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Accademico di nessuna Accademia
letteratura
9 marzo 2012
Non i poeti, ma le loro poesie non muoiono


 A Edith Piaf

Ciao passerotto

I poeti muoiono, perché i poeti sono esseri umani, e, come tali, soggetti alla morte.
Sono soggetti alla morte come lo sono alle umane debolezze.
I poeti amano, odiano e bramano, come odia, brama e ama ogni essere umano.
I poeti sono esseri che consumano la loro vita nel tran tran quotidiano, s’arrovellano come sbarcare il lunario ogni giorno, si preoccupano del domani perché sono degli esseri umani che vivono e piangono come qualunque essere umano.
I poeti sono vanitosi come tutti gli esseri umani. Ai poeti piace ricevere riconoscimenti perché le carezze fanno bene alla loro esistenza. Lo aiutano a sopportare meglio le privazioni della vita.
Negare l’evidenza di questi semplici fatti, magari credendo di fare un favore al poeta, significa negare alle radici l’essenza stessa della poesia, perché la poesia è vita strappata con forza alla morte, a quella morte davanti al cui cospetto i poeti devono soccombere come ogni essere umano.
Non i poeti, dunque, ma le loro poesie non muoiono, perché sono vane creature che vivono nell’etere, leggere e trasparenti come l’aria che respiriamo.
La poesia non muore perché la poesia non ha corpo, non ha gambe per camminare, ma ha soltanto un cuore da far pulsare, un’emozione da far sgorgare, un brivido da far sentire.
E le emozioni non muoiono come i poeti, quantunque i poeti devono morire mille volte per dar vita a una sola emozione.




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letteratura
15 febbraio 2012
La storiella dell'Acca Mutina


C’era una volta uno splendido villaggio abitato da tante consonanti e da tante vocali.
Quando le consonanti si accoppiavano alle vocali sapevano creare insieme delle meravigliose armonie. Ognuna di loro aveva un bel suono, ma quando stavano insieme la bellezza di quei suoni come per magia si moltiplicava. Certo, tra le vocali qualcuna era un po’ chiusa, o più ritrosetta, dava poca confidenza quando s’accompagnava alle consonanti, però ce n’erano altre più aperte ed espansive, alle quali piaceva prolungare i loro suoni. Altre volte, stranamente, qualche vocale aveva un atteggiamento grave, se ne andava in giro tutto pensierosa come se guardasse in alto verso il cielo e non si curasse di quel che le accadeva intorno. Altre vocali, invece, a scuola si mostravano davvero brillanti e acute. Ma tra tutte queste consonanti e vocali ve n’era una in particolare un po’ sfortunata.
Tutti la chiamavano l’Acca Mutolina, perché sin dalla nascita non aveva mai imparato a pronunciare un suono.
Ebbene, la piccola Acca Mutolina a tutti le consonanti e a tutte le vocali era un po’ antipatichina. Quando le capitava di uscire con la “O” o con la “A” se ne stava sempre in silenzio, e questo modo di fare confondeva le idee a ogni piccino: ci va la Mutolina o non ci va? Si chiedevano dilemmaticamente ogni volta che vedevano in mezzo al rigo una A o una O passeggiare in solitudine. Lei, la piccina, non sapeva che dire.
Allora i piccini dovevano andare dal signor Grammatico per capire che il signor “Anno”, padre dei dodici mesi, non sopportava la compagnia della poverina. Non voglio, gridava con la sua voce cavernosa, che mi si confonda ogni volta con quell’essere del compare “Avere”! Io ho una mia dignità, non faccio l’ausiliario, il domestico di tutta quella genìa di verbi!
E poi, la poverina, era soprattutto antipatica per la sua forma. Sembrava un scaletta, “H”, ma aveva solo un piolo: che mai utilità poteva avere una scaletta cosiffatta? Avessi avuto almeno due pioli poteva servire almeno a salire in cima. E, poi, era anche, diciamocelo, un po’ grassottella, con quella pancina birichina faceva sempre ridere le sue sorelline. Non era affatto graziosa la piccola Mutolina!
Toglietela di torno, gridavano tutte le altre vocali e consonanti, tanto non cambia nulla se uno scrive “hanno preso un granchio” o se scrive “anno preso un granchio!”, sempre lo stesso granchio ha preso! Questa Acca Mutolina serve solo a complicare la vita dei bambini! Eliminiamola! Eliminiamola! Gridavano in coro tutte le vocali e consonanti!

La piccina se ne andava tutta sola e sconsolata, quando incontrò per caso il signor Sorriso, il quale le chiese perché fosse così triste.
Dopo aver ascoltato la sua storia, il signor Sorriso le domandò: ma se tu sparisci come faccio ad esprimere la mia risata? Così: “aaaaaaaaaa…”? ma questa non somiglia affatto a una risata, ma più a un grido di dolore: mettiti in mezzo, piccina, e ascolta come cambia tutto il senso: “ahahahhahahhah!!!!” Visto come sei importante? Va’ dalle tue sorelline, e chiedi loro se sono in grado di esprimere le risa senza la tua presenza! Perciò, piccolina, quando tutti ti dicono che sei bruttina e inutile, tu prendi una bella rincorsa e scivola veloce verso una grande, grande e immensa risata: ahahahahahhh…….




