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Accademico di nessuna Accademia
letteratura
29 marzo 2012
Ma di quale cultura del Sud andate cianciando?

Salvatore Quasimodo
Ho letto nella rete un appello per non cancellare nientepochedimeno la “cultura del Sud” (sic!). Cultura che poi viene declinata a una manciata di scrittori nati a Sud, ma vissuti altrove magari, a Milano, a Firenze o a Roma, quindi scrittori che del Sud hanno sì e no conservato forse la memoria e un po’ di nostalgia.

E sì perché per questi signori dello spirito credono che la Cultura, quella con la “C” maiuscola si preserva se viene erogata nei cosiddetti programmi scolastici senza chiedersi se esiste realmente una “cultura del Sud”. Cultura intesa in senso libresco, cultura della pagina scritta, cultura puramente letteraria o paraletteraria. Perché poi a veder le cose più a fondo, di tutto il resto, a questi emeriti signori che credono di farsi grandi per aver elogiato la loro piccineria, non “li può frega’ de meno”. Anzitutto non interessa loro i viventi, quelli che per varie e inenarrabili ragioni sono stati costretti a partire dal Sud per trovare una diversa collocazione, e anche un diverso interlocutore. Di questi scrittori viventi meglio non preoccuparsi. E poi a che scopo? Non portano gloria agli estensori di questi pseudo appelli.

Già perché io di questi nobili estensori, anche se non conosco i volti e i nomi, conosco di che di pasta son fatti. Sono quei piccoli intellettuali di paese che scrivono sui gazzettini comunali, che amano formare i circoli esclusivi, che ogni giorno riempiono la loro esistenza di vuote parolone, che amano promuovere convegni per parlare del poeta nostrano morto cento anni fa e che nessuno ricorda, sono quelli che amano discettare sulla morte del romanzo, sulla morte dell’arte, e che ogni giorno vanno ripetendo che non nascono più gli scrittori di una volta. E sono quelli che a modo loro, e magari involontariamente, costringono tanti uomini e donne di valore a lasciare la loro terra perché soffocati da quel clima stantio, da quell’ambiente asfittico e surreale.

Ma di quale cultura del Sud andate cianciando, signori miei? La cultura è ben altro, e forse a voi neanche è giunto il sentore. Non confondete il fatto che ci sono quattro o cinque scrittori nati casualmente a Sud con la cultura. Preoccupatevi piuttosto di salvaguardare quel poco patrimonio archeologico che è rimasto, di incrementare le biblioteche comunali lasciate in balia della muffa, di non lasciare che i vostri figli siano costretti ad andare altrove per respirare un’aria un po’ più sana, e lasciate soprattutto che siano i vostri figli a decidere le loro letture e non i programmi scolastici che anziché incentivare la lettura di autori meridionali finiscono con il mortificarla


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letteratura
17 dicembre 2011
Vuote strisce colorate. Intensità verde

