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CULTURA
26 aprile 2012
Il Gramsci brutto, violento e cattivo di Alessandro Orsini


A Gramsci nell'Anniversario della sua morte, 27 Aprile 1937

«Il tema dell’educazione torna in una lettera del 27 luglio 1931, quando il figlio Delio stava per compiere sette anni, un’età che Gramsci giudicava decisiva per imprimere l’ideologia comunista nella coscienza del figlio. I bambini – scrive Gramsci – ricevono la comunione a sette anni perché la Chiesa cattolica ritiene che questa sia l’età migliore per gettare le basi della loro identità religiosa. I genitori comunisti avrebbero dovuto agire seguendo lo stesso principio catechistico. Per questo motivo, chiese alla moglie di esercitare il suo “potere coercitivo” sul figlio e di “impressionarlo” rivelandogli che il padre era in prigione per amore del comunismo. Gramsci ebbe una cocente delusione quando seppe che Giulia si era rifiutata di rivelare a Delio che il padre era “in catene” per evitare una profonda sofferenza psicologica al bambino. Gramsci, risentito, ricordò alla moglie di essere un “elemento dello Stato” e le rimproverò i suoi metodi troppo “libertari” che giudicava in contrasto con le esigenze dell’educazione comunista finalizzata all’indottrinamento delle menti».

Ecco ciò che scrive di Antonio Gramsci lo storico Alessandro Orsini

(Cfr. http://rubbettino.horizons.it/~files/File/orsini_Gramsci.pdf) per dimostrare la pedagogia coercitiva e violenta che l’uomo politico sardo esercitava non solo nei confronti degli avversari politici, ma persino dei figli. Il Gramsci dunque che emerge in questo ritratto di Orsini è quello di un uomo fanatico e cattivo, che pur di affermare la sua concezione ideologica non si ferma neanche davanti alle menti innocenti dei bambini. Purtroppo, lo storico si dimentica di citare la conclusione della lettera di Gramsci: «Così almeno mi pare, ma posso anche sbagliarmi. In ogni modo voglio che tu mi senta vicino a te e ai nostri bambini nei giorni in cui si ricorda loro che sono cresciuti di un anno, che sono sempre meno bambini e sempre più uomini».

Perché Gramsci vuole far sapere a suo figlio Delio, che sta per compiere sette anni, che lui è in carcere e quindi lontano dai suoi affetti? Perché è un crudele Torquemada che si diverte a torturare psicologicamente i suoi figli? Bhe, a leggere le pagine di questo storico improvvisato sembrerebbe proprio così!

Se l’accademico avesse esercitato coscienziosamente il suo mestiere, se lui fosse stato cioè al servizio della verità e non di una tesi precostituita, si sarebbe preoccupato di indagare con cura la vita di Gramsci. In fondo non dico che dovesse leggere tutto quanto che è stato scritto su Gramsci, ma nei dieci anni – come lui sostiene – che ha dedicato ad analizzare i documenti gramsciani, quantomeno si sarebbe dovuto limitare a consultare almeno quelli essenziali. Ad esempio, se fosse stato uno storico, onesto intellettualmente, non gli sarebbe sfuggito ciò che riporta la pregevole biografia di Giuseppe Fiori, Vita di Antonio Gramsci, edizione Laterza. Come è noto a chiunque si sia occupato di Gramsci, il padre, Francesco Gramsci, fu arrestato e condannato a quasi sei anni di reclusione per peculato, concussione e falsità di atti (Fiori, p. 15), quando Gramsci aveva esattamente la stessa età che aveva il figlio Delio quando scrisse la lettera citata a suo uso e consumo da Orsini. A quei tempi, scrive il biografo di Gramsci, «il codice non scherzava per simili reati». Ai bambini si raccontava che il padre fosse a Gaeta in visita della nonna.

