.
Annunci online

Accademico di nessuna Accademia
letteratura
11 aprile 2012
L'eterna assenza


Credo che il periodo più intenso che ho vissuto sia stato quello tra la fine del ’75 e l’inizio del ’76. Ma mi chiedo perché lo scrivo? Lo scrivo per ricordarlo o per convincere me stesso? Avevo all’epoca quindici anni. Forse è l’età che mi fa dire questo. Un’età davvero bella. In che senso potrebbe esserlo? Di preciso non lo so. Era il periodo in cui ero innamorato di Fabiola. Stanotte l’ho sognata. Non mi parlava. Mi riserva ancora del rancore. Credo.

Quando mi sono svegliato ho pensato chissà se durante la malattia ha pensato qualche volta a me. Morire a trent’anni. Ho pensato chissà se s’è domandato se io fossi a conoscenza del suo male incurabile. Non lo ero. E a quindici anni mai potevo credere che le cose sarebbero andate come sono andate. Così tragicamente.

Nel sogno stava a fianco di Valerio. E non mi parlava. C’era qualcosa di epico in quel silenzio. Che m’ha scosso. Non potevo fare a meno di ripensare a quegli incontri innocenti tra i vicoli del paese. Vattene, vattene, lei mi ripeteva.

Quante parole volevo dirle quella sera del gennaio del ’76. Poi mi tornano sempre a galla. Vagano come sospese nella memoria. E ora neanche nei sogni riesco a dirle. Perché lei si rifiuta di parlare con me. E ne ha tutte le ragioni. Così, da un giorno all’altro smisi di parlarle. E lei non ne ha mai saputo la ragione. Forse, avrà pensato che mi fossi innamorato di un’altra. Chissà cosa avrà pensato. Chissà se durante la malattia mi ha pensato. E così anche lei ha smesso di parlarmi. Glielo volevo spiegare. Ma lei si rifiutava di parlare con me. Almeno in sogno, mi son detto. Nemmeno in sogno. Forse avrebbe capito che attraversavo un periodo difficile. Intenso, ma difficile. Un periodo in cui le decisioni sono difficili da prendere. Un periodo in cui s’osserva la realtà a rovescio. Ma lei era chiusa nel suo ostinato silenzio. E volgeva lo sguardo dall’altro lato della strada. Una strada completamente deserta e fuori dal paese. Sì, ho pensato, era bello quell’inverno del ’76 perché tante domande sono rimaste senza risposte, e mai più le troveranno. Nell’eternità. Perché non avremo mai più occasione di parlare, mai più modo di ridere. E lei continuerà in eterno a serbarmi rancore per un’assenza che tale rimarrà per sempre.




permalink | inviato da brunocorino il 11/4/2012 alle 18:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
letteratura
3 marzo 2012
Galileo, il topino di biblioteca

In un angolino remoto e lontano, situato nella fantasia di un illustratore dilettante, viveva, in mezzo a tanti libri di favole e di fiabe, un topino di nome Galileo.

Galileo, fin da piccino, aveva contratto la passione per la lettura. Era follemente innamorato di tutte quelle storie dove si parla di principi, fate e folletti. Quando era preso da una storia appassionante, si dimenticava persino di mangiare, e con le unghiette delle sue minute zampine sfogliava, una dopo l’altra, tutte le pagine fino a che non arrivava a leggere l’ultima parola.

Per questa sua strana passione, era preso in giro da tutti i suoi fratellini, i quali squittivano ogniqualvolta lo vedeva immerso a decifrare quegli incomprensibili geroglifici che gli umani chiamano lettere.

Bisogna dire che Galileo aveva un aspetto davvero buffo e divertente. Il topino di biblioteca se ne andava in giro con due enormi occhiali cerchiati in oro calati sul suo musetto appuntito, e tra l’orecchio aveva infilato una matita per sottolineare tutte le paroline che non conosceva. Ogni volta che leggeva una fiaba nuova il suo nasino cominciava ad arricciarsi e gli occhi miopi a orbitare come due piccoli satelliti intorno alla luna.

Galileo è un lettore pericoloso, temuto da tutti i favolisti. Se inizia a leggere una favola poco interessante, cominciava rigo dopo rigo ad annoiarsi. La noia si sa provoca dei lunghi e interminabili sbadigli. E così, sbadiglio dopo sbadiglio, il topino comincia ad avvertire un forte languorino sulla punta dello stomaco. Quello è il segnale che ha fame. Ma non avendo nessun pezzetto di formaggio da mettere sotto i dentini, Galileo comincia a rosicchiare le pagine. Rosicchia una pagina, ne rosicchia un’altra, fino a che la fame non gli passa, ma a quel punto la fiaba non c’è più.

Se, invece, la storia gli piace, si dimentica completamente di avere fame, ed è capace di rileggerla anche un centinaio di volte fino a che non la impara a memoria. Per questo motivo tutti gli autori di favole e fiabe temono la critica roditrice di Galileo.




permalink | inviato da brunocorino il 3/3/2012 alle 16:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa
letteratura
7 dicembre 2011
Della saggezza nascosta nella natura sin dalle sue origini remote


A un grande Moscone


Il fuoco, l’acqua, il vento e la terra: i quattro elementi contro i quali gli alberi devono quotidianamente lottare per sopravvivere. Contro la potenza del fuoco non hanno difese; il fuoco è il loro implacabile nemico! Nella loro esperienza secolare, le piante hanno sempre temuto il fuoco; soltanto quando arriva, all’improvviso, una pioggia torrenziale, “provvidenziale”, che possa spegnere l’incendio divampante, esse possano tirare il fiato, se nel frattempo il fuoco non ha completamente lambito le loro radici vitali o le loro fronde.

Per il resto, gli alberi hanno imparato nel tempo a difendersi dai loro nemici naturali. Ho scritto “loro nemici naturali”; in realtà, nei confronti di questi elementi essi hanno un rapporto ambivalente: da un lato sono quelli che possono distruggerli; dall’altro sono anche quelli grazie ai quali possono sopravvivere: come farebbe una pianta a nutrirsi se non ci fosse l’acqua e la terra? O a riprodursi senza la forza del vento che sparge dappertutto il loro polline?
Eppure, io dico che se l’umanità in genere osservasse meglio il corso della natura e lo rispettasse nel profondo della sua genesi e del suo sviluppo, acquisterebbe una saggezza riposta che nessuna lingua umana è in grado di insegnare!

Anzitutto, osserva l’arte della quercia: la sua forza proviene dalla terra. Ha un tronco frondoso e maestoso, le sue radici penetrano nelle estreme profondità del terreno. Da quel terreno, talvolta secco, talvolta arido, sa trarre tutta la sua linfa vitale. La forza e la potenza delle sue profonde radici danno alla quercia un senso di grande stabilità; non c’è forza di vento che possa scuoterla e piegarla; non c’è pioggia che possa percuoterla; e poi, i suoi rami sono generosi, accolgono nidi e ripari per quei piccoli animaletti che vivono smarriti nei suoi maestosi tronchi screpolati; la sua ombra diventa un riparo per tutte quelle piccole piante che temono la forza del sole e dà freschezza al terreno che la circonda. Così deve essere l’uomo: le radici della sua fede e delle sue credenze devono affondare nel terreno, alimentarsi di tutto ciò che la Terra gli offre. Impara dalla quercia a non lasciarti travolgere dalla aridità del terreno, a non disperare per il senso arido delle cose, cerca in esse il loro senso remoto, supera il senso arido delle cose, sii saldo nei principi e nelle fondamenta, resta tetragono nonostante le avversità della vita, e, soprattutto, sii generoso con coloro che vengono a contatto con te. Impara a proiettare le tue ombre o le tue immagini intorno a te e dai ristoro a chi sosta sotto il suo maestoso manto.