Mark Rothko - Dionysius, 1949
Freme il colore sulla pelle, e si ribella...
Vorrei donargli la mia calma e la mia saggezza...
Ma non riesco a trattenerlo e urla ancora nella sua essenza primitiva...
Ho ascoltato L’uccello di fuoco di Stravinskij e preso coscienza di quanto sia difficile dare corso al proprio processo creativo, specialmente adesso che non m’importa più niente del mondo e della sua realtà cruda.
Mi rifiuto di dipingere oggetti, cose, esseri viventi...
Tutto ciò mi provoca nausea; e odio vedere, ascoltare gente e persone.
Per questo ho deciso di vivere in un eremo e dipingere il nulla...
La vita mi costringe a stare in mezzo agli altri, a sopportarne i discorsi vuoti e senza senso, a sentirne i lamenti, le lodi.
Un tempo desideravo che ogni colore toccasse una corda del mio animo e la facesse vibrare nella sua assoluta solitudine; mi piaceva percepire l’onda che si spandeva nella spazialità della mia anima.
Ho finito di stendere il verde nella metà superiore della tela, e ora la guarda a una certa distanza; la fisso intensamente, eppure, non è quella striscia verde a riempire la visione, ma è sempre la metà lasciata in bianco ad attrarre lo sguardo.
La luce bianca è più forte di ogni altra luce...
Questa luce mi svela un senso di vuoto e di smarrimento, lo stesso che avverto dentro di me.
E che voglio cancellare espandendo altro colore verde. Non è nel verde che si riflette la mia anima, ma in quella parte che ho lasciato in bianco, in quella parte della mia vita che ho lasciato in sospeso quando ho deciso di abbandonare tutti e tutto.
Follia del genio, hanno sentenziato le voci popolari.
Sono andato a vivere in un luogo lontano e sconosciuto.
Dipingo soltanto strisce verdi, senza senso e senza nessun significato. Dipingo per stendere i miei nervi o per trovare un’intensità nuova. Adesso nessuno può dare valore a queste tele. Eppure, ancora fremono nella loro impazienza metafisica...
Rileggo l’articolo di quel critico che parlava del mio ritiro dalla scena come un’occasione per ritemprare la mia creatività; vedrete, cari lettori, che tra qualche mese, passata la follia, farà il suo ritorno trionfale offrendoci nuove opere e meravigliose.
Pover’uomo! Sono anni che aspetta il mio ritorno sulla scena, ritorno che non ci sarà mai. A che scopo tornare? Perché possa di nuovo ascoltare queste chiacchiere vuote nell’orecchio?
Preferisco continuare a vivere e a dipingere con lucidità queste strisce vuote.
La follia. La sola parola che sono riusciti a coniare per descrivere la mia condizione è stata questa. E so che più gli anni passano e più il nome viene incatenato a quella parola. Immagino quanto il mito della follia sia alimentato per quotare al meglio i miei quadri. E pensare che adesso sono io che giudico folle il periodo in cui conducevo quella vita in mezzo a tutta quella gente che si dichiarava innamorata della mia arte, e ascoltavo le loro chiacchiere superficiali.
Non che ora ho ritrovato la mia condizione di vita autentica, ma quantomeno non devo più continuare a mentire e a dire cose per far piacere al prossimo, per tenermi buona la critica.
Bisogno di assoluto, ha scritto un altro critico.
Non ho ancora compreso cosa vogliano dire queste due parole.
Sì, è vero; quando ho preso coscienza che il successo bloccava la mia creatività, e che per accrescere quel successo ero obbligato a dipingere quel che la critica e il pubblico s’aspettavano da me, dentro di me è scattato un corto circuito.
Qualcosa che mi ha provocato un ripensamento.
Ma in realtà non ho scelto questa strada perché non mi sentivo più creativo. Anzi, a questa creatività non tengo affatto, non mi interessa. Non sono alla ricerca di un nuovo stile.
Mi accontento di dipingere delle semplici strisce e ascoltare della buona musica. Non sono più condannato a far fuoruscire la mia creatività.
Ogni ora e ogni minuto so già cosa dipingerò. Non so se in effetti sia riuscito finalmente a sprigionare la mia creatività ora che non sono più costretto a niente. Solo e soltanto tappeti verdi su cui far cadere il mio sguardo vuoto. Come un orizzonte a cui ho voluto fissare lo sguardo. Anche questo mio modo di dipingere verrebbe interpretato come segno della mia follia, o come un blocco della mia creatività o come ricerca di assoluto.
Qualcuno ha anche dichiarato che nel mio eremo sto dipingendo l’opera straordinaria che farà sussultare il mondo. Qualcuno si crede autorizzato a interpretare e a dare un senso a questa mia singolare ossessione; a riportarla nelle sue categoria estetiche, a non accettare il fatto che non nasconde e non rivela niente. Ma non troveranno niente, non ho voglia di lasciare aperta nessuna suggestione.
Alla fine lascerò che a decidere sia la forza distruttrice del fuoco...




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letteratura
17 dicembre 2011
Effetti di superficie...

Caro Bruno,
escludendo che il tuo incalzante piglio inquisitorio rivolto al povero "viandante" sia minimamente legato a imbarazzo di stomaco dopo una generosa porzione di "rigatoni con la pajata", mi chiedo se il tuo "malumore" non dipenda dalla (ahimé) solita difficoltà a trovare un senso alle cose, specie a quelle che proprio un senso non ce l'hanno.
Malumore artistico il tuo, ma in tutto simile a quello di ognuno di noi che non troviamo (e come potremmo trovare!) risposte ai problemi che chiamiamo per brevità esistenziali
né tu né il tuo viandante (da te strattonato per il bavero) sarete mai in grado di rispondere ai "perché" ma solo ai "come": prima lo capiremo tutti e prima staremo bene; pur con tutta la nostra voglia di eternità ritroveremo la serenità accettando la nostra assoluta, cosmica irrilevanza.
Stammi bene!

Grazie Oude,
in realtà non sono alla ricerca né di un “come” né di un “perché”, dal momento che sono partito dal presupposto che tutto ciò che accade non ha (in sé) alcun senso…
tutt’al più siamo noi che ci sforziamo in ogni modo e con ogni mezzo di attribuire un senso a ciò che accade…
qui sta la nostra forza e la nostra debolezza…
siamo noi esseri umani che dobbiamo trovare la forza per dare senso a ciò che accade…
anche se talvolta, quando, nonostante i nostri sforzi, non riusciamo a trovare un senso accettabile, è facile cadere nello schema della follia o del mistero…
… in quest’opera di attribuzione un ruolo “speciale” è riservato agli artisti in senso lato…
Ed è su questi temi che sto riflettendo intensamente in questi giorni…
Ma lo faccio in modo frammentario…
Anche perché le conclusioni alle quali sto arrivando stanno provocando nella mia mente un movimento tellurico…
Quindi, aspetto le fasi di assestamento per riprendere a “poetare”…
Anzitutto, sto cercando di creare degli effetti di superficie…
Una scrittura a “pelo d’acqua”, niente che vada in profondità, un qualcosa che sappia “riflettere” la superficie delle cose…
Una scrittura composta di strati sottili…
Una scrittura ferma al senso letterale…
Niente sensi riposti…
Tutto ciò che ho da dire lo dirò alla lettera…
D’altro canto se ho a che fare con un medium che frammentizza l’essere non mi resta che offrire cose frammentate…
 L'unità è una chimera, nel web... ho provato, ma è un limite insormontabile...