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letteratura
8 novembre 2011
Nescio, che facio alor? er poeta de seconda mano
 

…è inutile che rifaccio il verso a D’Annunzio Pascoli Carducci,
dejà vu dejà entendu…
gli autunni e le stagioni sono sempre uguali
non cambiano colori se li canto in versi sciolti o in rime sparse..
né sprigionano profumi nuovi…
settembre andiamo è tempo di migrare
l’autunno è giallo
l’inverno è bianco
lenta la neve fiocca, fiocca,
sempre fiocca la neve pe ‘l cinerëo,
dejà vu dejà entendu…
e non credere che la mia emozione
siccome è “mia” allora è nuova,
io sol l’ho vissuta
e or mi delizio a teco raccontarla,
e te la rimando con questi accenti riflessi e circonflessi,
te specchiati e dimmi se non pruovi
l’identica mia emozione!
Mescolati alla mia lacrima,
al mio tormento,
al mio lamento,
al mio amor struggente,
alla mia sete crudele,
alla mia fame vorace,
aliena la tua mente…

***********

Ma io non sento niente,
o meglio: dejà vu dejà entendu!
nescio, che facio alor?
er poeta de seconda mano…




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letteratura
31 ottobre 2011
Accetto la mia sorte

Ho incontrato l'ennesimo stronzetto,
che poi a pensarci bene
è sempre uguale
è sempre lo stesso,
cambia soltanto un poco nell'aspetto,
ma non è affatto un tipo raro,
anzi m'è talmente familiare
da sembrare l'ombra mia che mi cammina.
Chissà, mi dico, forse è il mio karma,
sì, qualche antica pena da scontare,
forse un debito ancora da saldare,
perché me lo ritrovo sempre lì
ad aspettarmi al molo
dove approda la mia sorte,
puntuale come la morte,
tanto che alla fine mi rassegno
e dico: accettalo,
forse è soltanto un segno del destino.




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letteratura
19 ottobre 2011
Requiem significat*


Da che tempi o ammassi
sempreterni folli
tu prendi il piscio
dalla catena oscura
e ne fai lordura
ch’assomiglia al topo al granchio
al verme che striscia & liscia
negli anfratti bassi
dell’avvenuta storia
senza nulla chiedere
perché chiedere è obbedire lercio
è sfregio è rantolo
di catastrofica morte
è picco è ricco
è buono e santo
e si capisce solo quando
tutto è fatto
in questa dannata sorte?


* Come scrissi in un sito e in risposta a un commento, questi versi erano (e restano) un piccolo omaggio al poeta Andrea Zanzotto...
sì, i poeti (quando è possibile) bisogna omaggiarli in vita, omaggiarli post mortem vuol dire esaltare soltanto la propria vanità! Infatti quelle stesse persone che non sopportano versi "spoeticizzati", in quanto non conformi all'immagine tutta liricizzata che coltivano della poesia, sono poi le stesse che portano i loro penosi commentini sotto le poesie di questi grandi poeti. Per costoro i poeti valgono dopo la morte, in vita i loro versi sono piscio e non limonata. 



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letteratura
15 ottobre 2011
Caro Lettera32
 Guercino - Sansone catturato dai filistei
"...bisogna avere in sé ancora il caos per partorire una stella danzante"
Nietzsche


Caro Lettera32,
mi rivolgo a te, anonimo filisteo, e non certo a Bruno, perché sono i malati che hanno bisogno della cura e non certo i sani, gli esuberanti e i traboccanti.
Sono sei anni che scrivo per blogs, siti letterari vari e Forum culturali d’ogni sorta e sono sei anni che ti scandalizzo e ti provoco come un moscone pungola un cavallo sudato.
Ascolta bene: come ti ho detto tante volte, non la metto sul piano personale.
Non so chi sei, non so come vivi e sinceramente non me ne frega molto.
Qui stiamo parlando d’idee, di poesia, di tecniche letterarie e di comunicazione, di passione per l’immaginazione, di mitologia, insomma lascia correre come il solito, la lettera (32) e cerca di capire lo Spirito.
Quante volte ti sei attaccato ai cavilli per cacciarmi fuori dai tuoi cyberspazi, borghesuccio?
Quante volte mi hai attaccato, censurato, disturbato con i tuoi insulsi regolamenti ed esiliato?
Tu non sopporti che persone come me e Bruno siano loro stessi i blog di se stessi (perdonami il giro di parole).
Non patisci la nostra autonomia psicofisica e spirituale, ti stanno troppo sul cazzo!
Non sopporti che noi siamo eccitati, appassionati, devoti alle nostre idee e per questo sempre pronti a metterle in discussione.
Oggi abbiamo molti, troppi addetti alla cultura che nelle idee vedono solo l’utile o l’amore per la propria persona o la Fama massmediatica.
Noi le idee le amiamo, le viviamo, le scopiamo.
Non capisci come possiamo essere pluralisti e democratici in politica e nel sociale e gerarchici e ultrameritocratici in arte.
Certo, nei tuoi siti ognuno è libero di scrivere quello che vuole ma non può evitare di condividere i suoi risultati.
E se questi danno gioia o tristezza, se sono vitali, susciteranno dibattito, energia creativa ed ermeneutica, una risposta umana.
Quando vedo qualcuno nei tuoi Forum che pensa solo ad arricchirsi con un’idea, che comincia a menarsela su come potrà aiutare la sua vita, che cosa potrà fare per il suo matrimonio o se può aiutarlo a rimorchiare, gli ricordo:
“Oh, tipo, questo modo di fare uccide l’idea, la poesia, lo Spirito!”
Ti sei mai chiesto perché si sono salvate l’Iliade e l’Odissea e non migliaia di altre opere del mondo greco omerico?
Ti sei mai chiesto perché nel medioevo, gli amanuensi hanno copiato fino allo sfinimento “Le metamorfosi” di Apuleio e di Ovidio e hanno tralasciato migliaia di altri componimenti consimili?
Perché l’essere umano è pervaso da una forza che si chiama talento e questa energia ha sempre avuto un unico tribunale nel corso dei tempi: i lettori.
Tutti i più grandi autori sono stati voraci e sensibili lettori.
I tuoi regolamenti, Lettera32, rispetto all’universale tribuna dei lettori sono solo polvere e cenere.
I lettori sono incuriositi e si appassionano a quegli autori che soffrono e s’infiammano per le loro idee creative.
Si affezionano e si legano a quegli scrittori che sono capaci di afferrare un’idea e capire che ruolo gioca, vedere in che direzione va e soprattutto sanno goderla e gioirne.
La gioia di quel libero gioco, magneticamente li contagia e anche loro si sentono allegri e in estasi, liberi dalle catene dei condizionamenti economici e sociali; sollevati dalle menate del loro stesso Ego.
Per te, Lettera32, le idee sono solo qualcosa da vendere in un Centro Commerciale e così la tua fregola di uguaglianza è solo un pretesto ipocrita per smerciare meglio le tue saponette.
“ Siete tutti uguali, tutti bravi, tutti scrittori ERGO tutti consumatori.
Accomodatevi al banchetto per acquistare l’ultima opera di Pinco Pallo: “Sudoku tardoromantici’.
A noi non ci freghi, filisteo.
Ti ribalto l’accusa: tu sei l’autoritario che vuole rendere a forza, tutte le persone eguali per farle diventare dei consumatori e acquistare le tue idee trasformate in merci.
Io che credo nella gerarchia del genio e dei lettori, li tratto come persone che hanno sufficiente potenza per governarsi da sé.
Non hanno bisogno di arbitri o di mercanti paternalistici che li dirigano come bambocci: desiderano solo SPAZIO PER ESPRIMERSI, per giocare con le loro idee creative, libere e autonome.
Hai capito allora?
Il Moscone è il sito di se stesso!
Un Moscone
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E sì, Mosco, siamo un popolo di poeti, narratori e navigatori...
popolo che aumenterà in maniera esponenziale nel tempo del web; lettera32 dice che sarà sempre il popolo a scremare i migliori...
sarà la democrazia a selezionare i migliori come avviene in tutte le buone democrazie (Scilipoti insegna!)...
nell'arte deve valere, secondo lettera32, lo stesso principio che vale nelle democrazie:
è la volontà popolare con i suoi click a decretare chi è artista e chi non lo è:
ogni click un voto, mille click mille voti. Oooohhhh!!! Esclamerà il popolo: mille click!! Evviva è nato una artista! E' nato un poeta: ooooohhhh!!!
Ma che ha scritto sto' poeta?
Nel buio chiuso della notte
m'inquieta la tua ombra
sento il respiro della tua voce
che mi sussurra all'orecchio....
oooooh! che meraviglia! versi di squisita fattura! una perla una perla una perla!
e così via all'infinito! Sbadigli? Noia?
Quante di queste (diciamo) poesie passano quotidianamente nel web? Fatti un giro, se hai tempo, Mosco: a migliaia a migliaia a migliaia...
Lettera32 dice: le migliori resteranno!
No, lettera32, resteranno tutte, non le migliori! Nel web tutto viene archiviato, le buone e le cattive.
Il web è democratico per principio costituzionale, il web non fa nessuna scrematura, il web è un processo autopoietico, si autoalimenta all'infinito.
Il web non è un luogo dove s'applica il processo di selezione naturale di darwiniana memoria: il web non conosce qualità, non sa cos'è una selezione naturale: come un mostro mitologico ingoia tutto indifferentemente, i buoni, i giusti, i dotti, i preti, gli intellettuali decadenti, i poeti casalinghi, i bancari narratori, i mercanti e tutti gli impotenti! Nessuno si salva...
Lettera32 s’illude: sono i click, sono i click….
No, lettera32, non sono i click a selezionare i migliori; ancora crede e si illude ingenuamente che sia sempre la democrazia dal basso a salvare i migliori: non capisce lettera32 che se in mezzo a due parole c’infilo un bel paio di chiappe non sa quanti click poi m’acchiappo! Per un po’ di tempo, però, perché  anche quelle belle chiappe vengono ingoiate dal nostro Leviatano e sostituite da altre chiappe/acchiappo; e così via.