In secondo luogo, osserva l’arte del pioppo: un albero che cresce lungo le rive dei fiumiciattoli; ha un tronco poroso, leggero, affusolato, e sa elevarsi verso in alto, fino a toccare a volte la punta del cielo; ha profilo filiforme, ironico, ma sagace. Impara a conoscere la secolare pazienza del pioppo: non teme la burrasca; sa che l’acqua scorre sotto le sue radici; che nulla ristagna; e che è quello scorrere incessante ad alimentare la sua via. Egli sa che l’acqua è il suo nemico ma anche la sua forza, ed è con questa forza che il pioppo è riuscito a convivere: la teme, ma allo stesso tempo la domina. Così devi essere, uomo: leggero, proteso verso alti ideali, paziente, e non timoroso del divenire. Lascia che il tempo scorra sotto le tue radici, non lasciare che i ricordi ristagnino nella tua memoria. Il tempo deve essere la tua forza. Perciò, impara a saper attendere la piena e la siccità, l’abbondanza e la scarsità, a vivere il pieno e il vuoto, la presenza e l’assenza. Impara tutto questo osservando attentamente e con pazienza questo antico maestro.



Infine, molto potrebbe insegnarti la straordinaria saggezza del cipresso, che da tempi immemorabili combatte in silenzio contro la forza dei venti: i suoi rami si assottigliano nella crescita e si uniscono al corpo. Possiede un tronco flessibile, ma robusto; sa andare nel profondo del terreno, ma allo stesso tempo sa proiettarsi verso l’alto. Il cipresso trae il suo alimento dalla forza dei venti, poiché sa che sono essi a farlo crescere in armonia con la natura, senza la quotidiana carezza dei venti la pianta crescerebbe storta e senza direzione. Sono dunque i venti che sanno stimolare nel modo giusto questo albero, ed è dalla loro forza che il cipresso riceve quella giusta misura per crescere in proporzione. Ma il suo corpo sa lottare contro gli eccessi di questa forza, sa come evitare di esserne travolto.
Sii anche tu, uomo, ambivalente come il cipresso quando ricevi la forza degli stimoli, non lasciarti travolgere da questo eccesso, e impara a vivere con questa forza, impara soprattutto quanto gli stimoli siano indispensabili alla tua crescita e armonia, impara a conoscere la grazia con la quale il cipresso sa affrontare la forza dei venti, non lasciare che i tuoi tormenti crescano senza armonia. Assottigliati, dunque, quando la bufera degli stimoli percuota le tue membra, accoglie invece i suoi soffi quando arrivano leggeri sul tuo corpo. Impara a capire che soltanto un tronco robusto e flessibile come quello del cipresso può affrontare gli eccessi del vento.

E così, essere umano, impara a lottare contro i tuoi tre nemici, a convertirli, come insegnano le piante, in forze vitali: combatti il senso arido della vita, il divenire del tempo e l’eccesso di stimoli. Perché anche se tu sai che contro il fuoco della morte non hai armi, se osservi bene le piante, puoi anche tu lottare contro la morte: impara, dunque, cosa vuol dire rinascere, impara infine a vivere nell’eterno. Ecco perché ti dico: lunga vita alla Natura.




permalink | inviato da brunocorino il 7/12/2011 alle 11:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa
letteratura
30 novembre 2011
Anatomia di una mente morbosa (miniracconto). Il grigio


Guardo sulla parete la copia della stampa di Guttuso, e con la mente inseguo le tracce che le calze lasciano nell’aria.
Un nudo di donna che sin dal primo istante ha acceso la mia mente morbosa.
Il volto nascosto di donna, messa in evidenza nelle sue forme sensuali. Forse un rapido rapporto appena consumato o in attesa di esserlo.
Mi mette addosso un brivido di piacere.
Un voler tutto. Un voler niente.
E di questo lei è consapevole mentre furtivamente si riveste e raccoglie le sue cianfrusaglie sparse per la stanza.
Correre e andar via. Il più in fretta possibile. Come se la vergogna dovesse essere lasciata alle spalle o in quella camera dove ancora permane il fumo di tabacco che a fatica esce tra le fessure delle imposte.
E così la mia mente s’affigge a quelle scarpe i cui tacchi risuonano sul parquet come un’orchestra stonata.
Andar via da quell’atmosfera poetica e malata che la mia mente morbosa vuole ogni volta ricreare.
È difficile capire la mia venerazione per quella stampa di Guttuso, quanta morbosità proietta sui miei sensi.
È difficile e incomprensibile alla avvenente tabaccaia che ogni volta s’affretta ad andar via e che sin dal primo istante eccitò la mia mente quando di colpo la vidi girarsi per prendere in alto sullo scaffale i miei sigari.
Un profilo stagliato, intarsiato, immerso in una luce calda, soffusa, penetrata da un odore forte di tabacco, sensuale in ogni sua piega, petto slanciato e intrappolato in una stretta camicetta.
Fu in quell’istante che l’immagine della stampa di Guttuso e della tabaccaia si fusero come per magia.
Si sa: la morbosità è contagiosa.
Per questo so che tornerà ancora in questa stanza con la stessa frenesia con cui ogni volta tenta di scappar via….




permalink | inviato da brunocorino il 30/11/2011 alle 14:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
letteratura
24 novembre 2011
Racconto onirico (Terzo quadro)


«Allora?», chiese mio fratello al mattino, «hai ricevuto altre visite?».
Avevo ripreso le mie forze. La sensazione vissuta la notte precedente mi aveva lasciato nell’animo una leggerezza incantevole. «Sì», dissi, «ma credo che sia stata l’ultima visita». Mi sentivo completamente guarito. Lo stato delirante era finito.
«Allora, questa notte non è successo niente?».
Raccontai l’accaduto. Chissà, qualche linea di febbre permaneva… forse per questo le percezioni extrasensoriali arrivavano attutite.
«Ma tu queste “presenze”… sì, queste presenze che senti non dicono nulla, non ti parlano?».
«No, ma non si rivolgono neanche a me…». «È davvero strano! È proprio strano!».
«Lo so anch’io che è strano. Infatti, nemmeno io riesco a capire se sono uno spettatore o se sono parte attiva. Non so cosa dirti!».
«Ti ricordi del professor Tullio?».
«Quello che si dedica allo studio delle scienze occulte? Sì, ne ho sentito parlare…». «Una volta insegnava filosofia nei licei, ma ho saputo che da quando è andato in pensione dedica tutto il suo tempo allo studio di questi fenomeni. Dicono che è uno studioso serio. Secondo me dovresti parlarne con lui, magari è in grado di dirci qualcosa!».
«Sì, potrebbe essere una buona idea».