Lasciamo la parola a Giuseppe Fiori: «Trent’anni dopo, essendosi riproposta una situazione per qualche verso uguale, Antonio Gramsci scriverà dal carcere a Tatiana: “Non so pensare perché è stato nascosto a Delio che io sono in prigione, senza riflettere appunto che egli avrebbe potuto saperlo indirettamente, cioè nella forma più spiacevole per un bambino, che comincia a dubitare della veridicità dei suoi educatori e comincia a pensare per conto proprio e a fra vita a sé. Almeno così avveniva a me quando ero bambino: lo ricordo perfettamente […]. Perciò bisognerebbe convincere [Giulia] che non è né giusto né utile, in ultima analisi, tener nascosto ai bambini che io sono in carcere: è possibile che la prima notizia determini in loro reazioni sgradevoli, ma il modo di informarli deve essere scelto con criterio. Io penso che sia bene trattare i bambini come esseri già ragionevoli e coi quali si parla seriamente anche delle cose più serie; ciò fa in loro un’impressione molto profonda, rafforza il carattere, ma specialmente evita che la formazione del bambino sia lasciata al caso delle impressioni dell’ambiente e alla meccanicità degli incontri fortuiti. È proprio strano che i grandi dimentichino di essere stati bambini e non tengano conto delle loro esperienze; io, per conto mio, ricordo come mi offendesse e mi inducesse a rinchiudermi in me stesso e a fare una vita a parte ogni scoperta di sotterfugio usato per nascondermi anche le cose che potevano addolorarmi; ero diventato, verso i dieci anni, un vero tormento per mia madre, e mi ero talmente infanatichito per la franchezza e la verità nei rapporti reciproci da fare scenate e provocare scandali». Commenta Fiori: «A lui bambino la verità s’era svelata nel modo peggiore, per vie traverse. Ne fu sconvolto». Vi pare che Gramsci volesse rivelare al figlio di essere in galera per «amore del comunismo» o per «amor di verità»?

Ultima annotazione: chi legge il passo di questo “falsario” storico si fa l’idea che Gramsci, risentito del fatto che «Giulia si fosse rifiutata di rivelare a Delio che il padre era “in catene», scrive «alla moglie di essere un “elemento dello Stato” e le rimproverò i suoi metodi troppo “libertari”». Il racconto storico è “montato” come se i due fatti siano avvenuti in due tempi diversi (in un primo tempo Gramsci ordina alla moglie di rivelare la circostanza, in un secondo tempo, vistosi rifiutato l’ordine, la rimprovera aspramente). In realtà, i due passi citati subdolamente appartengono alla stessa lettera, la stessa della quale ho riportato la conclusione («Così almeno mi pare, ma posso anche sbagliarmi»). Ma dire che i due brani fanno parte della stessa lettera per lo storico accademico costituiva un elemento che non si inquadrava nella sequenzialità narrativa, non sarebbe risaltata la supposta violenza coercitiva di Gramsci. Allora meglio spezzare i due brani e far credere che appartengano a due distinte lettere.

Non entro nel merito della pedagogia gramsciana sia per esigenza di spazio sia perché, sinceramente, non vale neanche la pena di confutare le tesi di questo storico improvvisato. Però mi domando, se un accademico può interpolare e “montare” a suo piacimento i documenti storici, che fine farà il mestiere di storico? Quale storia si insegnerà alle future generazioni? Se gli storici di professione lasciano correre supinamente questo modo di scrivere la storia, comincio insomma a dubitare fortemente sulla serietà di questo mestiere.




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CULTURA
24 aprile 2012
Gramsci, Turati, Orsini, e le marionette della storia


Da anni mi occupo del pensiero gramsciano. Ho scritto la mia tesi di laurea sugli scritti giovanili di Gramsci. Ho imparato nel tempo a dialogare con questo pensiero, soprattutto perché questo pensiero mi ha insegnato a dialogare, a prestare attenzione all’altrui punto di vista, alle sue ragioni come ai suoi torti.