Allora chi ci salverà da questa deriva mostruosa?
Il nome, il nome che diventa mito, un nome che sa alimentare il suo stesso mito, perché quel nome è simbolo di novità, di innovazione, è come il marchio di Duchamp sulle sue opere “cesso”: quel cesso è opera d’arte perché c’è dentro il mito di Duchamp, altrimenti sarebbe soltanto un cesso…
Guarda la luna, però, e non il dito…
Non credere che chi scrive una cagata sarà scambiata per un’opera d’arte…
Un mito non scriverà mai una cagata…
Rimbaud “scrive” la sua ultima opera d’arte nel momento in cui si rifiuta di scriverla: quell’opera non scritta è stata scritta dal suo mito…
Senza il mito/Rimbaud quell’ultima fase della sua vita avventurosa sarebbe stata soltanto una delle tante migliaia di vite avventurose…
Ma Rimbaud era già un mito non per i click ricevuti in vita, bensì perché la sua opera è stata simbolo di rottura radicale con tutto un modo di fare poesia…
Ora, non credere che le cose siano semplici, che basti affermare una cosa nuova per alimentare il proprio mito, anzi le cose diventano molto più difficili, in quanto occorre vedere ciò che tutte le lettere32 di questo universo non riescono a vedere; e vederlo non basta neanche; bisogna anche saperlo dire, in modo che chi vivrà in un prossimo futuro si saprà riconoscere in quelle parole…
e così che nasce un mito...

bc




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letteratura
14 ottobre 2011
Non lasciare le tue impronte digitali
Ascolta Chaos,
la banda dei salami
suona ancora la sua orchestra
dolci suoni suoni molesti
continuerà sempre e ancora
a suonare la sua orchestra
inseguita da una folla acclamante
clap clap clap
trascinandosi scimmie ammaestrate
cani giocolieri clown e altra gente di mestiere
avvocati banchieri aspiranti poeti
gente in cerca di riscatto
innamorata della lettera32
-------------
tac tac tac
senti come battono sui tasti?
tasti testi tosti tic tac tic tac
pene d'amore che si perdono nel cuore
cuori nella tormenta
cuori infranti
spezzati innamorati
.............
offri a quest'orchestra altri accenti
nuovi suoni
ingarbuglia la matassa
e soprattutto
non lasciare le tue impronte digitali!



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letteratura
13 ottobre 2011
Domande di un Moscone a un Filosofo, a proposito della nuova scrittura Web

 Domande di un Moscone a un Filosofo,
a proposito della nuova scrittura Web.
- Operetta amorale di Bruno Corino e il Moscone -

Svolazzando da un sito per aspiranti scrittori a un Forum letterario.

il Moscone, un autore dilettante che si era formato leggendo i classici dell’Ottocento e del primo Novecento, si accorse che il modo di scrivere degli amanti delle belle lettere si era ormai trasformato.