Bizzarre rivelazioni…
Il professor Tullio ascoltò il racconto con estremo interesse.
Il suo aspetto mi ricordava un ritratto di Charles Dickens.
Alla fine del racconto, commentò: «Non so come sia successo, ma il suo stato febbrile ha prodotto un ponte tra due realtà lontane nel tempo e nello spazio…».
«Cioè lei crede che non siano soltanto allucinazioni?».
«Veda, se lei in questo momento si trova qui a parlare con me, a meno che non voglia prendermi in giro…», stavo per interromperlo, ma con un gesto della mano mi feci capire che voleva continuare il filo del suo discorso, «ma ritengo che non siate il tipo, cioè intendevo dire che non si tratta di stabilire se le sue percezioni siano state delle allucinazioni o qualcosa di reale. Senza dubbio sono delle percezioni extrasensoriali! Come lei stesso ha detto è entrato in contatto con un’altra realtà. Ora si tratta di capire se lei è venuto da me per avere lumi sul meccanismo di queste percezioni oppure se vuole capire cosa significano questi messaggi».
«Sarei interessato ad entrambi gli aspetti!».
«Vedete, io sono considerato un mezzo pazzo, un mezzo stregone e un mezzo rimbambito. A seconda con chi parlate, generalmente le opinioni che corrono sul mio conto si dividono tra queste due mezze verità. Vi dico questo perché capite che c’è tutto il mio interesse a credere a ciò che m’avete raccontato…».
«Per quale ragione?». Domandò mio fratello.
«È semplice! Da anni e anni m’occupo di scienze occulte. Il mio interesse in realtà è nato da quando frequentavo il liceo. Ho fatto la mia tesi di laurea su Giambattista Della Porta, poi mi sono sempre più occupato di stregoneria, di sciamanesimo, di spiritismo. Mi sorprendono questi fenomeni paranormali, ma me ne sono sempre occupato come studioso. Non crediate che sia il tipo che si mette a fare sedute spiritiche, o a predire il futuro con un pendolino! Eppure per il fatto che leggessi e studiassi questi libri mi sono fatto la fama che voi conoscete. In realtà, a me non è mai capitata un’esperienza come la sua, però storie analoghe ne ho lette tante. Ci sono anche tanti scrittori che hanno trattato temi del genere. Pensate a Fogazzaro, a Henri James, a Edgar Allan Poe, o a Emily Brontë, per citare soltanto qualche nome. In un modo o nell’altro sono presenze che fanno parte della nostra esistenza…».
La stanza, nella quale ci aveva ricevuti, era immersa nella penombra: aveva acceso il lume posto sullo scrittoio rotondo su cui erano poggiati il famoso Picatrix e un altro libro dal titolo Viaggio nella notte di S. Giovanni. La poltrona su cui sedeva il nostro mentore era accostata di lato allo scrittoio, per cui i suoi capelli bianchi brillavano d’una luce azzurrina. «Cosa intende dire, professore, quando parla di un ponte gettato tra due realtà?».
Domandai, interrompendo il flusso dei suoi discorsi.
«Quando noi viviamo all’interno dei fenomeni naturali, i nostri sensi formano una sorta di corazza che serve a preservarci dai pericoli. La coscienza deve continuamente essere vigile per impedire di lasciarsi sorprendere dai rischi che incombono sulla nostra esistenza. Ciò ci rende come impermeabili a tutte quelle realtà che non rientrano nell’ordine delle cose naturali. Esistono però momenti della vita in cui queste difese vengono abbassate. Ora vi risparmio i motivi di questo abbassamento per non annoiarvi, e vi dico soltanto che è in questi momenti che la nostra coscienza diventa permeabile a flussi extranaturali. I sogni, per fare un esempio, s’avverano nel momento in cui il corpo e i sensi sono rilassati. Le immagini oniriche sono così nitide che anche al risveglio, come aveva notato Schopenhauer nel libro su’ La visione degli Spiriti, facciamo fatica a renderci conto che facevano parte di un sogno. Oltre al sogno, esistono altri momenti in cui le nostre difese s’abbassano: lo stato febbrile, che ha vissuto lei, è uno di questo; ma poi ci sono altri che vengono provocati artificialmente, ma di questi, se vi fa piacere, parleremo più tardi…».
«Non riesco ad afferrare il nodo del problema. Voglio dire non credo che uno stato febbrile ci metta in comunicazione con un’altra realtà. Vorrei capire se ciò che mi è finora capitato sia soltanto frutto di mie allucinazioni. In ogni caso», continui impedendo all’altro la possibilità di interrompermi, «in ogni caso, la prima sera che arrivammo in paese, quando vidi quell’ombra di donna dietro i vetri, ancora non avevo febbre. Allora mi domando: quell’ombra era una persona reale o un preludio delle mie allucinazioni?».
«Non è facile capire come avvengono queste cose! Ma è chiaro che lei sta vivendo delle esperienze fuori dall’ordinario. Si è materializzato un ponte. Per un attimo però dobbiamo abbandonare il buon senso!».
Il professore fissò a lungo il lume, come se s’aspettasse da quella luce fioca il segnale capace di squarciare il velo misterioso e di vedere oltre. Notai mio fratello, seduto sull’altra sponda del divano, fissare anch’egli quel lume, e scorsi un fremito di paura sulla sua faccia contratta. Si vedeva ch’era combattuto tra il restare o l’andarsene.
«Io credo che quell’apparizione sia la stessa donna che l’ha baciato la notte scorsa. Non è lei che è entrato in contatto con “loro”», disse calcando bene questo pronome, «ma sono “loro” che sono entrati in contatto con lei!».
«”Loro”? Loro chi?».
«La donna e il suo amante. Credo che l’amante conoscesse le arti magiche e ora sta rivivendo la sua esperienza mediante la sua persona! Sono loro che sono riusciti a creare un ponte!».
«Mi scusi, professore, ma adesso entriamo nel campo delle congetture o delle fantasie. Poniamo il caso per un istante che lei abbia ragione: in primo luogo dobbiamo credere che la magia sia davvero efficace, ma viviamo nel XXI secolo, professore, e queste credenze hanno fatto ormai il loro tempo. In secondo luogo, lei mi sta dicendo che questi misteriosi personaggi mi stanno usando per i loro fini!».
«Naturalmente lei è libero di credere o di non credere, ma la “persona”, se così vogliamo definirla per quieto vivere, che sta comunicando con lei avrà avuto dei poteri straordinari».
«Ma allora», intervenne mio fratello, «potrebbe addirittura trattarsi del demonio!».
«Lo escludo, anzi dai pochi segni in nostro possesso direi ch’era un uomo di chiesa; forse un inquisitore…».
«Un inquisitore?». Ripeté mio fratello
Ma…», dissi, «come avrà fatto costui ad entrare in contatto con me, a creare questa sorta di ponte? Non credo che abbia usato una formula magica!».
«Capisco che la cosa si presta all’ironia. “Lui” in realtà le sta facendo rivivere frammenti della sua esperienza. È come se il suo spirito fosse rimasto prigioniero da qualche parte. E ora ha bisogno di liberarlo. Ora se lui fosse un uomo di chiesa, come si può ipotizzare, l’amore provato sarà stato vissuto come uno stato peccaminoso, e chissà le loro anime saranno rimaste incatenate in qualche luogo. Ora lui sta usando tutta la potenza delle sue arti per potersi sciogliere da questo nodo…».
«Ma se così fosse potrebbe trascinarlo con sé!». Disse mio fratello.
«Non credo che questa sia la sua o la loro intenzione, vogliono tornare al punto in cui possono redimersi ed espiare le loro colpe o porre rimedio a qualcosa…».
«Perché hanno scelto me? Dove sono vissuti costoro? In che epoca, in che luogo?».
«Per avere queste risposte bisogna aspettare. Sul perché hanno scelto proprio lei una risposta potrebbe esserci: lei mi ha detto che si diletta a scrivere racconti, quindi è in grado di dar vita a dei personaggi immaginari. Ebbene, hanno scelto lei perché hanno bisogno di comunicare la loro storia, di farla conoscere al mondo. È una storia seppellita dai secoli, di cui non è rimasta tracce, nessun nome, nessun luogo, nessun documento; loro, fino a questo istante, è come se non fossero mai esistiti, e così la passione che li ha travolti è come se fosse sfumata nel tempo, vanificata; e forse davanti a questa evidenza non s’arrendono, vogliono vivere, vivere e vivere ancora, e in eterno, ma ciò che soprattutto vogliono far vivere è il loro amore, quell’amore che della loro esistenza sarà stato tutto l’emblema e il segno del loro destino; non vogliono rivivere ogni istante della loro trascorsa vita, ma soltanto l’istante della loro passione che li avrà condotti alla morte o all’oblio!».
«Ma ora che la febbre è passata, come faranno a mettersi in contatto con me?».
«Se lei non ha paura, posso fornirle una sostanza…». S’alzò e si diresse verso un mobiletto dal cui cassetto tirò fuori un sacchetto di lino: «È un estratto di Amanita Muscaria, i cui principi agiscono sul sistema nervoso; è una sostanza leggermente tossica, ma se viene usata con cautela non provoca nessun danno e nessuna dipendenza. Provoca soltanto delle visioni. Queste piante venivano un tempo usate dagli sciamani per compiere i loro viaggi tra gli spiriti. All’inizio ne faccia un uso molto prudente, poiché un forte shock può causare addirittura uno stato di coma. È sufficiente masticare un pizzico di queste essenze essiccate per avere degli effetti».

