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Accademico di nessuna Accademia
SOCIETA'
19 febbraio 2012
Blogger leaders, opinion leaders, Lippmann, Theory Bullet, Lazarsfeld, moltitudine...

Orson Welles, Quarto potere
Nei primi anni Venti del secolo scorso, il giornalista e scrittore americano, Walter Lippmann, pubblica un libro che, in breve tempo, diventerà un classico degli studi sulla comunicazione di massa: Public opinion (Opinione pubblica), dove compare per la prima volta il termine “stereotipo” nelle scienze sociali e psicologiche. Lippmann intuisce che nelle società moderna gli individui vivono in una realtà talmente complessa che è impossibile orientarsi. Perciò hanno bisogno di interagire con una rappresentazione della realtà semplificata e schematica.

Negli stessi anni, l’impiego capillare di metodi di persuasione da parte dei regimi totalitari e l’uso enorme del controllo dell’opinione pubblica, indussero studiosi quali Blumer e Lasswell a parlare, a proposito dei media, di bullet theory: i media vengono considerati potenti strumenti di persuasione contro i quali i singoli individui non hanno difese da opporre. Quando un individuo viene colpito dal messaggio propagandistico, il contenuto inviato penetra in lui senza poter opporre resistenza. Secondo i teorici della bullet theory, i mass media non agiscono su una comunità in cui l’informazione circola, ma su ciascun individuo preso singolarmente.

Negli anni Trenta, la scuola di Lazarsfeld mette in discussione gli assunti di base della bullet theory. Il ricevente, secondo Lazarsfeld, non è un bersaglio passivo, ma un consumatore attivo di media, che seleziona cosa leggere e cosa ascoltare in base ai suoi interessi e alle sue inclinazioni. Inoltre, l’individuo non è una realtà isolata ma si trova inserito in una rete di rapporti sociali. La potenza persuasiva dei media viene limitata, non solo dall’esposizione selettiva, ma dalla presenza, all’interno di una comunità, di persone più informate e influenti che fanno da filtro e intermediari nei riguardi delle stimolazioni provenienti dai media. Gli opinion leaders con le loro interazioni faccia a faccia hanno il potere di limitare la potenza persuasiva dei media.

L’influenza di un opinion leader è strettamente correlata al suo livello di popolarità e credibilità. Non solo l’uomo di spettacolo, ma anche l’intellettuale, lo scrittore, il poeta, lo scienziato, esercita una funzione limitante nei confronti dei media. Dal momento che ogni individuo si trova inserito in contesti di gruppo (famiglia, tra amici, la bar, al circolo, nel luogo di lavoro, ecc), anche in tali contesti agisce la figura dell'opinion leader. Nell’era di internet, sono nate e si sono diffuse tante community virtuali, alle quali gli individui appartengono in modo multiplo. Anche in queste community sono emerse degli opinion leaders. Essendo tali community costituite da moltitudini e non da masse, per i media tradizionali diventa impossibile poter esercitare una qualsiasi funzione di controllo. Gli opinion leaders delle community cominciavano ad avere un potere di influenza che sfugge ai poteri forti dell’informazione.

Se all’interno di ogni community emergono degli opinion leaders, nella rete possiamo dire che sono i blogger leaders ad essere dei veri e propri opinion leaders.

Quando i blogger leaders con i loro commenti, interventi, “post” fanno “massa”, ossia si orientano “quasi” all’unanimità verso un determinato aspetto della realtà, essi sono in grado di creare un “sentimento” comune nei suoi confronti. E questo accade non solo quando si tratta di orientare il sentimento politico, ma anche il gusto estetico, la moda, le tendenze culturali, ecc.
Nella rete a selezionare i blogger leaders sono i motori di ricerca: le opinioni che più fanno “massa” sono quelle che appaiono nelle prime pagine di questi motori quando si effettua una ricerca su un qualsiasi argomento. È un effetto ricorsivo: più appaiono nelle prime pagine più quelle opinioni linkate sono cliccate, più sono cliccate più salgono nella gerarchia dei motori di ricerca.