Non era tanto questione di mode frivole o di gusti personali ma era avvenuta un’autentica mutazione antropologica.

Nei classici che aveva letto e (alcuni) studiato con passione, l’intreccio della trama era strutturato in modo d’esprimere il potenziale dell’opera gradualmente, lentamente, con grandi trovate nel montaggio scenico, per arrivare a culminare in scene sublimi e memorabili tipo “La leggenda del Santo Inquisitore” di Dostoevskij.

Romanzi che richiedevano anni di tempo ai loro compositori.

Ora osservava, nei siti e nei Forum dediti alla scrittura, il proliferare di racconti e narrazioni varie a un ritmo spaventoso: migliaia di elaborati ogni giorno invadevano la Rete!

Lo stesso valeva per le poesie.

Giacomo Leopardi impiegò l’ultimo anno della sua vita, per comporre solo due poesie, “La ginestra” e “Il tramonto della luna”, limandole e correggendole un’infinità di volte.

E ora i poeti Web erano capaci di produrre come operai alla catena di montaggio, centinaia di migliaia di versi al giorno.

Com’era possibile?

Spaesato, confuso e alienato il Moscone si rivolse a un suo amico che faceva il consulente filosofico, il Filosofo per l’appunto.

Gli spiegò il suo disorientamento e domandò:

- Tu come la vedi?

Confesso che questo dubbio del Moscone mi ha dato molto da riflettere…

Leggere una pagina virtuale non è come leggere una pagina stampata.

La pagina virtuale, come direbbe Marc Augé, è un non-luogo, è una pagina non identitaria; nella pagina stampata restano incisi i nostri segni (la sottolineatura, la nota a margine, il punto esclamativo, interrogativo, la macchia di caffè, l’odore di fumo delle sigarette, una macchia di smalto o di rossetto, la polvere del tempo, la traccia di zampetta del mio gatto, ecc.), segni che si stratificano nel tempo, che invecchiano insieme al lettore, ecco perché a volte è difficile separarci da un libro che ci accompagna da anni nella vita, e che in qualche modo ormai ne è parte, come l’arredo della nostra casa.

La pagina virtuale non ha odori, non ha macchie, non ha cancellature, essa è sempre uguale a se stessa, ogni volta che l’apro è come se l’aprissi per la prima volta, anche se l’ho aperta migliaia e migliaia di altre volte. Questa pagina non assorbirà mai gli odori o i tratti della mia identità o della mai storia, essa rimarrà sempre là in attesa del prossimo viandante.

È dunque una pagina dove il lettore non sosta, non pianta la sua tenda o la sua casa, non poggia i suoi oggetti o la sua memoria, è una pagina di passaggio. Questa, in fondo, è la surmodernité, e chi allestisce questa pagina sa che il suo lettore non è un ospite ma un viandante, un nomade, non è uno che sosterà su quella pagina ore e ore, giorni e giorni, a volte intere settimane, come capita alla pagina stampata, ma è uno che permarrà una frazione di tempo, cinque, sei otto minuti, per poi recarsi altrove, e sa anche che per allettare il suo viandante a trascorrere un po’ di tempo nel suo non-luogo l’autore gli deve offrire qualche distrazione, una musica di sottofondo, immagini, titoli a caratteri cubitali, un qualcosa cioè che lo induca a restare un po’ di più, oltre almeno una frazione di secondo giusto il tempo d’aprire e chiudere immediatamente la pagina, come fa il lettore quando si vede davanti una “mappazza” di parole.

Intendiamoci, la colpa (si fa per dire) non è né di chi scrive né di chi legge: è il mezzo o il medium che lo impone. E non crediate che chi scrive per la pagina virtuale sia un superficiale e sia invece profondo chi scrive per una pagina stampata! Se andiamo indietro nel tempo, accade la stessa cosa che è accaduta quando un’opera cominciò a circolare con caratteri a stampa anziché manoscritta. Il libro divenne un oggetto di largo consumo, la “lingua” s’abbassò, si semplificò, quei, “conciosiacosaché”, “nondimanco”, “acciocché”, ecc., di colpo invecchiarono, sembravano avverbi d’altri tempi; la sintassi si fece più asciutta, più sobria, non più tutte quelle lunghe circonlocuzioni per esprimere un semplice concetto. Avvenne una rivoluzione lenta nel mondo delle lettere, ma vi fu uno smottamento che chi viveva a quei tempi non sempre riuscì a percepire.

Allora mi sono chiesto: cosa vuol dire essere assolutamente moderni? Vuol dire scrivere nella consapevolezza che stai scrivendo una pagina virtuale, cioè non scrivere più, come finora hai scritto, pensando che la tua sarà una pagina stampata. Essere moderni allora vuol dire adeguare la tua scrittura al medium? Scrivere, adunque, una pagina che saprai già in anticipo che non sarà giammai un luogo identitario, una pagina capace d’offrire al viandante stimoli diversi (visivi, auditivi, concettuali, emotivi)?

Chi scrive, insomma, devi sapere che il suo viandante virtuale è un recettore di stimoli di natura molteplice, per cui quanto più stimoli riesce la tua pagina virtuale a offrirgli tanto più potrai dire d’essere riuscito a scrivere una buona pagina.

In sostanza, Moscone, essere moderni vuol dire “semplificare” la via al lettore, spianargliela, eliminare tutti quegli intoppi che distrattamente possano farlo cascare? La modernità sta in questo o nel fatto che adesso anch’io, anche tu o lui o lei disponiamo di un medium attraverso cui possiamo far giungere la nostra voce a una quantità inimmaginabili di persone senza passare attraverso la “tirannia” delle case editrici? Attenzione però: questo medium è nelle mani di chiunque, e chiunque può scrivere il suo messaggio. Il rischio qual è? Quello di generare un totale appiattimento. Tutti vogliamo avere più lettori, ma per avere più lettori bisogna semplificare loro la vita, scrivere cose “belle” ma generiche, scrivere cose accattivanti, usare uno stile brioso, leggero, soffice come un bagnoschiuma, insomma bisogna sempre più stendere la linea in senso orizzontale, sino al punto che tra me e il Moscone non si nota più alcuna differenza, eliminiamo a poco a poco tutte le nostre differenze, il nostro specifico stile, diventeremo tutti uguali sino a che un giorno scriveremo tutti la stessa poesia o lo stesso racconto, diremo tutti le stesse cose con lo stesso linguaggio. L’eccesso di modernità può avere anche le sembianze di quest’incubo. Ecco perché, e concludo, dico che per essere moderni non devo essere io ad adattarmi al medium, ma devo saper adattare il medium al mio stile.