Uscimmo da quella casa scossi e scettici. Avevo in tasca il sacchetto. Forse le voci che circolavano sul conto del vecchio professore non erano del tutto infondate. Pensavo al recente passato e a quanto m’era accaduto, e continuavo a ripetere a me stesso: è se ci fosse qualcosa di vero in questa versione? Non è facile modificare, quando si è ormai maturi, le proprie opinioni intorno a degli argomenti. Io non ho mai creduto né agli spettri né agli spiriti, né mi sono mai fatto persuaso che le anime rimangano incatenate da qualche parte.
Camminavamo l’uno a fianco all’altro, in silenzio, sentivamo soltanto il rumore dei passi e delle suole strusciare e sfregare lungo il sentiero imbrecciato. Il cielo era illuminato dalla luce azzurra della luna. Camminavamo con prudenza per evitare di scivolare sulla breccia. Le ombre come giganti della sera s’allungavano, si stendevano per poi perdersi nel fitto della vegetazione.
Avevo la sensazione che qualcosa mi sfuggisse, come se quel vecchio affabulatore ci avesse nascosto qualche elemento importante. Avevo l’impressione di aver dimenticato di chiedere qualcosa di importante, ma non sapevo cosa.
Ormai mi vedeva del tutto rimesso, per cui la storia poteva anche terminare a quel punto. Non aveva quell’ansia curiosa che spinge a cercare in posti sconosciuti e a scoprire misteri irrisolti. Mio fratello era assai perplesso. Per lui tanto valeva fermarsi lì, e continuare la nostra permanenza al paese in tutta tranquillità e poi ripartire. A me, invece, questa storia cominciava ad assillarmi. Si trattava di andare oltre le Colonne d’Ercole e vedere cosa c’è al di là del mondo fenomenico.

Versi tagliati…

Leggere qualche pagina prima di addormentarmi. Di solito non leggo mai per due sere di seguito lo stesso libro. La lettura serale è un atto rituale. Non è tanto importante il momento in cui mi metto a letto e apro le prime pagine del libro, quando, invece, il momento in cui, prima di coricarmi, devo scegliere le pagine da leggere. In questo rituale a volte mi capita persino di perderci decine e decine di minuti. Quando sono davanti alla mia libreria per scegliere una lettura, prendo tra le mani un libro, lo sfoglio velocemente, poi lo rimetto a posto, e ne prendo un altro. A volte, come dicevo, vado avanti con questa scena fino ad arrivare a scorrere anche dieci o quindici libri, finché, alla fine, stanco di questo continuo sfogliare, arrivo al punto di dire a me stesso ora scelgo il primo libro che mi capita.
Scelgo di solito qualche raccolta di poesia. Addormentarmi leggendo qualche verso mi rasserena l’animo e non mi vincola a proseguire l’identica lettura la sera successiva. È una lettura priva di conseguenze. Finito di leggere un componimento poetico, posso finalmente addormentarmi, e lasciare che gli ultimi versi letti cullino il mio sonno.
Ora che ero completamente guarito, tornavano non solo le forze, ma anche le vecchie abitudini. Quando sono al paese, questo rito è piuttosto dimezzato, perché la scelta è piuttosto limitata. Nelle due serate precedenti, a causa dello stato in cui versavo, avevo saltato di compiere questo rituale bizzarro. Fu al quel punto che mi ricordai che prima di partire avevo acquistato su una bancarella un libro vecchio. Stava nella borsa di viaggio, avvolto in una busta di plastica. Cosicché, quella sera, non faticai molto a scegliere il libro della lettura serale.

Era un libro dal formato tozzo e maneggevole, trascurato nell’aspetto esteriore, anche se riportava sul frontespizio la data MDCXI, non era costato molto, perché si trattava di un tomo quarto di un’opera smembrata. Si trattava di un’opera di Sant’Agostino, scritta in latino,. Aveva una copertina rigida e dura, che conservava tutti i segni dei quattro secoli trascorsi. Il suo colore giallino era ricoperto da una patina di polvere che ne aveva cambiato l’aspetto. Soltanto sul dorso v’era riportata, scritto a mano, il titolo e l’autore:

S. Augustini
Questiones
Pars I
Ti IV

Gli spigoli delle pagine, sopra e sotto, erano leggermente rosicchiati. Sfogliando l’indice, capii che si trattava di commenti alle Sacre Scritture. Il frontespizio m’era piaciuto fin dal momento in cui lo comprai: in mezzo a una cornice arabesca v’era disegnata un’anfora dalla cui boccuccia fuoriusciva dell’acqua che innaffiava dei fiorellini, mentre alle sue spalle una nuvoletta dalle sembianze umane soffiava un venticello. Un motto, “A poco, a poco”, stampato in senso orario, sui bordi interni della cornice, circondava l’anfora.
Mentre mi dilettavo ad esaminare questo disegno, notai che ai fianchi della cornice v’erano delle scritte a mano cancellate con dei ghirigori molto incisi. Riuscivo a malapena a leggere un “Io” e una “F”. Provai a leggerle in controluce, ma il risultato non cambiava. L’inchiostro, che copriva la scritta, era denso e aveva finito con l’assorbirla del tutto. Sulla pagina bianca, a fianco del frontespizio, era riportato, in un corsivo nell’andamento più o meno elegante, ricco di svolazzi, di prolungamenti e di code, una frase in latino, ma la grafia risultava anch’essa indecifrabile.
Cominciai a sfogliarlo per vedere se anche nelle pagine interne vi fossero altre scritte aggiunte a mano. Era un tomo di 954 pagine, ma ad una scorsa veloce non notai nessuna aggiunta. Nelle pagine bianche in fondo al volume sul lato destro c’erano altre cancellature e una parola che si ripeteva disseminata in modo disordinato su tutto il foglio: “Non possum”. Sulla parte bianca della copertina interna si leggevano chiaramente questi versi:

Scioltasi la lacrima si spand[e]
Nel dolce turbinìo dei tuoi […]
E una voce tremula e vibran[te]
sussurra la notte vergine degli aman[ti]