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letteratura
2 novembre 2011
Un blog completamente dedicato alla litweb
 

Abbiamo deciso di aprire questo blog per dare spazio alla letteratura generata dal web.
Ecco il link http://lit-web.blogspot.com/

La litweb infatti è tutta quella letteratura che vede per la prima volta la sua apparizione nel web. Con questa iniziativa vogliamo dare "dignità" e "visibilità" a questa letteratura "disconosciuta" dal cosiddetto mondo editoriale.

Attraverso interviste a autori e alla loro opera, attraverso profili critici, recensioni, ecc. vogliamo far conoscere il più possibile questa letteratura.

Nel tempo offriremo anche dei profili dei lit-blogs che ospitano questa letteratura. Insieme a tutto questo vogliamo fornire gli strumenti critici per far riflettere con maggiore consapevolezza sul significato che la litweb assume nei media-mondo.

Far prendere insomma coscienza sia agli autori che ai suoi lettori della "rottura" che l'introduzione della litweb provoca inevitabilmente sia nei confronti del mondo della conoscenza che nei confronti della carta stampata.

Vogliamo portare avanti nello stesso tempo l'analisi che la Elizabeth Eisenstein e Walter J. Ong hanno saputo compiere nei confronti del passaggio dall'oralità alla scrittura, e dalla scrittura al libro stampato, capire come la scrittura web ristruttura il pensiero, lo spazio testuale, la stessa testualità letteraria.


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letteratura
27 ottobre 2011
Il Mythos nell’epoca della Litweb


Come si crea un Mythos nella litweb e cosa implica? Quali sono le sue finalità?
Il mito designa tutto il sistema di narrazioni e credenze legate alle più antiche forme rituali. In origine si legava alla religione e al rito, ma nel progressivo sviluppo della tradizione il mito si allontana spesso dal diretto rapporto con le forme di religione e diventa parte dell’immaginario collettivo. Anche nelle forme di civiltà più avanzate e progredite i miti continuano a circolare, ma vengono rielaborati al fine di mistificare e occultare le forme della vita sociale contemporanea. Parlo soprattutto di quei miti originati dalla politica. Anche la pubblicità e il mondo dello spettacolo vive di miti.
Il mito è di narrazioni che alimentano le forme dell’immaginario collettivo.
Nell’immaginario le contraddizioni non hanno identità reale…
Nell’immaginario tutto tende alla stabilità e alla fissità, cioè un mito si stabilizza quando un immaginario ne fissa il racconto.
Il mito chiama in causa la parte non razionale dell’animo umano, affonda cioè le sue radici nei recessi alogici dell’uomo…
Un tempo erano gli autori a creare i loro miti:
nell’Odissea c’è il mito del viaggio;
nella Divina Commedia c’è il mito dell’ascesi;
nell’Ulisse di Joyce c’è il mito della banale giornata quotidiana…

ma a volte sono gli stessi autori a divenire dei miti:
dietro l’opera di Catullo c’è il mito di un amore infelice;
dietro l’opera di Giordano Bruno c’è il mito del suo martirio;
dietro l’opera di Nietzsche c’è il mito della sua pazzia;
dietro l’opera di Rimbaud c’è il mito del rifiuto della poesia;
dietro l’opera di Van Gogh c’è il mito del suo suicidio…
dietro l’opera di Kafka c’è il mito dell’incompiutezza
………………….

ogniqualvolta leggete o ammirate l’opera di uno di questi autori non potete non avvertire il fascino che il loro mito proietta su di essa: è una presenza immanente che impregna ogni sillaba, ogni tratto della loro opera. È un fantasma che agita la nostra immaginazione e la nostra fantasia ne avverte la presenza ma non riesce né a vederlo né a toccarlo.