- Caro Filosofo, secondo me si pone un altro problema a questo punto: non c’è il rischio che l’autore, lo scrittore Web, venga espropriato della propria identità?

Stiamo assistendo a sistematiche violazioni dei diritti d’autori, a plagi su scala industriale, a scambi d’identità e a una generale confusione e scambi di personalità.

Ad esempio, autori famosi come Coelho, regalano in Rete certi loro romanzi gratis, solo per il gusto d’esserci – nel Web – e d’essere riconosciuti.

In sintesi: se il Medium è più potente dell’autore, non rischia di rubare la sua identità?

Caro Moscone, la pagina virtuale è un nonluogo perché è impossibile esternare la propria "identità".

Il processo di espropriazione della propria identità era già stato avviato con il libro stampato.

La pagina virtuale ha accelerato tale processo portandolo alle sue estreme conseguenze;

nel manoscritto, per farti un esempio, tu potevi rilevare le tracce della presenza fisica (storica) dell'autore (cancellature, sottolineature, impronte, odori, umori, ecc.), quelle stesse che sono poi passate al lettore quando legge nel tempo un libro stampato;

l'identità di cui parlo è questa: quella presenza storico-fisica che s'è incisa sulla carta, non parlo di un'identità anagrafica, astratta...

l'unico modo che un autore aveva per non alienare la propria presenza storico-fisica era lo "stile", che diveniva il suo modo d'essere, il suo modo d'esprimersi, l'ultimo lembo a cui aggrappare l'identità, quello che ti permette di riconoscere una pagina di Proust o di Joyce.

Con la pagina virtuale questo processo di disincarnazione è portato, come dicevo, alle estreme conseguenze: è vero tra me e te c'è feedback, ma io e te siamo esseri disincarnati, siamo o abitiamo in questi istanti in un nonluogo, interagiamo finché siamo in un ambito virtuale.

Tu dici "esternando la propria identità": io non ti esterno la mia identità, perché finché vivo sul web non ho identità, io esterno parole, concetti, idee, ma non riesco a esternare il luogo in cui vivo e scrivo.

Allora mi domandavo, scrivendo in un nonluogo, in un luogo privo d'identificazione storica, come posso oggi "preservare" la mia identità? Era questo il dubbio che Mauro m'aveva sollevato con la sua obiezione; mi sono chiesto, appunto, cosa vuol dire essere "moderni" o vivere nella surmodernité... cosa vuol dire vivere nel mondo della "finzione" o dell'apparenza? e quindi mi chiedevo cosa vuol dire mettere in scena la finzione e come posso metterla in scena? quale stile, quale linguaggio usare? uno stile alto, medio, basso?

Un italiano medio, alto, prosaico, aulico? E' qui che mi domando: qual è quello che esprime meglio il mio essere? quell'italiano che ho appreso sui banchi di scuola, sui libri di lettura, o in televisione, al cinema, sui fumetti, ascoltando canzoni, leggendo poesie? usando immagini, filmati?

- Un’ultima domanda, Filosofo: alla fine della fiera, noi amanti delle belle lettere, dobbiamo stare dentro o andarcene fuori, da questo Medium?

In sintesi dico: su questo Web o siamo fuori e stiamo dentro.

Se stiamo dentro il lettore della Rete, come hai ben intuito, è pervertito dallo stesso Medium: vuole musica, capoversi pirotecnici, immagini, sceneggiature filmiche e montaggio, montaggio... ah, il montaggio è il perno della tecnica Web, un montaggio assoluto che divora intreccio e fabula.

Sul web il lettore non vuole rompersi le palle nemmeno un attimo: immagini rutilanti, musiche, sangue di flames a fiotti, qualche istigazione al porno subliminale e qualche ammicco di rimorchio...

Non diciamoci palle: è questo che la maggioranza vuole, omologandosi di brutto come ben dici.

Per Dostoevskj a veniva dopo b e c e d, per il Moscone la sequenza giusta è a z g h l a s !

E il paradosso è che lo stesso Moscone è un ottocentista in lettura!

Questo dialogo virtuale tra un Filosofo e un Moscone è una sorte di operetta amorale dei tempi moderni: non stiamo predicando ma ISPIRANDO chi legge e chi scriverà in futuro.

Annunciamo la venuta di un nuovo mondo e di un nuovo modo di far poesia&letteratura! E così sia…





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letteratura
8 ottobre 2011
Latente sinfonia di morte

La sera me ne vado in via Barletta,

a sentir l’aria che tira,

tanto non ho niente da fare

e ascolto il mormorio dei rigagnoli

neri che si dileguano monotoni

tra questi marciapiedi

e s’uniscono alla mia voce

sempre uguale sempre la stessa

in queste lunghe code

non cantano neanche i fiori alla

finestra ovale che si nascondono

ombre solitarie

nel silenzio della quiete in questo

istante che sfibra come cera

ad ascoltarli insieme

dicono qualcosa ma non so cosa

i rigagnoli sono esseri strani,

mormorio atono che

odorano di sera

rattristano le pietre

tengono accese le tenebre

e accompagnano la mia discesa.




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letteratura
5 ottobre 2011
Delle cose nascoste del mondo sin dalle sue origini...

                             A René Girard

 

Trac si stacca e si spezza la vita,

si crea la rima: ma valeva la vita?