Era una grafia piuttosto angolosa e rigida, dal tratteggio pesante, che a colpo d’occhio denunciava, in certe particolarità, la mancanza di spontaneità. Le ultime lettere di questi versi non si riuscivano a leggere perché sopra vi era incollata una strisciolina di carta su cui si leggeva un nome Sign. Egidio Domenico… Dopodiché la strisciolina era stata tagliata, per cui non si leggeva il cognome. Tutt’e tre le grafie in fondo al tomo erano riconducibili, così mi sembrava, a un’unica mano, mentre quelle trovate sulle pagine del frontespizio, quella grafia delicata ed elegante, mi sembravano scritte da un’altra mano, forse femminile. Riuscire a completare il senso delle altre parole era facile, ma capire quale fosse la parola che combaciasse con “amanti”, non lo era affatto. E purtroppo non mi sembravano versi conosciuti. Forse appartenevano a chi li aveva tracciati sul libro. Provai a leggere il termine scritto dopo “…turbinìo dei tuoi…”, perciò delicatamente con le unghia tentai di strappare quella strisciolina che copriva la parola, ma venivano fuori soltanto pezzetti di carta, e la parola che chiudeva il verso rimaneva celata.
Cominciai allora a congetturare sulla parola che potesse far rima con “amanti”: all’inizio mi venne in mente che fosse “canti” o “incanti”, ma non riuscivo a spiegarmi come la lacrima del poeta potesse sciogliersi “nel dolce turbinio dei tuoi canti o incanti”. Pensai anche di far combaciare il termine “amanti” con “fianchi”, ma il senso mi sembrava fuori luogo. Quel “tuoi” era rivelativo, poiché denotava il fatto che l’autore si rivolgeva nella sua mente a qualcuno. Immaginai, dunque, che il poeta o l’autore di questi versi, rivolgendosi a una donna, sciogliesse le sue lacrime su qualcosa che lo turbasse.
L’ossimoro creato dal “dolce turbinìo”, mi faceva pensare a qualcosa del genere: il turbinìo mi suggeriva un movimento rapido e incalzante, una danza vorticosa, mitigata però da quel “dolce”. Come se l’autore di quei versi avesse voluto esprimere non solo lo smarrimento della sua anima, ma anche il fascino delle sue inquietudini intime.
Il che mi portava a pensare che ci fosse qualche elemento fisico o spirituale della persona, a cui quei versi erano indirizzati, che turbasse l’animo del poeta. Ma per quanti sforzi facessi, nessuna parola mi veniva in mente che potesse dare un senso compiuto al verso. Ritornai allora sul frontespizio: m’era sfuggito il particolare che sotto la data stampata, ce ne era un’altra scritta a mano: “Giugno 1629”. Colto da un’improvvisa folgorazione, accostai le pagine del libro al naso: sentii di nuovo quell’odor di carta ammuffita e di sacrestia della notte precedente, e i battiti del cuore accelerare. Lo so che non c’era nulla di strano che quelle pagine conservassero quell’odore. Credo che tutti i libri, che hanno assorbito gli umori secolari delle stagioni, restano alla fine impregnati di quell’odore. Voglio dire non era quello l’indizio a condurmi sulle tracce di quella esperienza olfattiva vissuta la sera precedente, ma erano quegli esili indizi, esili come fili di seta, quelle parole cancellate, quei versi strozzati, quel ripetere più volte “non possum” a riportarmi a “loro”.

Attraverso una sottilissima filigrana, “loro” mi parlavano, come un tempo “loro” si parlavano. Forse lei lasciava i suoi messaggi scritti suoi sui libri preferiti, lui ne cancellava i segni, e poi preso da un impeto d’amore tracciava altri segni sul fondo del libro. Ipotesi labili, labilissime, costruite su una fragile ragnatela. Immaginavo che la sera del bacio fosse avvenuta mentre lui leggeva questi versi. Più ripensavo a quella scena e più avevo l’impressione che la chiave di tutto fosse racchiusa in quella parola nascosta. Anche se tutto mi sembrava assurdo, in quel momento ero come se non riuscissi a liberarmi da un incantesimo, ero ossessionato dalla curiosità di sapere quale fosse la parola enigmatica.
Non sapevo neanch’io in che modo quella parola, come dice il poeta, potesse darmi la formula che il mondo aprisse, che squarciasse il velo del mistero e che potesse finalmente dare pace al mio assillo. Fu nel corso di questa lotta magnetica e ossessiva ch’ebbi l’impulso a masticare l’Amanita muscaria; ero preso da un’indicibile tentazione di scoprire, di sapere se quel libro che stringevo tra le mani era il ponte che legava il mio destino al destino dei due amanti.
Confesso ch’ero terrorizzato: e se non fossi riuscito a controllare quelle visioni, cosa mi sarebbe accaduto? Quali mondi o universi nuovi avrei attraversato? Sarei riuscito a tornare indietro? Tirai fuori dal cassetto del comodino una strisciolina secca. L’annusai. Il profumo era simile a quello di un tartufo, ma conteneva qualcosa che respingeva. Ne spezzai un poco e cominciai a masticare. I minuti trascorrevano, e ogni secondo sembrava rallentarne il ritmo, non sentivo nessun cambiamento, forse ne avevo preso davvero poca o forse era un’invenzione di quel vecchio stralunato. Però la sensazione che il tempo, come i battiti del cuore, si fosse dilatato era netta; d’un tratto anche le meningi cominciare a pulsare, ed ebbi l’impressione che la testa volesse esplodere.
Il respiro cominciava a farsi affannoso. Smisi a quel punto di masticare. Tutto ciò che mi stava intorno sembrava ampliarsi, come se dentro ci fosse una sostanza che facesse dilatare e deformare le pareti e gli oggetti. Per non perdere il controllo della coscienza, ripetevo continuamente a me stesso chi fossi e dove mi trovassi. Ma sempre più percepivo che i confini tra la mia coscienza e il mondo esterno cominciavano a vacillare, come se tra i due mondi si fosse stabilita una connessione invisibile tale da farli pulsare all’unisono.
Avevo la percezione che la mia anima si stesse trasformando in tante molecole che staccandosi ad una ad una dal corpo cominciassero a vagare liberamente come polline nell’aria.
Non ricordo in quale punto preciso dello spazio, se negli antri della mia testa o in qualche parte del mondo ineffabile, perché tale distinzione non aveva alcun senso, vivevo – ma questo termine non so se rende bene l’idea – un incantesimo. Una voce diceva: «Soffriamo!». Di nuovo lo spazio fu sommerso da un aroma forte di cucina, e da un odore di carta e di cera che bruciava, anche se non vedevo nulla, questa volta percepivo rumori e suoni, canti e grida d’allegria, sebbene arrivassero attutiti come se provenissero oltre una porta chiusa. Un odore di mandorle, miele e zibibbo affluiva in quello spazio, mentre il liuto diffondeva una melodia soave, accompagnato dai cimbali e da un tamburo a membrana.

Lo scricchiolio leggero di una porta fece diventare la musica più forte e gli aromi più intensi.
«Tu?». Risuonò in uno spazio ignoto come colpo secco di tamburo.
Una porta si socchiudeva rumorosamente sui propri cardini e un respiro affannoso avanzava. «Tu», ripeteva la voce tagliente, «tu, non dovresti stare qui». «Hai letto i miei messaggi?». Era una voce femminile, dal timbro melodioso, una voce calda in preda a una emozione. L’altra diceva con tono perentorio: «Sì, ma non possiamo. Di là c’è il tuo consorte, va’ che t’aspetta». «Ho detto che venivo da te per un consiglio spirituale». Il tono di quella voce aveva un’aria maliziosa, di complicità sottintesa.
Una fragranza accattivante riempì lo spazio, un profumo intenso, avvolgente, riuscì a cancellare ogni altro odore. «Non possiamo…». Diceva quella voce tagliente, e ogni volta che ripeteva quel «Non possiamo», sembrava che la lama di quella voce perdesse il suo filo, e diventasse sempre più rotonda. Il profumo della donna risucchiava in una spirale vertiginosa ogni altra sensazione. Un senso di stordimento mi percuoteva le membra e di nuovo un bacio carico di desiderio m’inondò le labbra. «Siamo due peccatori…». Ripeteva la voce dell’uomo, stretta nella morsa ardente del piacere: «… due miserabili peccatori…». La musica proveniente oltre l’uscio s’era per un attimo acquietata, e s’era levata una voce che berciava: «Fiorenza, Fiorenza!». «Va’, va’», diceva l’uomo riprendendo il tono tagliente nella voce, «t’aspetta…».
Il profumo cominciò ad allentare la sua morsa, e pian piano cominciò a svanire. Man mano che il ritmo del cuore riprendeva i suoi battiti, gli oggetti e le pareti della stanza smisero di pulsare...

continua...