Ciò che chiamiamo fantasma o presenza è quell’elemento del tutto casuale che accade, e al quale è impossibile riuscire a dare una qualsiasi spiegazione plausibile e compiuta. Nel mito c’è sempre un fondo imponderabile che rimane inaccessibile alla razionalità. C'è la pura contingenza. Il mito coinvolge la nostra emotività, le nostre passioni, ossia tutti quegli elementi a-razionali che non riusciamo a controllare con la ragione.
Il mito è come Il castello kafkiano: il lettore, sotto qualsiasi foggia si presenta, è come l’agrimensore K., al quale per quanti sforzi faccia, alla fine il Castello si rivela come un luogo inaccessibile. Ma l’inaccessibilità aumenta, alimenta la potenza del mito, e attiva un processo circolare, ricorsivo:
le narrazioni alimentano la forza del mito…
la forza del mito attivano altre narrazioni…
ogni narrazione è una interpretazione del mito…
il mito attiva altre interpretazioni…

L’inacessibilità è uno dei tratti del mito: talvolta questa inaccessibilità dipende dalla distanza storica, dalla complessità del mito…

Un altro tratto che origina il mito è la presenza dell’interruzione: l’interpretazione vorrebbe ristabilire ciò che l’interruzione ha provocato. Tra il passato e il presente vorrebbe gettare un “ponte” che unisce le due sponde. Il mito narra l’interruzione, della rottura, talvolta traumatica, e l’interpretazione vorrebbe sanare tale rottura .

La vita di Catullo spezzata da un amore infelice; la vita filosofica di Giordano Bruno spezzata da un processo e da un rogo acceso da ciechi fanatici; la forza creativa di Nietzsche spezzata da una malattia; la vita poetica di Rimbaud spezzata da un gesto di ribellione; la vita artistica di Van Gogh da un colpo di pistola; la produzione di Kafka spezzata da una volontà a non voler concludere…
Ma quante vite di autori si sono state spezzate senza aver originato un mito? Il mito s’origina quando già l’opera dell’artista riesce ad attivare “narrazioni”, in sostanza, quando l’opera al suo apparire fa parlare di sé nel bene e nel male. Le ragioni che spingono qualcuno a parlare di un’opera possono essere diverse, e non sempre sono riferibili alla “qualità” dell’opera. Talvolta sono episodi extraletterari ad alimentare il mito di un’opera. Gustav Flaubert, nel gennaio 1857, fu processato per preteso oltraggio alla morale pubblica e religiosa, quale autore di Madame Bovary. Nello stesso anno, furono processati e condannati per oscenità I fiori del male di Baudelaire. Oscar Wilde finì in prigione per omosessualità. Ognuno di questi processi finiva con alimentare delle narrazioni. Sulle gazzette dell’epoca, nei caffè, nei salotti, nei corridoi delle università o delle accademie si discuteva di queste opere. Ma erano narrazioni extraletterarie, servivano a far parlare dell’opera, attiravano la curiosità dei lettori. Le proibizioni, le condanne dei giudici dalla barbe lunghe ottenevano esattamente lo scopo contrario a quello desiderato.

Poi abbiamo il mito che si crea intorno alla vita dell’autore, spezzata da un evento traumatico, che proietta sull’opera un fascio di luce intensa: si cerca là la ragione di quella fine traumatica. E tanti critici e biografi a scavare in quella vita, in quell’opera, a scavare per trovare la risposta ultima che possa spiegare il gesto estremo. E l’opera complessiva dell’artista si presenta come un enorme ipertesto: ogni particolare rimanda a un altro, ogni dettaglio insignificante è analiticamente scandagliato, catalogato, archiviato. Prima o poi la risposta ultima salterà fuori.
Ora, nell’epoca della litweb, è il medium stesso a generare il mito: come ha intuito uno scrittore della litweb, il grande Moscone, sono i motori di ricerca ad alimentare il mito: si digitano le prime lettere del nome dell’autore/web cercato, e se dopo le prime lettere compare subito, vuol dire che i quei link sono molto cliccati. Più link sono connessi al nome dell’autore più quel nome sale nella gerarchia di quel motore di ricerca. Ma come si moltiplicano i link connessi all’autore? Si moltiplicano quanto più quel nome è linkato nella rete. Più quel nome viene ripreso da altri siti o altri blog è più esso circola nella rete, più circola nella rete e più viene linkato. Ecco come s’attiva il processo ricorsivo nella rete. Ma per quale ragione i siti e i blog dovrebbero linkare quel nome? Semplice: perché intorno a quel nome si sta “creando” un alone mitologico. Il nome di un autore compare nella rete, a poco a poco viene ripreso dagli altri blogs e da altri siti; intorno a esso comincia a costruirsi una mitologia, una narrazione che alimenta la forza del motore di ricerca.
A questo punto capite bene che non è più il numero di volte che un post viene cliccato all’interno di un sito litweb a differenziare la qualità di un autore rispetto a un altro, bensì è il numero di link che riprendono il nome di quel autore. La differenza viene decisa non dal click ma dal link: un autore può postare la sua bella poesia romantica e sentimentale ed essere cliccato centinaia di volte, ma se quella bella poesia non è linkata, ossia ripresa nella rete, dopo un po’ di tempo è destinata a cadere in un profondo oblio. E se, invece, una poesia viene linkata non è solo perché si tratta di una bella poesia, ma soprattutto perché intorno al nome dell’autore la rete sta creando una mitologia, ossia una narrazione.
Link: collegamento, ponte, interpretazione...
la chiave di volta che da sempre hanno cercato i nostri antenati...