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letteratura
29 settembre 2011
Variazioni sopra un verso di Marino Moretti (1885-1979)


Da giorni c’è un verso che mi martella nella testa,
Piove. È mercoledì. Sono a Cesena,
trattasi famoso incipit A Cesena nella raccolta Il giardino dei frutti di Marino Moretti

…non è un bigliettino appiccicato dal poeta al fine di informare sua cara famigliola pessime condizioni meteorologiche Cesena – stop – o dir o far saper luogo ove trovasi giorno mercoledì – stop – …
Ecco, non è un’informazione, non è una notizia diffusa a privato uso…

Eppure, se qualcuno, dopo anni dalla sua morte, avesse trovato tra le sue carte un bigliettino con su’ scritto Piove. È mercoledì. Sono a Cesena senza conoscere seguito non avrebbe mai saputo se in realtà fosse verso/disperso o foglietto sperso, “postit” d’altri tempi insomma…
dubbio avrebbe arrovellato la di lui coscienza: inizio di un verso, aborto poetico? O altro?
o trattasi, semplicemente, di messaggio scritto sul primo fogliaccio capitatogli tra le mani?

Chissà….
In mancanza di contesto specifico, quell’enunciato rimarrebbe esposto a limbo ambiguità, in eterno:
è informazione o “altro”? Questione indiscernibile… direbbe il Leibniz teutonico…
Noi sappiamo che non è un’informazione. Sappiamo che il poeta non voleva comunicare a suoi parenti et amici ove trovassesi quel giorno e che tempo facesse a Cesena. Sappiamo, appunto, che è il primo verso di nota poesia. Assodato che trattasi di verso di famosa poesia, cosa comunica suo Autore? Niente! Come niente? Marino Moretti, lui di persona, uomo nato a Cesatico nel 1885 e vissuto tra città natale e Firenze, firmatario del manifesto antifascista di don Benedetto Croce, etc. etc. purtroppo non comunica niente… O che blasfemia dice cotesto omo?!? Forse che non pare abbastanza evidente che il succitato poeta comunichi sua crepuscolare malinconia? C’è tutta: la pioggia, la sorella sposa, il grigio borgo, la tristezza, l’ombra grigiastra, etc. etc. insomma che te tu vuoi di più? Che ce lo scrivesse a tergo: “poesia melanconica”?

Calma, calma, buonuomo, io ti dico che Moretti – Autore esterno – non comunica niente, anzi forse il giorno che buttò giù i primi versi il poeta, l’uomo era allegro e gaio come non gli capitava da tempo perché rapito da forte demone creativo. Non ho le pruove, ma capisci cosa intendo dire? Intendo dire, lui, Marino, la persona non c’entra un bel niente. Te lo assicuro. A Cesena non mi parla della di lui malinconia, ma della Malinconia. Se lui voleva parlare della malinconia a sé o a qualcuno avrebbe scritto qualcosa di questo tipo: “Sono a Cesena, in visita a mia sorella da poco sposatasi.. come è triste questa città… poi oggi che è mercoledì piove pure, etc. etc.”. Vedi, buonuomo se lui avesse voluto parlare della sua malinconia si sarebbe più o meno espresso in questi termini, certamente più raffinati dei miei, ma il tono non sarebbe cambiato di tanto… lui avrebbe informato qualcuno di come si sentiva quel giorno, e in quell’ora, ne avrebbe spiegato le ragioni, se ne aveva voglia, per filo e per segno… e se poi, a distanza di anni avessimo letto questa lettera avremmo saputo come Moretti si sentiva quel giorno… ma in fondo, a pensarci bene, a me o anche a qualcun altro come si sentisse quel giorno il tal Moretti non sarebbe importato un bel niente, che l’avesse scritto in verticale o in orizzontale! Chi non ha avuto la giornata uggiosa? Chi non s’è sentito oppresso da un senso di malinconia o di solitudine almeno una volta alla settimana nella vita? Non ci trovo nulla di strano, nulla di interessante. Insomma, il poeta, l’uomo non m’informa su un suo stato d’animo quando decide di scrivere un verso, l’Autore non mi comunica un bel nulla. E se lo facesse gli risponderei: senti fratello, puoi chiamarti anche Moretti Marino, ma io ho già tanti guai che non mi va d’ascoltare i tuoi anche se me li metti in versi o in prosa! Avrai pure una vita interessante, piena di emozioni, ma ne parliamo a cena magari attorno a un calice di vino amaro!

Sono a Cesena,
in visita alla mia povera sorella sposa,
e piove, e ciò rattrista il mio animo,
…………………………………….

Se tu Moretti avessi scritto questi “melanconici” versi, e m’avessi chiesto: “Senti come sono malinconico in questi versi?”; io t’avrei risposto: “Ti sbagli, Marino, questi versi non sono affatto malinconici, forse lo eri tu mentre li buttavi giù. Vedi, Marino, in questo sono un po’ kantiano: non è perché tu mi parli per iscritto di monete sonanti, io ne sento il suono, così: non è perché tu mi parli in rime di malinconia io ne odo il timbro. Il concetto è così semplice che lo capisce anche un bambino. Non ti pare?”.