Potrò verificare l’attendibilità di questa previsione prossimamente, quando si voterà per le prossime elezioni politiche. I blogger leaders saranno decisivi per fare uscire l’elettore indeciso dalla sua posizione e per scardinare le informazioni della propaganda politica.
Ebbene, in quell’occasione i blogger leaders saranno “vezzeggiati” da alcune centrali di propaganda al fine di sostenere con il proprio blog questo o quel “messaggio” politico. Come ciò avverrà, ancora non riesco a immaginarlo, ma sono convinto che avverrà. E anche molto presto...




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CULTURA
12 febbraio 2012
Dalla “Cultura di massa” alla cultura della moltitudine


Chi – come me – è nato nei primi anni Sessanta del secolo scorso, s’è nutrito abbondantemente e con soddisfazione di cultura di massa insieme al latte condensato e ai formaggini della Galbani. Fumetti, fotoromanzi, cartoni animati, Stanlio & Ollio e pellicole da 16mm facevano la gioia del nostro quotidiano divertimento!



Come scrive Luciano Gallino nel suo ottimo Dizionario di sociologia, l’espressione “cultura di massa” designa anzitutto un tipo di cultura di qualità mediocre, contraddistinto da superficialità, ripetizione di situazioni scontate, sfruttamento dei gusti più banali del pubblico.

Il fatto che il “prodotto” fosse destinato a un pubblico più largo possibile comportava una standardizzazione dei suoi moduli espressivi. Doveva, come dire, accontentare i gusti di tutti, ma soprattutto consolidare nel pubblico dei gusti verso determinati prodotti in modo da far sorgere in lui il bisogno di altri prodotti simili, e creare così un mercato.

Per taluni critici, questa diffusione di massa di prodotti culturali “rappresentava una forma di corruzione intellettuale e morale, un oppio per lavoratori abbruttiti, la gratificazione dei bisogni volgari delle masse” (Gallino). Ma non mancava chi preferiva che le masse si gratificassero leggendo un buon feuilleton anziché abbruttirsi all’osteria o assistendo a spettacoli triviali e volgari come accadeva prima dell’esplosione della cultura di massa.

A sinistra, i critici radicali etichettavano la cultura di massa come cultura degradata e corruttrice, non richiesta, bensì imposta alle masse dalle classi dominanti. La cultura di massa ritardava la rivoluzione. A destra, critici aristocratici, come Ortega y Gasset o Thomas Stearn Eliot, scorgevano, nella cultura di massa, una caricatura e degradazione delle forme della cultura alta, richiesta dalle stesse masse, capaci di imporre nel campo delle arti il “dominio dei mediocri”.

A complicare il quadro della discussione intorno agli anni Trenta ci fu Walter Benjamin: la riproducibilità tecnica di un’opera d’arte poteva riguardare tanto i gialli di Agatha Christie quanto l’Ulisse di Joyce, tanto l’ultimo successo del Trio Lescano quanto i Concerti Brandeburghesi di Bach! Come ricorda Gallino, la televisione trasmette Domenica in e Rischiatutto, ma anche il Macbeth e Il giardino dei ciliegi ed opere sperimentali di teatro e di cinema”. Cosa cambia nella fruizione dell’uno o dell’altro prodotto quando il medium è il medesimo? Nella fruizione credo – a parte ciò che Benjamin definiva la “scomparsa dell’aura”, ossia la scomparsa di quella atmosfera magica che circonda l’unicità dell’opera d’arte – la differenza non è così saliente.

Edgar Morin, in un saggio pubblicato negli primi anni Sessanta, L’Esprit du temps, articolò meglio il rapporto tra produzione e fruizione dell’industria culturale: il vero problema nello studio dell’industria culturale «è quello della dialettica tra il sistema di produzione culturale e i bisogni culturali dei consumatori». L’espansione dell’industria culturale crea un’offerta differenziata, calibrata su una domanda di consumo altrettanto differenziata. Allo stesso tempo, un pubblico sempre più differenziato spinge l’industria culturale a diversificare i suoi prodotti. Questo rapporto dialettico tra produzione e fruizione crea un immaginario culturale, e rende possibile la mediazione tra standardizzazione e innovazione.