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letteratura
18 maggio 2011
Rancore e risentimento: La morte di Ivan Il’ic, Lev Tolstoj


Insieme a Memorie di un pazzo (1884, incompiute), a Padrone e bracciante (1895), La morte di Ivan Il’ic (1884-1886) costituisce una sorta di trilogia nella narrativa di Lev Tolstoj sul tema della vita e della morte. Ma al centro di questo mio scritto non si parlerà né dell’una né dell’altra. Il tema che svilupperò in questo pagine riguarderà ciò che va sotto il nome di “relazione d’aiuto”, analizzata attraverso due dinamiche contrapposte: il risentimento e il rancore. Nel breve racconto di Tolstoj troviamo, infatti, esposto in maniera magistrale questi due “sentimenti” dell’animo umano. La morte di Ivan Il’ic narra la condizione di malato nella quale precipita a quarantacinque anni, in seguito a un banale incidente, il consigliere di Corte d’Appello Ivan Il’ic. La presenza della malattia cambia tutti i rapporti che il protagonista intratteneva con la sua cerchia familiare ed amicale, e innesca tra di loro dinamiche nuove che assumeranno la forma del rancore e del risentimento. Nella nuova circostanza in cui l’uomo viene a trovarsi, i suoi familiari e i suoi amici gli offrono una “relazione d’aiuto” che, anziché “aiutare” il malato a sopportare e ad accettare dignitosamente la sua dolorosa condizione, finisce con aggravare ancor di più il senso di solitudine entro il quale Ivan Il’ic si vede ogni giorno precipitare. Soltanto con il giovane mužìk addetto alla cucina, Gerasim, un ragazzo semplice dal viso illuminato, il malato riesce a instaurare una relazione d’aiuto positiva....
continua....

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letteratura
23 aprile 2011
L'ombra di Kafka, Diari, La metamorfosi,

Nei Diari, Kafka scriveva: «Io ho potentemente assunto il negativo del mio tempo che certo m’è vicino e che io non ho il diritto di combattere, ma, in certo modo, di rappresentare». Rappresentare il negativo è l’unica maniera che l’artista ha per combatterlo, è l’unica maniera che al poeta rimane d’essere partecipe del proprio tempo e svelare i mali che il resto dell’umanità non riesce né a vedere né a toccare. Il mondo entro il quale Kafka viveva s’avviava ad essere un mondo dove l’atrocità e la violenza gratuita sarebbero divenute leggi di Stato: «La guerra non mi suggerisce nessuna idea degna di essere comunicata». Quali discorsi sono leciti di fronte ad un evento così sconvolgente? Perché ragionare della guerra è pur sempre un modo di darle un senso e quindi di giustificarla. Ma lo scrittore avverte l’inutilità di questo impegno, in quanto il suo discorso nulla cambia. Kafka ha presentito il fatto che la società del XX secolo cominciava ad essere sempre più disumana. L’uomo cominciava a cessare d’essere il motore e centro della storia. Sempre più saremmo diventati esseri controllati da entità il cui senso e la cui ragion d’essere ci sono completamente sconosciuti. E le chiavi d’accesso per penetrare in quel mondo si sono perse nell’universo ridondante della comunicazione.  
Il tempo successivo s’è incaricato di lenire la rappresentazione che Kafka ci ha offerto del negativo, immergendola in un universo pacificato, dove l’inquietudine e l’angoscia del vivere quotidiano diventano categorie dello spirito, buone ad essere discettate nei quotidiani programmi d’intrattenimento televisivo. Sotto i ferri preziosi della chirurgia critica, l’opera di Kafka ha subito una lobectomia, nella quale la parte più inquietante è stata del tutto asportata. Le migliaia di titoli della bibliografia critica kafkiana impediscono al “profano” l’accesso diretto alla sua opera e gli dànno la sensazione che su di essa tutto è stato detto e tutto è stato scritto.
La sua opera è stata sezionata migliaia e migliaia di volte, e pertanto nulla si può dire, nulla si può aggiungere. Ma la critica si è esercitata con l’opera kafkiana come nel vuoto, perdendo con essa ogni contatto: il critico o il giornalista di turno non vivono nell’inquietudine e nell’angoscia di quell’opera. Trascorrono un’ora della loro vita a scrivere tranquillamente su Kafka e poi, senza esserne minimamente segnati, vanno quella sera stessa a distrarsi al cinema o al teatro. Quell’opera è apparsa come un meteorite nella loro esistenza, come un oggetto con il quale vale la pena di intrattenersi qualche ora, ma che non conviene prendere troppo sul serio. Non vivendo nell’esperienza traumatica di Kafka, costoro non sono neanche capaci di comunicarla agli altri.
Si è persa di vista l’originarietà da cui Kafka ha tratto la sua forza e la potenza della sua arte: l’essere stato, egli, uno scrittore diverso da tutti gli altri, uno scrittore che potremmo definire, se ci si intende bene su questo termine, “visionario”. Si potrebbe essere tentati ad attribuire a questo termine una valenza magico-ritualistica, legata alla Cabala o all’arte della divinazione. D’altronde, anche la cultura ebraica, alla quale Kafka appartiene, potrebbe avallare tale interpretazione. Ma per me il termine “visionario” ha tutt’altro significato. Le visioni, nell’accezione corrente, sono un privilegio riguardante chi ha un rapporto mistico con la realtà dell’esperienza, per cui esse si presentano come delle illuminazioni che d’improvviso squarciano il velo e permettano di vedere realtà altrimenti impossibile da vedere.
La metamorfosi, ad esempio, rappresenta in modo esemplare questa lettura visionaria di Kafka: un uomo, inspiegabilmente, viene ridotto alla condizione animale, e la cosa viene accettata come normale, non solo dal protagonista, ma anche da tutti coloro che lo circondano. Nei campi di sterminio nazisti, le donne e gli uomini venivano ridotti alla condizione animale, e la cosa appare del tutto normale, non solo agli aguzzini ma anche alle stesse vittime (leggi Primo Levi, Se questo è un uomo). Il racconto risale al 1915, i campi di sterminio (dove moriranno le tre sorelle di Kafka) al 1941 (se non erro), ossia dopo venticinque anni. Di che si tratta, dunque? Di preveggenza? Ma Kafka non ha "visto" i campi di sterminio, ma ha presagito cosa la storia stava riservando alla umanità, come altri uomini avrebbero un giorno offeso in modo indelebile l'essere umano. Come si può definire tutto ciò? A noi lettori di questi tempi il compito di decifrare i segni di questa infausta deriva esistenziali. E a noi "scrittori" trovare parole che sanno codificare i segni di questa deriva.
Chi ha un tale approccio con la realtà deve trovarsi in uno stato di grazia, o almeno credere di essere toccato dalla grazia, ma non era questa la condizione di Kafka: «Io non sono stato introdotto nella vita, come Kierkegaard, dalla mano già cadente del cristianesimo, e neppure ho afferrato l’ultimo lembo dileguante del mantello ebraico da preghiera. Io sono una fine o un principio». Quel che a Kafka manca è, appunto, la fede, senza la quale non si può essere toccati dalla grazia. Dalla vita non ci si salva, ma si subisce solo la condanna. Allora, dalle visioni kafkiane, cancellate l’afflato mistico-teologico, rimane soltanto il tetro spettacolo della morte. Le sue visioni si caricano non di un messaggio di speranza, ma di un presagio oscuro senza alcun anelito luminoso. Ed è questo il messaggio ch'ancora c'inquieta nell'opera kafkiana. 