Ma che vai cianciando, diamine! Egli mi parla di Cesena, della sua sorellina, de’ “il nonno ricco del tuo Dino”, insomma, mi parla delle cose della propria vita! È vero, è vero, è tutto vero, ma non ha importanza, può darsi pure che il Moretti fosse figlio unico (si fa per dire), la qualcosa non cambierebbe punto. Son cambiati i tempi! Tutto qua. Il buon Cesarotti o il divino Metastasio t’avrebbe parlato non di sorelle o amanti sue, ma di Aminta, Megacle, Licida, Alcantro, Aristea; non senti che nomi belli? Magari sotto le vesti antiche di Argene, il Trapassi ci vedeva i moti e gli affanni della sua ultima amata, il dolor del suo commiato e il rapido furtivo bacio, e da poeta esperto avrebbe detto dell’Amor e dell’Amicizia, con eleganza e, secondo il suo consueto stile arcadico, li avrebbe messi assieme in scena, travestiti da due pastorelli. Allora, che vuol dire? Il Trapassi non aveva le giornate tristi? Non era anch’egli uomo come il Marino?
Ma la poesia è sfogo, è anima che si proietta in parole, è manifestazione di stato d’animo, è umore… vale a dire, invece di ingurgitare sana camomilla, e aspettar che il manifestato umore passi o cessi è meglio scriverci su’ quattro versi? Fa bene al tuo organismo spurgare in versi il cattivo umore? O bene! Allora, fallo, spurga, sputa fuori la tua gioia o la tua delusione, mettila pure in versi o in rime, ma ciò non toglie che infine trattasi di “sana” terapia, di “cura” alla tua malinconia, e se funziona, intendo dire se ciò alla fine ti guarisce, ti solleva l’umore, ti provochi effetto catartico, fallo e fallo pure bene se ti riesce. Ma non restarci male quando il tuo lettore non si commuove, non rimane scosso dal tuo terapeutico sfogo! Ma come t’ho parlato di un bimbo a cui sfugge di mano un aquilone a significare quando la vita sia crudele nei confronti di chi è fragile e tu non ti commuovi? O sei un insensibile o non capisci un tubo! Volevi che ci mettessi anche un cane per moltiplicare l’effetto? Ma no, dico io, è che me lo potevi dire anche a voce! Se trattasi di storia inventata o immaginata non vedo il motivo del perché commuovermi, se trattasi di storia vera capitata a tuo figliolo mentre correa sulla spiaggia, t’avrei risposto: “Mi dispiace… per il dolor provato dal bimbetto”, cioè t’avrei manifestato tutta la mia commozione per l’accaduto, così come avrei fatto nel caso in cui tu m’avessi comunicato scomparsa di tuo parente affine…

Vedi, per dirla brutalmente, a me del contenuto non me ne frega niente! Che sia bello o brutto è uguale. Che Moretti sta a Cesena, un mercoledì qualunque in visita a sua sorella a me sinceramente non importa niente! Ciò che a me importa è la poesia A Cesena e non Moretti che neanche conosco!
Insomma, in questa poesia si mette in moto all’improvviso quel processo descritto da Mario Luzi secondo il quale un vocabolo comune (Piove), una qualunque parola (Mercoledì), legandosi ad altre quasi con algebrica precisione, crea un circuito che brucia tutta la quotidianità! In questo “bruciare” muore il “segno linguistico”, quello usato ai fini della comunicazione pragmatica, quel segno brucia perché, appena buttato dentro il fuoco della comunicazione pragmatica, immediatamente si consuma, come un pezzetto di carta, dopo aver assolto il suo compito: “Mercoledì sono a Cesena”, sms comunicato da amico ad amica, appena assolve sua funzione informazionale cessa di esistere, finisce nel cimiterio delle cose dette o scritte, svanisce. Altro è segno linguistico quando supera soglia del livello pragmatico, e non absolve compito di comunicare proprio moto d’animo: in questo andare oltre limite, come insegnano valenti semiologi, nasce surplus di comunicazione letteraria per cui il segno si configura come ipersegno. È ipersegno che guida autore implicito nella suddetta lirica, e non autore reale a guidare segno come capita comunicazione pragmatica. E trattasi di ipersegno poiché i «“significanti” in poesia, se, da un lato, rimandano pur sempre ai ‘significati’, dall’altro si costituiscono invece come entità autonome e, al limite, depositarie esse stesse di senso» (S. Agosti). In poesia o testo letterario ogni “significante” rimanda a complessa articolazione di significanti supplementari: fonetici, timbrici e ritmici. Quindi, cambia completamente statuto del segno. Siamo su un altro piano, non più quello della comunicazione pragmatica, ma letteraria: su questo piano il segno non è più “tocchetto” che arde in veloce combustione, ma potenza, forza che si sprigiona ogniqualvolta gli si dà voce. Recitato in mille modi, reiterato più e più volte, testo letterario aumenta sua potenza, sua combustione, suo valore: nulla si consuma, nulla si distrugge, ma tutto si compie.

letteratura
8 settembre 2011
Il vecchio lupo malandato e la giovane pecorella

"Me so' spogliato de tutti li vizi",

disse un giorno il vecchio lupo alla pecorella,

"mo' possiamo stare assieme e vivere felici.

Come vedi so' tutto spelacchiato,

la dentatura è marcia,

le forze più non me sorreggono,

camino a stento con un bastone in mano,

oramai m'accuntento d'una semplice brodaglia

che mi prepara 'a sera comara volpe

giusto pe' placa' la poca fame che m'è rimasta in corpo.

Adesso che so' vecchio e stanco

vorrei redimermi de li peccati commessi in gioventù

e domandar perdono a tutta la tua specie

pe' quante volte me son nutrito d'un tenero cosciotto".

Rispose allor belando la giovane pecorella:

"Giacché avete dichiarato d'esser in cattiva sorte

e di non poter più nuocere alla mia specie,

poiché vi vedo in questa condizione malridotta,

allor vi faccio il piacer di metter fine alle disgrazie vostre".

E così la pecorella prese in mano il bastone

e spaccò in due la testa al vecchio lupo.

Non lo fece mica per vendetta,

ma perché una volta tanto nella vita

bisogna pur provar cosa vuol dire

sentirsi gagliardo e forte come un lupo.  





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letteratura
26 agosto 2011
Arco teso


La mia condizione è d’essere un Arco, strumento di vita che genera morte, ma anche fonte d’infinite metafore. Metafore che sanno di passaggi, perché io stesso sono un passaggio, dalla vita alla morte, dall’amore all’odio, passaggio di vita e di trionfi, di giochi ed armonie, passaggi storici, epocali, passaggio della forza terrena che attraverso il corpo in tensione tra due estremità fa scoccare la sua freccia implacabile.

Potenza che si libra nel sibilo, forza che si tende nell’attimo, braccio curvo in linea con la curva della gamba, arco che nasce dalla forma arcuata in attesa di scagliare il suo bastone puntuto. La mia condizione è d’essere un’origine, punto di svolta della tua vita, luogo senza ritorno, condizione generata da un vuoto, da una distanza un tempo incolmabile, tra ciò che tu bramavi ma non potevi avere, fra ciò che tu odiavi, ma non potevi annientare, punto di svolta del tuo conflitto insanabile e senza tempo.