Attraverso la recensione di un libro di Alessandro Orsini, Gramsci e Turati. Le due sinistre, ho “scoperto” un Gramsci inedito, una sorta di teorico della macchina del fango ante litteram. Mi mancava questo Gramsci anticipatore del “metodo Boffo”. Scopro che Gramsci praticava e teorizzava una sorta di “pedagogia dell’intolleranza e della violenta”, diretta ad annientare fisicamente e spiritualmente il proprio avversario di classe. Già, lui che è finito per essere stroncato fisicamente in galera dai suoi nemici di classe. Se avessi qualche soldo, questo libro lo comprerei e lo leggerei con gusto, perché Gramsci mi ha insegnato ad essere curioso di ogni cosa. Se sono un buon lettore critico lo devo soprattutto a Gramsci, perché da lui ho ereditato la curiosità verso tutto ciò che si muove e si agita nell’ambito del pensiero e della storia, e dunque anche verso questo genere di libri che aiutano molto alla carriera di chi li scrive, ma poco all’intelligenza dell’autore trattato.

Che nei suoi anni giovanili, quando la piccola-borghesia alleata con il grande capitale, e con la complicità degli apparati dello Stato, si stava accingendo a prendere il potere in Italia, quando alcuni socialisti promuovevano un patto di pacificazione con il governo fascista, Gramsci abbia mostrato qualche intemperanza verbale, calcata la penna dipingendo a tinte fosche alcuni tratti di uomini politici che stavano cedendo armi e bagagli al nemico, credo che non sia affatto una scoperta eclatante, tal da far gridare a questo corifeo della democrazia nostrana allo scandalo dell’intolleranza. Per Gramsci, gli articoli di giornali “dovevano morire alla giornata”, esseri spesi nella lotta politica contingente. A fronte, dunque, di qualche intemperanza polemica, si potrebbero citare pagine e pagine in cui Gramsci invita i compagni di lotta a studiare l’avversario, a non sottovalutarlo, a non cedere al verbalismo sterile e gratuito, a non limitarsi a insultarlo, a non scimmiottare il rivoluzionario parolaio…

Immaginiamoci una classe, la grande borghesia industriale e agraria, che alleata con la piccola borghesia, l’esercito e gli altri apparati di repressione, stia per accingersi a fare un colpo di Stato, a instaurare una dittatura. Immaginiamo dall’altra parte che ci sia un ceto politico, che si dichiara riformista, democratico, tollerante, e che stia per scendere a patti o che stia cercando di fare dei compromessi con quei gruppi di potere. Immaginiamoci che ci sia un gruppo minoritario che si oppone agli uni e agli altri, e usa tutti i mezzi che ha a disposizione per impedire sia l’instaurazione della dittatura che l’alleanza tra quei gruppi e l’ala riformista. Se riusciamo a immaginare tutto questo, riusciremo a comprendere le ragioni degli uni e degli altri. Se invece immaginiamo che tutto ciò si sia svolto in una pacifica arena accademica, siamo allora fuori luogo. La tendenza attuale è quella di valutare tutto con gli occhi del presente. Tra il passato e il presente è stata eliminata la distanza storico-temporale. Ognuno vorrebbe vedere il proprio presente come figlio del passato, in realtà si trasforma il passato in figlio del presente. Se si elimina il particolare contesto storico, ai testi possiamo far dire ciò che vogliamo. Li possiamo sollecitare nella direzione a noi più congeniale.

Che Gramsci fosse un rivoluzionario, non c’è dubbio. Che Gramsci volesse “tradurre” nella realtà italiana il pensiero politico di Lenin, non c’è dubbio. Che l’azione politica e teorica di Gramsci puntasse alla “dittatura del proletario”, non c’è dubbio. Come non c’è dubbio che abbia pagato con il carcere e la morte la sua militanza politica, mentre tanti liberali e tanti democratici facevano a gara per andare in soccorso del vincitore. Scoprire oggi tutto questo vuol dire non aver mai letto una sola pagina o un suo solo articolo. Il rilievo che faccio è se questa riflessione, che ha rappresentato uno dei momenti più alti nella storia culturale italiana del secolo scorso, possa essere ridotta sotto l’etichetta “pedagogia dell’intolleranza e della violenza”. “Bisogna cavar sangue anche da una rapa”, scriveva in carcere Gramsci, ossia bisogna dare importanza anche al più insignificante pensiero, o al più insignificante prodotto culturale.