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. racconto onirico

permalink | inviato da brunocorino il 24/11/2011 alle 9:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
letteratura
16 novembre 2011
Racconto onirico (Secondo quadro)

Edmund Dulac (1882-1953)
Metamorfosi…

La febbre era scesa, ma mi sentivo tutto in subbuglio e in testa avevo un dolore opprimente. Mi trascinai per prepararmi un caffè. Vidi apparire mio fratello sui gradini della cucina. Gli chiesi se avesse sentito rumori o voci. Niente. Aveva dormito come un sasso.
«Vivo stati di allucinazione!». Raccontai dell’incontro con la bambina e la donna, delle voci della notte.
«Saranno stati gli effetti della febbre». Mi disse.
«Forse! Ma le immagini, le voci, i rumori sembravano reali! È come se stessi comunicando con un altro mondo!».
«Cosa vuoi dire?».
«Mi giungono frammenti di un’altra realtà. Ieri sera ho visto un’ombra di donna dietro i vetri. Quella figura cercava qualcuno… forse cercava me».
«Perché ti cercava?».
«Non lo so! Ma tra lei, la bambina, la vecchietta, il procuratore, l’uomo dalla voce tagliente c’è un legame invisibile».
«Vedrai, non appena la febbre cesserà, anche queste alterazioni scompariranno!».
«Mi dispiacerebbe, perché sento di essere in contatto con un’altra realtà, sto comunicando con qualcosa di diverso».
«E se si trattasse di un incubo?».
«Allora mi sveglierei».
«Non capisco».

Sentivo da lontano un suono di fisarmonica. La febbre cominciava a risalire. Entrammo in un antro di cantina. Si sollevarono grida di saluti. Mi trovai seduto di fronte a zio Giovanni. Aveva gli occhi lucidi e brilli. Una comitiva mangiava e beveva. Avevano allestito una lunga tavolata di legno. Tre ragazzi con in mano un bicchiere accompagnavano cantando il musicista.
Ci sedemmo di fronte a zio Giovanni e bevvi un primo bicchiere di vino.
Posai il bicchiere vuoto sul tavolaccio.
«Vuoi che te lo riempio io?». Disse zio Giovanni.
Qualcosa m’aveva disgustato nelle parole, nel tono, nel movimento delle labbra e degli occhi, nel modo di gesticolare.
Lo guardai torvamente e gli dissi con un sorriso di sfida: «Ti piacerebbe? Eh?!».
Lui si girò dalla parte di mio fratello e fece finta di non dare peso alle mie parole.
«Ti curi ancora della Cappella di Santa Maria?». Gli domandò mio fratello.
«Ah! Dovresti vedere come l’ho sistemata bene». Diceva il vecchio: «Ora è sempre ben pulita. C’ho sistemato pure i fiori ». Parlava di quella Cappella con grande orgoglio
«Lo sai», disse mio fratello, «che zio Giovanni da giovane voleva fare il sacrestano?».
«E sì!», sospirò il vecchio, «quando ero ragazzo mi piaceva servire la messa e suonare le campane. Riempiti il bicchiere, questo è un vino ottimo, hai visto come scende giù?».
Ogni volta che faceva riferimento al vino avvertivo lo stesso senso di disgusto.
«Dai, dai che ti verso altro vino!».
Dopo questo ennesimo invito notavo il suo sguardo farsi più cupido.
Poggiai il palmo della mano sull’orlo: «No, berrò più tardi».
«Racconta come t’è nata questa vocazione del sacrestano». Dissi mio fratello.
«Mi piaceva accendere tutte le candele della chiesa…».
Buttò giù un altro sorso di vino e il suo sguardo si fece più trasognato: «… fu durante la guerra… una notte di bombardamenti… la gente scappava… correva… scappava, avevo tanta paura… io ero rimasto chiuso nella sacrestia… ero rimasto chiuso con tre mandate».
«Cosa facevi in sacrestia a quell’ora di notte? Avevi una quindicina d’anni…».
«Ma sei proprio un impiccione! Vuoi un altro bicchiere di vino?». Disse il vecchio schermendosi.
«Allora, zio Giovanni, perché non racconti come mai sei rimasto chiuso nella sacrestia?». Domandai.
«Ma chi si ricorda più. Sono passati tanti di quegli anni!».
«Davvero? Perché ti ricordi delle tre mandate? Chi ti chiuse in sacrestia?».
Il vecchio era spaventato. Aveva capito ch’io avevo capito una verità che non dovevo capire. Lo guardai arcignamente negli occhi. Rimanevo avvolto nel mio cappotto nero. Si versò dell’altro vino con le mani tremanti.
Alzò lo sguardo su di me e mi domandò: «Chi sei veramente?».
Lo fissai, sentivo le sue parole risuonarmi nella testa. Poi sentii la mia voce che diceva: «Non importa chi sia io,importa chi sei tu».
Sbiancò.
Uscimmo. Sentivo tremiti freschi nell’aria e la febbre salire ancora.
Arrivammo sotto la chiesetta, mi chiese: «Perché ti sei comportato in quel modo?».
«Non lo so. So solo che avverto in me una sorta di metamorfosi…».
«Cosa volevi dire con quelle parole che tanto l’hanno spaventato?».
«Ho avuto l’impressione che il vecchio voleva confessarsi, giustificarsi di qualcosa di cui non ha colpa, consegnarmi il segreto della sua vita prima di morire».
«Ma non ti ha confessato nessun segreto!».
«M’ha rivelato tutta la sua esistenza, perché ha capito che io ho capito tutto, il suo passato e il suo presente, il suo vizio che col tempo ha voluto convertire in virtù, facendosi uomo devoto. Mi chiedeva anche l’assoluzione».
«Sono tue fantasie!».
«Può darsi! Ma io mi limito a raccogliere i pezzi che trovo…».

Visioni aromatiche…
Spensi la luce. Sentivo il verso monotono di un uccello notturno. Un presagio di morte. La febbre non era alta, ma non riuscivo lo stesso a prendere sonno. Ero abbastanza lucido e tutto sembrava tranquillo. Il mio organismo stava tornando normale. Niente più visioni, niente più stati di alterazione. Indugiavo in questi pensieri, quando cominciai a sentire nella stanza aromi di cucina Chi poteva a quell’ora di notte cucinare? Gli aromi si facevano più intensi. Odori di arrosto. Carne che bruciava sulla brace!
Altri se ne aggiunsero, sempre più intensi. La stanza inondata di sapori. Ero capitato – bendato e sordo – in mezzo a un banchetto. Ma non percepivo altro, né voci né rumori.
M’abbandonai a quella corrente odorosa, mi lasciai trasportare da quelle nuove sensazioni. Percepii un odore di carta ammuffita e di cera che bruciava, e l’odore d’arrosto si fece più intenso. Qualcuno leggeva soltanto, altri banchettavano o cucinavano.
Non sentivo nessun suono. L’unico senso attivo era l’olfatto. Cominciai a sentire una fragranza seducente, come se il viso di una donna si fosse accostato al mio. Più questa fragranza aumentava di intensità più il cuore batteva. Avvertii le mie labbra inumidirsi come se qualcuno mi avesse dato un bacio. Un bacio voluttuoso. Il mio cuore cominciò a pulsare più forte e avevo la sensazione di essere atterrito, ma allo stesso tempo preso da un’emozione indicibile.
Un bacio furtivo tra due amanti che hanno paura di essere sorpresi, ma che non sanno resistere alla tentazione di avere un contatto carnale. Nella testa si formò questo pensiero, e tutte le sensazioni di cui sino a quel momento avevo goduto in un soffio scomparvero.
La stanza ripiombò nella sua consueta quiete. Di nuovo riprese il canto dell’uccello notturno. E caddi in un sonno profondo e senza tempo…

continua...