La mia condizione si origina nel vuoto, perché soltanto nel vuoto i corpi prendono contorni definiti. Perciò io per te sono un ponte che ti pone nella condizione di andare oltre, di varcare l’abisso che ti sta sotto i piedi per giungere alla meta che tu immagini infinita ma che in realtà è breve come la tua vita.




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CULTURA
14 agosto 2011
Il bar

Talvolta mi piace disquisire di cose futili, soprattutto quando non ho voglia di pensare a cose troppe elaborate o sofisticate, o quando sono preso dalla pura curiosità verso il mondo, o quando semplicemente non ho voglia di tenere la mente impegnata. Ed ecco che allora, durante una delle tante passeggiate estive, vengo attratto dal fatto che in città la maggior parte dei bar si trova quasi sempre negli angoli di strade. Fatevi una bella camminata in città, magari non ora, ma quando torneranno i primi freddi di stagione; ebbene, camminate e osservate: negozio, negozio, negozio… poi arrivate nel punto in cui la strada fa angolo, ed ecco spuntare il bar, con le sue due aperture laterali: ognuna su ogni lato della strada; lo noterete una, due, tre volte; e a quel punto anche voi sarete costretti a porvi la mia stessa domanda: perché i bar si trovano nei luoghi in cui le strade s’incrociano? Voi mi direte: che domanda sciocca, semplicemente perché si ha più possibilità di veder entrare più clienti. Giusto, i bar sono luoghi di transito, di passaggio: un caffè, una veloce colazione, una bibita fresca, un gelato, e poi via; s’entra, si esce, ma non ci si ferma; nel bar, i clienti sono “ospiti”, e come tutti gli ospiti non permangono nel luogo in cui arrivano; e quando lo fanno, come gli stranieri, sono visti con diffidenza, con fastidio, come l’ubriaco che sosta nel bar e fa scappar via la clientela; perciò, il barista paziente, appena vede l’ubriaco che s’alza e barcolla verso l’uscita, tira un sospiro di sollievo. I bar sono luoghi di frontiera, esercizi pubblici che vivono ai margini della strada, al confine tra una strada e l’altra. I bar sono luoghi “equivoci”, “ambigui”, dove persone sconosciute per un attimo si scambiano sguardi, occhiate, si scrutano, a volte con diffidenza altre volte con interesse. Spesso si sfiorano senza neanche avvertire la presenza altrui. È il via vai dei clienti a creare questo stato di ambiguità, il loro continuo ricambio, il loro non essere permanenti, ma solo di passaggio, come a volte lo sono i ponti che uniscono le sponde.





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letteratura
17 aprile 2011
L'uomo e il cane
www.ilcercapadrone.it/chioggia/brivido

Ho conosciuto Anselmo.
Ogni tanto porta a spasso il suo cane.
Cammina leggero.
Né fermo né stanco,
e ha sempre uno sguardo lontano.
Oltre il cielo, forse, o l’orizzonte.
Quando lo guardo mi chiedo
a cosa mira quel suo continuo guardare.
Non guarda né a destra né a manca
e cammina da solo col cane.
Anche il cane ogni tanto si ferma,
gira la testa e di colpo guaisce.
Qualcosa gli sfugge
e aspetta un comando.
Poi torna a raspare
forse stanco del suo interrogare.
Anselmo non chiama mai il suo cane,
forse non ha neanche un suo nome,
ma
 a me piace quando lo guarda con un certo stupore
quando fa semplicemente quello che vuole.

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La verità è brutta: abbiamo l'arte per non perire a causa della verità.
F. Nietzsche, Frammenti, 16 (40) 6, 1888.

"Non è affatto vero che l'artista esista anche se incompreso. A lunga scadenza l'artista incompreso cessa di esistere, sparisce di circolazione..."

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leggi: Il filosofo e il poeta: Saba/Colorni

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Amo la poesia di Dante per la sua compostezza. Amo la poesia di Catullo per le sue laceranti passioni. Amo la poesia di Leopardi per la sua concezione della vita aderente ai suoi versi. Amo la poesia di Majiakoski per i suoi versi fragili e irruenti. Amo la poesia di Esenin per il respiro della sua terra. Amo la poesia di Gozzano per la sua ironica malinconia. Amo la poesia di Montale per la sua sapienza. Amo tutti i poeti che hanno dato un gusto nuovo alla vita.Non amo Carducci per la sua vanità. Non amo D'Annunzio per la sua falsità. Amo Pascoli, ma solo a metà. 

 

Chi volesse leggere in versione integrale

I colori della vita e altre storie
Il prodigio. Racconto onirico
Rocciacavata
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Il vero mistero del mondo è il visibile, non l’invisibile.
Oscar Wilde

E' bello doppo il morire vivere anchora...

Il racconto Latebre di desiderio è pubblicato in Vino veritas

Il racconto La casa diroccata è pubblicato in "Era una crepa nel muro. Il giallo"

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La poesia "Scivolo nel sonno..." è pubblicata in "LA NOTTE"

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Ognuno di noi ha dei romanzi/racconti che sono degli amici cari con i quali ogni volta che stiamo insieme abbiamo sempre mille cose da dirci e da raccontarci  e con i quali  mai ci stanchiamo di parlare. Si sa, i veri amici non sono poi così tanti. Ecco i miei cinque più cari amici:

La morte di Ivan Il'ic, Lev Tolstoi

Senilità, Italo Svevo

Doktor Faustus, Thomas Mann

Il rosso e il nero, Stendhal

La letttera rubata, Edgar Allan Poe

 

Questo blog si presenta sotto forma di appunti personali, e come tale non segue un vero filo logico nel corso del tempo. Il presente blog non costituisce testata giornalistica, non ha carattere periodico ed è aggiornato secondo la disponibilità e la reperibilita’ dei materiali ivi contenuti. Pertanto, non può essere considerato in alcun modo un prodotto editoriale ai sensi della Legge n° 62 del 7.03.2001.