanche uno come Pericle ne fu esente. Ma la demagogia non ha niente da spartire con il populismo. Vorrei infine ricordare due cose: questo “re non coronato” cercò soprattutto di consolidare le basi della ristretta democrazia: dei 40.000 cittadini in possesso dei pieni diritti civili, la metà circa apparteneva alla classe dei teti, i quali, essendo poveri, non erano nella condizione economica di aspirare alle magistrature. Ebbene, Pericle si preoccupò di far votare una legge in base alla quale era data un’indennità di due oboli ai giudici popolari dell’Elièa. Quindi, offrì a tutti i cittadini di porsi candidati alle magistrature più alte. Riguardo invece alla possibilità data a tutti i cittadini ateniesi, sempre quelli che godevano dei diritti civili, di assistere agli spettacoli teatrali, non la metterei sullo stesso piano di Mediaset: assistere a rappresentazioni teatrali di Eschilo, Sofocle o Aristofane non è la stessa cosa che assistere agli spettacoli di Maria De Filippi. Eco dimentica che il teatro greco non aveva nulla a che spartire con gli spettacoli cruenti dell’antica Roma.

Fatte queste doverose precisazioni, non vorrei passare come l’ennesimo esaltatore della classicità: nella mia socioanalisi ho tentato in tutti i modi di far emergere su cosa fosse basata la grandezza di Sparta, Atene o dell’Impero romano.
Non ho certo la presunzione di suggerire a chi leggerà questo post di andare nella rete a recuperare tutto quel che ho scritto sul ruolo della schiavitù nel mondo antico, ma soltanto di dire che è possibile vedere come la penso sull’argomento e come ho tentato di mettere sempre in evidenza le luci e le ombre del mondo antico, evitando di fare polemiche per il gusto di sembrare originale ad ogni costo…

Ma si sa: ci sono accademici senza nulla accademia…


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SOCIETA'
12 gennaio 2012
Perchè sono un inattuale..


Odio l’attualità, odio vedere il proprio tempo appiattito al tempo presente, come se soltanto ciò che accade nell’oggi ha senso e significato…
Odio vedere scorrere il tempo sempre nell’identica dimensione…
Odio vivere nel tempo presente immaginando che il mondo finisca nel punto in cui la vita di ciascuno si focalizza e si stampa come in un romanzo d’avventura…
Odio affogare in questa melma quotidiana dimentico di quanto di imperituro v’è in essa…
Odio veder livellata ogni sfumatura, ogni differenza, come se tutto fosse identico…
Odio questo generale appiattimento in cui ciascuna cosa vale un’altra, in cui tutto diventa interscambiabile, in cui il valore delle cose non ha più nessun riconoscimento.
Odio veder mettere ciascuno e tutti sempre sullo stesso piano, far d’ogni erba un fascio…
Odio chi ha paura delle differenze, della diversità e vuole imporre un mondo a sua immagine e somiglianza…
Odio veder mettere i fatti sempre davanti alle parole, come se nella vita le parole non contassero, ignorando invece che esse sono l’humus in cui i fatti si formano, s’intrecciano, prendono corpo e consistenza…
Odio avere uno sguardo sempre rivolto sull’individuo e non sapere che ciò che conta realmente è come gli individui riescono a relazionarsi ad altri individui…
Odio snocciolare soltanto cifre e dati e mostrarsi incapace di vedere i reali drammi che essi racchiudono, o snocciolare solo cifre e dati per nascondere i veri drammi della vita umana…
Odio snocciolare soltanto cifre e dati per distrarre o confondere…
Odio usare quotidianamente le tragedie umane per i propri fini, per fare “ascolti”, carriera, per aumentare consensi…
Odio calpestare l’altrui dignità cinicamente, strumentalizzare il dolore per fare aumentare l’audience...
Odio scrivere poesie sul Natale perché è Natale…
Odio camminare sempre a distanza degli altri per paura di urtare l’altrui suscettibilità…
Odio tutto questo, perciò preferisco tenermi lontano dall’attualità, dalle mode, dai conformismi cinici, banali…
Odio tenermi aggiornato per stare al passo coi tempi, e occuparmi di cose futili e insensate per non sentirmi escluso o fuori dal mondo…
Perciò amo vivere in un tempo inattuale, dove le mode le tendenze i trend non contano, dove le classifiche dei libri più venduti, dei programmi più visti, delle canzoni più ascoltate non hanno nessun valore…
Amo l’inattualità perché è sempre attuale, perché ti fa vivere nell’attimo perenne, nell’attimo infinito che da sempre e per sempre fa sentire forte la sua voce nonostante tutte le banalità di questo mondo...

Perciò amo leggere e studiare, capire e comprendere, ascoltare e parlare, perché solo così mi sento parte del mondo e della sua eterna bellezza!




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Ognuno di noi ha dei romanzi/racconti che sono degli amici cari con i quali ogni volta che stiamo insieme abbiamo sempre mille cose da dirci e da raccontarci  e con i quali  mai ci stanchiamo di parlare. Si sa, i veri amici non sono poi così tanti. Ecco i miei cinque più cari amici:

La morte di Ivan Il'ic, Lev Tolstoi

Senilità, Italo Svevo

Doktor Faustus, Thomas Mann

Il rosso e il nero, Stendhal

La letttera rubata, Edgar Allan Poe

 

Questo blog si presenta sotto forma di appunti personali, e come tale non segue un vero filo logico nel corso del tempo. Il presente blog non costituisce testata giornalistica, non ha carattere periodico ed è aggiornato secondo la disponibilità e la reperibilita’ dei materiali ivi contenuti. Pertanto, non può essere considerato in alcun modo un prodotto editoriale ai sensi della Legge n° 62 del 7.03.2001.