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letteratura
15 aprile 2011
Lettera a un critico letterario

Gentile critico letterario (a me sconosciuto/a),
troverà inconsueto che mi rivolga a Lei tramite un blog. Se avessi più sfrontatezza avrei potuto prendere qualche indirizzo e-mail, e scriverLe direttamente; la rete è anche questo: trovare un indirizzo, come un tempo si faceva con l’elenco telefonico, e avere l’ardire di chiamare o di scrivere. Ma io non ho questo ardire e ho preferito usare quest’altro mezzo. La ragione per la quale Le scrivo è che giorni fa mi è capitato tra le mani il saggio La narrativa italiana degli anni Novanta, e ho letto molto attentamente quanto si muove nella narrativa di questi ultimi decenni. In precedenza, avevo letto anche Parola di scrittore. La lingua della narrativa italiana dagli anni Settanta a oggi, edita dall’Accademia degli Scrausi (a cura di Valeria Della Valle). L’idea che mi sono fatta sulla recente narrativa è che vi siano in atto due tendenze: una prima, piuttosto “letteraria”, e, una seconda, tutta giocata sull“anti-letterarietà”. Potrei riassumere in questo modo le due tendenze: c’è una linea poetico-espressiva che guarda alle letterature precedenti – ciò che Gesualdo Bufalino definisce “i serpenti della tradizione” – per generare altra letteratura. Questa linea ha i suoi punti di raccordo nella narrativa di Bufalino, di Vincenzo Consolo e, come punta estrema, in quella di Michele Mari, e trova la sua ragion d’essere in ciò che Consolo definisce un processo di verticalizzazione: «Si stampano tanti romanzi oggi, e più se ne stampano più il romanzo si allontana dalla letteratura. Un modo per riportarlo dentro il campo letterario penso sia quello di verticalizzarlo, caricarlo di segni, spostarlo verso la zona della poesia, a costo di farlo frequentare da “pochi felici”» (citato in Parola di scrittore, p. 101). Insomma, è una narrativa a basso-consumo, fatta quasi per pochi "eletti". La linea anti-letteraria s’esprime, invece, attraverso una vena sociologica, che non mira alla letteratura, ma piuttosto al “parlato”, a una sintassi sconnessa, infarcita di anacoluti, con un uso ossessivo dell’iterazione, disseminata di tratti fumettistici, di una scrittura palinsestica o stratificata. Questa linea parte da Tondelli e arriva a Sandro Veronesi, a Niccolò Ammaniti. Se dovessi coniare una espressione sintetica appropriata a meglio definire queste due tendenze in atto, parlerei di un tentativo di “sacralizzazione” da parte della narrativa letteraria, e di un tentativo di “sconsacrazione”. Nel primo campo, la narrativa diventa quasi un luogo di culto nel senso letterale dell’espressione, dove il lettore entra in punta di piede. Nel secondo luogo, la narrativa diventa un luogo profano, o da profanare, quotidiano, triviale per alcuni aspetti, dove il lettore non ha alcun obbligo nei confronti della materia narrativa.