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. racconto onirico

permalink | inviato da brunocorino il 16/11/2011 alle 11:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
letteratura
10 novembre 2011
Racconto onirico (Primo quadro)

Ombre… Tutto ebbe inizio nel momento in cui mi vedo mentre sistemo le mie cianfrusaglie nell’armadio. Era sera. Il chiarore della luna non riusciva a squarciare l’addensarsi delle nubi. D’improvviso la stanza si oscurò e scorsi un’ombra dietro la finestra che dava su un precipizio. Non riuscivo a capire di cosa si trattasse. L’ombra non si distingueva bene. S’appiattiva contro i vetri opachi. Mi sembrò una faccia.

Rimasi paralizzato da quella figura ignota. L’ombra, nonostante le mie grida, premeva ancora di più la sua faccia contro i vetri. Nel chiarore incerto della sera vedevo due occhi egizi, dal colore indefinito, che mi guardavano con fissità, e le palme delle mani appoggiate al vetro. S’alzò una brezza. I capelli dell’ombra svolazzarono in ogni direzione. Vinto lo spavento, afferrai un pezzo di legno vicino al vecchio caminetto e mi precipitai fuori. Ma non c’era nessuno e non poteva esserci nessuno. Restai per un pezzo a fissare quel precipizio. Chi era quella donna, se di donna si trattava, che all’improvviso era apparsa dietro la finestra? E come aveva fatto a comparire dal nulla?

Per riprendermi da quello shock, feci due passi per il paese. Cominciai ad avvertire un senso di spossatezza. Scosso da quell’emozione cominciai a sentire le ossa indolenzite. Sentivo la febbre salire, e la percezione della realtà che si modificava, che si frammentava in tante minuscole particelle: i miei sensi si disgregavano, e ognuno cominciava a percepire i fenomeni in modo scoordinato. Osservavo gli ultimi riflessi primaverili e le loro ombre fioche proiettarsi sui tetti, ma era come se fossi capitato nel bel mezzo di un film muto…

Quiete…

Le case e le viuzze erano avvolte da una quiete rallentata. Ascoltavo l’eco dei miei passi risuonare nel vuoto. Giunsi nei pressi della chiesetta, e nello spiazzetto, fui rallegrato dalla vocina di una bimba che saltellava e cantava una filastrocca:

Povera Marina,
povera piccina,
sempre stanca,
sempre affranta…

Erano versi che io stesso avevo scritto, ma tanti, tanti anni fa. Come faceva quella bimbetta a conoscere questo ritornello? Mi avvicinai e, inchinatomi, domandai chi le avesse insegnato quella canzoncina. Lei, timidamente e con occhi smarriti, mi indicò col ditino una persona che stava alla mie spalle, e della cui presenza non mi ero affatto accorto sino a quel momento: «Mi dica, signore…».

Era una donna sulla settantina, aveva un viso bellissimo, luminoso, due occhi chiari e persi nel vuoto, guance scavate da rughe profonde che le davano un aspetto sacerdotale. Cinse la bimba con le sue mani.

«Ero curioso di sapere da chi ha sentito la filastrocca che cantava». «È una filastrocca antica, che anch’io ho imparato quando ero piccina…». Ero turbato, pensai che, forse, anch’io l’avevo sentita in un tempo remoto, e poi creduto d’averla scritta io. Sentivo la febbre salire! Sentivo assordanti rintocchi di campane martellarmi le tempie. Nel mio delirio, ogni rintocco sembrava un secolo trascorso.

La vista cominciò ad appannarsi. La donna e la bambina diventavano sempre più opache. Socchiusi gli occhi, e le due figure erano scomparse nel nulla. Cosa mi stava capitando? Mi toccai la fronte, era calda. Sarà la febbre. È la febbre, continuavo a ripetermi. La febbre cominciava ad alterare la mia percezione della realtà, e faceva apparire e scomparire le cose! Quando le campane smisero di suonare, nella testa avvertii un senso di vuoto. Non capivo cosa mi stava succedendo. Era il mio delirio a dare forma a quelle percezioni? Ebbi la sensazione di vivere in un mondo senza vita. Anche il cielo taceva, tutto taceva, non sentivo niente, soltanto il rumore pesante dei miei passi urtare contro l’asfalto…

Si dice che quando i sensi si chiudono, s’apre il senso dell’anima… forse era ciò che mi stava capitando…

Voci…

Sentivo brividi di freddo per tutte le membra e la sensazione di assistere alla disgregazione del corpo. Misi due tre quattro coperte, ma niente riusciva a scaldarmi. Un sudore cominciava a inondarmi. Avevo chiuso tutte le imposte. Sopra la mia testa sentivo i passi di mio fratello, e quei passi nella mente si trasformavano in tante bollicine.

Facevo fatica ad addormentarmi. Mi giravo e rigiravo sotto il peso delle coperte senza riuscire a trovare quella posizione giusta che potesse propiziare il sonno. Non saprei dire quanto tempo fosse trascorso e non avevo né la forza né la voglia di accendere il lume per guardare l’orologio. Ogni tanto brividi di freddo si intensificavano. Battevo i denti.

Dopo ogni minuto trascorso, avvertivo accrescere un senso di stordimento e un ronzio nella testa.

Le immagini assumevano forme bizzarre, grottesche, surreali; si stendevano, s’allungavano, mutavano, si dilatavano; l’una entrava nell’altra; un particolare, un dettaglio, una tessera scompariva sotto forma di un palloncino che si sgonfiava e un altra se ne presentava, e non riuscivo a trattenerne nessuna in particolare. Una sarabanda! Sentivo la cantilena della bimba e il sorriso della donna, il rintocco delle campane, il cigolio di una porta che si apriva, l’abbaiare, scale ondeggianti, rumori di passi, catene cigolanti, un secchio d’acqua che si rovesciava, una pioggia scrosciante che sbatteva contro i vetri…

Quando la stanchezza e la spossatezza presero il sopravvento, quando stavo lentamente scivolando in un sonno leggero e la mente cominciava a veleggiare su acque tranquille e calme, mi destò di colpo una voce: «Soffriamo!».

Sobbalzai! Avevo “visto” distintamente quella parola. Visto, non sentito. Era statuaria, tanto che avrei potuto quasi toccarla. Era una voce icastica, ne avevo addirittura avvertito la corporeità, e la avevo visto al buio! Non si trattava di qualche luce bianca o di qualche spettro personificato. Nulla di tutto ciò! Avevo soltanto “visto” quella voce provenire fuori dalla mia mente, circoscritta in uno spazio fisico.

Nello stato in cui mi trovavo, attribuii al mio essere semicosciente quella percezione generata dal mio stato febbricitante. Quell’esperienza inedita e sconosciuta, quella frammentazione della realtà, m’aveva sorpreso. La mente mescolava questi pensieri in modo confuso e io facevo di nuovo fatica a darle un po’ di tregua, cercando inutilmente di dormire.

Poi un’altra voce: «È stato un viaggio allucinante!».