A leggere questo libro di Orsini, un po’ di sangue magari c’è. Nel senso che esso ci parla più dei nostri tempi che non di Gramsci, ci insegna, cioè, a conoscere meglio questi tempi che non quelli in cui Gramsci è vissuto e ha operato. Ci insegna ad esempio come trasformare un pensiero complesso e profondo, come quello gramsciano, in una marionetta della storia, una marionetta che si agita contro i fantasmi postumi della storia. Ci insegna, ad esempio, come possiamo porre tutto sull’asse dell’attualità, e gettare nell’agone politico storie e figure piegandole ai propri fini e consumi. Ci insegna come si può fare carriera andando a scovare nel passato gli acerrimi nemici della democrazia (democrazia comunque posta nel mondo eburneo dello spirito). Ci insegna a capire come si può narrare oggi la storia semplificando il contesto storico, riducendo le passioni, le correnti vive e forti della storia a semplici scaramucce tra schermitori di fioretto.

ps. commenti scritti su http://www.lankelot.eu/letteratura/orsini-alessandro-gramsci-e-turati-le-due-sinistre.html#comment-73601

Un ottima lezione e ben documentata lezione di come si scrive la storia l'ha data Giacomo Tarascio: http://georgiamada.wordpress.com/2012/03/16/gramsci-tarascio-ridimensiona-saviano

Grazie a questa ricostruzione puntuale di Tarascio sono andato a riprendere gli articoli di Gramsci del 1916 e mi sono fatto un'idea precisa del contesto nel quale quelle espressioni estrapolate sono state scritte. Credo che questo sia il metodo corretto che ogni buon storico a servizio della verità storica e non degli interessi di bottega dovrebbe seguire.

Ciò che ho fin dall'inizio contestato era l'immagine disinvolta che questo storico offriva di Gramsci. Ho attribuito questa disinvoltura più allo "spirito dei tempi", al fatto cioè che oggi si tenti in ogni campo ad eliminare la distanza storica tra il proprio punto di vista e l'oggetto di analisi, a porre cioè tutto sul piano dell'attualità, come se fatti e vicende accaduti secoli o lustri fa fossero in realtà successi ieri. E' questo uso e "consumo" della storia che critico, e lo critico soprattutto per i danni che farà in futuro alla stesso lavoro degli storici.

Il testo di Orsini, ponendo ogni vicenda sul piano della sincronia, denota una mancanza assoluta di senso storico. La questione della tollerenza, dell'intollerenza, a questo punto, non c'entra più nulla. Se una nuova generazione di storici scrive la storia alla Orsini, non ci sarà più storia, ma solo attualità, giornalismo usato a fini di interessi di bottega. Domani sarà possibile arruolare qualsiasi personaggi storico nell'esercito che si preferisce, a seconda di come cambiano gli umori e le stagioni politiche. Ogni personaggio storico viene trasformato nella marionetta che allo storico più piace per farlo muovere nel teatrino che lui s'è costruito a sua immagine e somiglianza. Oggi è toccato a Gramsci e Turati, domani toccherà a qualcun altro. Perché non è solo Gramsci ad essere una marionetta nelle mani dello storico, ma anche Turati, in quanto il ritratto di Turati non corrisponde alla realtà storica. In senso weberiano, i due protagonisti sono stati trasformati in ideal-tipi, incarnazioni del bene e del male, della violenza e del rispetto, dell'intolleranza e della tollerenza, ecc; ma gli ideal-tipi, in quanto concetti o modelli di analisi, come insegnava Weber, vanno bene nella ricerca sociologica, ma nella ricerca storica noi non possiamo trasformare le persone concrete, che hanno vissuto pienamente il loro tempo storico, in ideal-tipi. Farlo significa appunto farle agire come marionette mosse dai fili dello storico.



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Ognuno di noi ha dei romanzi/racconti che sono degli amici cari con i quali ogni volta che stiamo insieme abbiamo sempre mille cose da dirci e da raccontarci  e con i quali  mai ci stanchiamo di parlare. Si sa, i veri amici non sono poi così tanti. Ecco i miei cinque più cari amici:

La morte di Ivan Il'ic, Lev Tolstoi

Senilità, Italo Svevo

Doktor Faustus, Thomas Mann

Il rosso e il nero, Stendhal

La letttera rubata, Edgar Allan Poe

 

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