È chiaro che se analizziamo le due tendenze in chiave sociologica, potremmo commettere un errore di prospettiva, iscrivendo la tendenza della narrativa letteraria al partito conservatore, o a una volontà restauratrice, insomma a una sorta di partito dell’ordine, che crede ancora al valore propositivo della letteratura, che crede ancora che la letteratura sia un lavacro che possa purificare l’anima contaminata dei lettori; e, iscrivendo, invece, l’altra al partito progressista, che lotta contro l’ordine costituito, proponendosi di svegliare la coscienza rivoluzionaria del lettore. In realtà, il discorso si potrebbe anche rovesciare: la tendenza antiletteraria potrebbe aiutare il processo di omologazione a un linguaggio e a uno stile di vita ormai diffuso. Facendo il verso alla società dei media, ai suoi tic, facendosi, in altri termini, «specchio della società», spinge, forse inconsapevolmente, ad accettare senza alcuna resistenza proprio quanto di più triviale e banale si muova oggi nel nostro tempo. Voglio dire, non operando più uno scarto tra una coscienza critica e la vita quotidiana, questa narrativa antiletteraria spinge le coscienze ad aderire con maggior disinvoltura a praticare i suoi consumi, i suoi vizi, o i suoi vezzi. L’altra tendenza, marginalizzando la letteratura in un campo “estraneo” alla contaminazione triviale, preserva la coscienza in un lembo di austera ieraticità, da cui può osservare con maggior disincanto la realtà sociale, senza lasciarsi completamente assorbire dai suoi modelli e dai suoi stili di vita. Voglio dire questo atteggiamento ieratico della letteratura, giocato su uno stile espressivo medio-alto, è in grado di far intravedere una realtà/altra rispetto all’appiattimento generale da cui siamo oramai quotidianamente sommersi.

Ma torniamo a Lei. Questo giro di ricognizione sulle tendenze attuali della narrativa spero che possano servirLe a riflettere meglio su quanto s’agita nel campo della letteratura. A me, queste analisi sulla “lingua” degli scrittori, hanno aiutato a definire e a rendermi più consapevole della cifra stilistica che ho scelto per esprimere la mia poetica. Lei ha capito già in quale delle due linee espressive ho deciso di muovervi, perciò mi sono deciso a scriverLe. Tuttavia, riconosco d’essere ancora uno che scrive nell’ombra, di essere un “clandestino”, un irregolare o un senza permesso di soggiorno in questa benedetta repubblica di lettere. Ma sebbene abbia ancora questo titolo sono arrivato comunque a prendere consapevolezza piena del valore di ciò che scrivo (l’ardire di questa lettera n’è una dimostrazione, a modo suo). Qui troverà diverse “prove” narrative scritte in tempi diversi. Sono più che altro un “campione rappresentativo”, come direbbero i sondaggisti, valido a farsi un’idea della qualità di ciò che scrivo. Potrei allegare altre prove poetiche o racconti più lunghi, ma mi rendo conto che approfitterei un po’ troppo della Sua pazienza. Quando avrà finito di leggere queste prove si chiederà: che fare? bene, se riterrà che sono completamente fuori strada, per me può benissimo “ignorarle”, e continuare a fare il Suo lavoro, evitando di rispondere a questa missiva (strana). Un silenzio in più un silenzio in meno non cambia la sostanza delle cose, e non cambia la vita a nessuno. In caso contrario, non so, sarà sufficiente farsi vivo e scrivere semplicemente due righe, giusto a notificare che questa lettera è arrivata, alfine, a destinazione.
Con ossequi
BC.