Questa volta l’avevo sentita, ma non riuscivo a distinguere se provenisse da fuori o se l’avessi sentita dentro la stanza. Aveva perso l’icasticità, ma m’era sembrata reale. Mentre della prima non ero neanche riuscito a capire se si trattasse di una voce di uomo o di donna, di un adulto o di un vecchio, quest’ultima m’apparve chiaramente una voce di un uomo non tanto giovane. Rimasi in attesa. Ma non sentivo nulla, solo il silenzio della notte! Doveva essere proprio notte fonda, e in quel punto sospeso del mondo non sentivo neanche un lamento di cane o di gatto! I brividi di freddo erano cessati, le immagini avevano ripreso la loro sarabanda, e così nella quiete notturna finii di nuovo per addormentarmi, ma soltanto per qualche istante, quando fui svegliato da un fragoroso rumore di zoccoli di cavalli che percorrevano un selciato di pietre. Cavalli che trainavano una carrozza. Nel luogo dove a malapena poteva passare un ciuco!

Mi spaventai. Questa volta a prender consistenza e spessore, ad assumere i contorni inquieti della realtà erano i fantasmi della mia mente delirante. Era la mia mente allucinata, pensai, che mi fa sentire queste voci e questi rumori!

«Avete fatto un buon viaggio, Padre Procuratore?».

«È stato un viaggio allucinante».

Aprii gli occhi. Non vedevo nessuna scena, né ombre, né fantasmi, soltanto voci e rumori; avevo sentito di nuovo la stessa voce dell’uomo non più giovane.

«Le colpe saranno riparate!». Era una terza voce, così tagliente da farmi rabbrividire. Eppure m’era sembrata una voce familiare. Sentii uno schiocco secco di frusta e un voce incitare: «Ah! Ah! Ah!».. che si perdeva nel nulla.

Avevo la gola secca e ripresi a tremare sotto le coperte, ma non avevo le forze per alzarmi. Riuscii con fatica ad accendere il lume sul comodino. Sentivo un vortice nella testa. Presi il termometro e mi rifilai sotto le coperte. Avevo quaranta di febbre! Le voci, i rumori erano scomparsi, ed era tornata quella quiete notturna, poi, come se avessi voluto rievocarli, gridai nel mio delirio: «Le colpe di chi?». La voce che sentii risuonare nella stanza era simile a quella tagliente!

Venni infine risucchiato in un vortice di immagini confuse…

continua...


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. racconto onirico

permalink | inviato da brunocorino il 10/11/2011 alle 21:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
sfoglia
marzo       

Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom
Resta aggiornato con i feed.

blog letto 1 volte

OkNotizie Leggi la mia intervista su Whohub
Chiedi un opinione su qualche argomento:


Motori ricerca Dettagli giordanogiordani.ilcannocchiale.it Paperblog

Liquida

Licenza Creative Commons
This opera is licensed under a Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 2.5 Italia License. free counters

La verità è brutta: abbiamo l'arte per non perire a causa della verità.
F. Nietzsche, Frammenti, 16 (40) 6, 1888.

"Non è affatto vero che l'artista esista anche se incompreso. A lunga scadenza l'artista incompreso cessa di esistere, sparisce di circolazione..."

EUGENIO MONTALE

Aggregatore 

Sulla rivista online

leggi: Il filosofo e il poeta: Saba/Colorni

http://www.scrittinediti.it/blog/2011/04/07/il-filosofo-e-il-poeta-sabacolorni/

 

Amo la poesia di Dante per la sua compostezza. Amo la poesia di Catullo per le sue laceranti passioni. Amo la poesia di Leopardi per la sua concezione della vita aderente ai suoi versi. Amo la poesia di Majiakoski per i suoi versi fragili e irruenti. Amo la poesia di Esenin per il respiro della sua terra. Amo la poesia di Gozzano per la sua ironica malinconia. Amo la poesia di Montale per la sua sapienza. Amo tutti i poeti che hanno dato un gusto nuovo alla vita.Non amo Carducci per la sua vanità. Non amo D'Annunzio per la sua falsità. Amo Pascoli, ma solo a metà. 

 

Chi volesse leggere in versione integrale

I colori della vita e altre storie
Il prodigio. Racconto onirico
Rocciacavata
.
può cliccare
http://www.centoautori.it/Opera.aspx?Page=autore
 

Il vero mistero del mondo è il visibile, non l’invisibile.
Oscar Wilde

E' bello doppo il morire vivere anchora...

Il racconto Latebre di desiderio è pubblicato in Vino veritas

Il racconto La casa diroccata è pubblicato in "Era una crepa nel muro. Il giallo"

Il racconto Notte di cielo stellato è pubblicato in

 

Il racconto "L'abulico" è pubblicato in "L'ACCIDIA" 

Cop_L'accidia ANTEPRIMA.jpg

 Il racconto "Sulla punta di un grammofono" è pubblicato in "L'INVIDIA"

 Cop_L'invidia ANTEPRIMA.jpg

 Uno stralcio del "Prodigio" col titolo "Il prestito" è pubblicato in "L'AVARIZIA"

Cop_L'avarizia ANTEPRIMA.jpg

La poesia "Scivolo nel sonno..." è pubblicata in "LA NOTTE"

Cop_La notte ANTEPRIMA.jpg

 La poesia "A te che Venere non sei, ma le somigli" è pubblicata in "BELLEZZA"

Cop_Bellezza ANTEPRIMA.jpg

La poesia "Il fissato" è pubblicata in "DANZANDO NEL SAPORE DELL'UVA"

 Cop_Eros ANTEPRIMA.jpg

La poesia "Il Funambolo" è pubblicata in "SCANTINATI PER MEDUSE E FIORI DI CRISTALLO"

Cop_Scantinati per meduse e fiori di cristallo ANTEPRIMA.jpg

La Poesia "Fritto misto" è pubblicata in "LA GOLA E I VIZI CAPITALI"

Cop_La Gola ANTEPRIMA.jpg

La poesia "Nostalgie" è pubblicata in "MALINCONIA. I GRANDI TEMI DELLA POESIA"

Cop_Malinconia ANTEPRIMA.jpg

La poesia "Corpo teso" è pubblicata nell'antologia QUANDO LA PELLE NON CI SEPARAVA

 Cop_Quando la pelle non ci separava ANTEPRIMA.jpg

La poesia "Aurora - Attenti al titolo" è pubblicata nell'antologia LA VITA CHE TI DIEDI

   Tecnica mista su tavola 40x40

 SOLIDARIETA' ORGANICA

  

IL MODO CORRETTO DI MORIRE

 

NON TI SCORDAR MAI DI ME

 

OFELIA

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ASPETTANDO UN NOME

OTIUM FELIX

FOTO D'EPOCA

 

Ognuno di noi ha dei romanzi/racconti che sono degli amici cari con i quali ogni volta che stiamo insieme abbiamo sempre mille cose da dirci e da raccontarci  e con i quali  mai ci stanchiamo di parlare. Si sa, i veri amici non sono poi così tanti. Ecco i miei cinque più cari amici:

La morte di Ivan Il'ic, Lev Tolstoi

Senilità, Italo Svevo

Doktor Faustus, Thomas Mann

Il rosso e il nero, Stendhal

La letttera rubata, Edgar Allan Poe

 

Questo blog si presenta sotto forma di appunti personali, e come tale non segue un vero filo logico nel corso del tempo. Il presente blog non costituisce testata giornalistica, non ha carattere periodico ed è aggiornato secondo la disponibilità e la reperibilita’ dei materiali ivi contenuti. Pertanto, non può essere considerato in alcun modo un prodotto editoriale ai sensi della Legge n° 62 del 7.03.2001.