[ NB.
Non mi piacciono i “tondelliani”, i “cannibali”, i pulp, i narratori della nuova ondata, della “terza ondata”, i narratori nuovi-nuovi, non mi piace tutta questa narrativa sociologica, infarcita di tic, di tac, di cult, di trash, di cibi, di musica, di indovinelli, di cyborg, di media. Non mi piace questa narrativa “specchio della società”, che fa il verso alla televisione, e non mi piacciono questi scrittori che giocano a fare i “coatti”, i friendlys, gli “sgradevoli”, i “cinici borghesi”, gli “orrendi”, i punk di provincia, i festaioli, i trasgressivi (a modo loro); non mi piacciono i cyberpunks, gli splatterpunks. perciò non mi piacciono gli Ammaniti, i Mozzi, i Brizzi, i Culicchia, le Scarpa, le Vinci, i Nove. Negli anni Novanta quando loro scrivevano Branchie, Occhi sulla graticola, Tutti giù per terra, Belli & perversi, io scrivevo Rocciacavata, un racconto “anacronistico”, che non parla di telefoni cellulari, di internet, di new economy, di media, di Beat generation, di lavagne, di bacheche, di aule universitarie, di studenti fuori corso, di docenti zombi, di thriller, di fumetti, di manga giapponese, di yuppismo, di canne e di bevute. Certo, loro erano a passo coi tempi, in sintonia coi tempi, in armonia coi tempi, in sinergia coi tempi, pronti ad essere cooptati, coccolati, stuzzicati, imbambolati da casa editrici, salotti letterati, sceneggiatori d’avanguardia di retroguardia, dal gusto forte, di retrogusto, da questi buongustai della parola, della canzone. Ed io lì, come un idiota, a scrivere racconti anacronistici, d’altri tempi, tardo nostalgici, a leggere Mann, Tolstoj, Joyce, Camus, Svevo, Vittorini, Gadda, Stendhal, ecc., a fare lo scrittore di provincia che non ha capito niente del mondo (letterario)! In fondo, checché se ne dica, ogni narratore vuole “rappresentare” la realtà del mondo e dell’universo in cui vive, essere, appunto, specchio del proprio tempo, incarnarne, hegelianamente, lo spirito. Allora, il disagio, l’inquietudine esistenziale, il senso di solitudine, le lacerazioni della coscienza, gli strappi repentini, la vita o la morte, la gioia o il dolore, la violenza, la nausea o il senso di ribellione, la deformazione metropolitana, si crede di poterlo esprimere meglio facendo il “verso” alla realtà, attraverso l’assunzione mimetica o parodistica dei modelli massmediatici, o la registrazione amplificata della realtà, o attraverso una lingua dell’eccesso (Elisabetta Mondello). Poi, alla fine t’accorgi che è tutto una «moda», un trend da inseguire/seguire, un lasciarsi trasportar dalla corrente, e allora vengono fuori i Moccia, i Giordano de' La solitudine dei numeri primi, come se tutta quella pseudo/arrabbiatura espressiva non sia servita ad altro che a preparare il terreno alla Restaurazione letteraria].

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leggi: Il filosofo e il poeta: Saba/Colorni

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Amo la poesia di Dante per la sua compostezza. Amo la poesia di Catullo per le sue laceranti passioni. Amo la poesia di Leopardi per la sua concezione della vita aderente ai suoi versi. Amo la poesia di Majiakoski per i suoi versi fragili e irruenti. Amo la poesia di Esenin per il respiro della sua terra. Amo la poesia di Gozzano per la sua ironica malinconia. Amo la poesia di Montale per la sua sapienza. Amo tutti i poeti che hanno dato un gusto nuovo alla vita.Non amo Carducci per la sua vanità. Non amo D'Annunzio per la sua falsità. Amo Pascoli, ma solo a metà. 

 

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I colori della vita e altre storie
Il prodigio. Racconto onirico
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E' bello doppo il morire vivere anchora...

Il racconto Latebre di desiderio è pubblicato in Vino veritas

Il racconto La casa diroccata è pubblicato in "Era una crepa nel muro. Il giallo"

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Il racconto "L'abulico" è pubblicato in "L'ACCIDIA" 

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Cop_L'avarizia ANTEPRIMA.jpg

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Cop_Scantinati per meduse e fiori di cristallo ANTEPRIMA.jpg

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Ognuno di noi ha dei romanzi/racconti che sono degli amici cari con i quali ogni volta che stiamo insieme abbiamo sempre mille cose da dirci e da raccontarci  e con i quali  mai ci stanchiamo di parlare. Si sa, i veri amici non sono poi così tanti. Ecco i miei cinque più cari amici:

La morte di Ivan Il'ic, Lev Tolstoi

Senilità, Italo Svevo

Doktor Faustus, Thomas Mann

Il rosso e il nero, Stendhal

La letttera rubata, Edgar Allan Poe

 

Questo blog si presenta sotto forma di appunti personali, e come tale non segue un vero filo logico nel corso del tempo. Il presente blog non costituisce testata giornalistica, non ha carattere periodico ed è aggiornato secondo la disponibilità e la reperibilita’ dei materiali ivi contenuti. Pertanto, non può essere considerato in alcun modo un prodotto editoriale ai sensi della Legge n° 62 del 7.03.2001.