Il problema è considerare un medium un mezzo indifferente alla produzione del messaggio e al suo rapporto con il destinatario o fruitore. L’introduzione di un nuovo medium rivoluziona l’universo della comunicazione e provoca nel tempo due movimenti opposti ma sincronici: un movimento ascendente e un movimento discendente. Il primo provoca un movimento generale verso l’alto, il secondo un movimento generale verso il basso. La rivoluzione della stampa ha prodotto nei secoli questo doppio movimento. Da un lato, la diffusione del libro a stampa ha reso possibile l’alfabetizzazione delle masse, un sistema capillare di istruzione, la nascita di un’opinione pubblica, una letteratura di qualità, ecc. In altri termini, ha permesso a uno strato sociale più ampio, rispetto al passato, di elevarsi verso i prodotti alti della cultura, allo stesso tempo anche gli stessi produttori di opere d’arte erano indotti a misurarsi con un mercato editoriale sempre più esigente. L’avvento della stampa, in pratica, cambiando la conformazione strutturale della società, ha immesso nel sistema sociale una dose maggiore di innovazione e creatività, mentre le società premoderne erano caratterizzate da una dose maggiore di imitazione e ripetitività.

Dall’altro, tale avvento ha provocato anche un movimento discendente: alcuni tratti imitativi e ripetitivi, di cui ogni società ha sempre bisogno per soddisfare le sue esigenze di mimesi, sono stati trasferiti ad ambiti culturali "alti" per renderli accessibili a quegli strati di popolazione che non avevano i mezzi per elevarsi verso forme artistiche più innovative e sperimentali. Chi, ad esempio, riusciva a esprimersi soltanto nel suo idioletto, la lettura di Kafka, ma anche di Agatha Christie, diventava un ambito inaccessibile, invece, la “lettura” dei Promessi sposi a fumetto o di un fotoromanzo era comunque alla sua portata. Se in questi ambiti i moduli espressivi cambiassero o si innovassero continuamente, i loro prodotti rischiavano di divenire incomprensibili alla massa dei loro fruitori. Sono le esigenze imposte dallo stesso mercato a non permettere a determinati prodotti di variare nella loro offerta. Una formula di successo non si cambia fino a che il gusto del pubblico non si saturi.

Il fatto è che il successo di pubblico non corrompe l’animo dei fruitori, come credevano un tempo i critici della cultura di massa, ma l’animo dei “creatori” di opere d’arte. I moduli espressivi, caratterizzati da ripetitività e scarsa innovazione, rappresentano un “barriera” per chi, invece, vorrebbe esprimersi attraverso nuovi e dirompenti moduli. Egli sa che qualora non voglia sottostare alle regole rigide di un mercato editoriale standardizzato è destinato a un mercato di nicchia. In questo senso, l’avvento di un nuovo medium fa da attrattore dei prodotti culturali verso il basso.

Un discorso analogo si potrebbe fare con l’avvento della televisione. Anche in questo caso potrebbe scorgere questo doppio movimento: ad esempio, il linguaggio televisivo ha permesso a milioni di persone di venire a contatto con un italiano standard, unificando così dal punto di vista linguistico la nostra penisola. Ha diffuso e fatto conoscere tanti autori e opere letterarie. Ha fatto conoscere usi e costumi di altre città. Ha messo tanti utenti a contatto con una realtà extramunicipale. Ma con la liberalizzazione delle antenne, i programmi sono caduti sotto il dominio dell’audience e il livello qualitativo, in generale, si è gradualmente abbassato nel tempo.

Anche in questo caso s’è ripetuto un processo analogo visto in precedenza con l’introduzione di un nuovo medium: come l’aumento dell’alfabetizzazione aveva generato un diversificazione verso il basso dell’offerta editoriale, così è accaduto con l’aumento degli utenti televisivi. La televisione di qualità, all’inizio della sua storia, si poteva fare perché gli abbonati erano pochi milioni, appartenenti per la maggior parte a ceti sociali medi, gli unici che si potevano permettere l’acquisto di un apparecchio televisivo. In fondo, erano gli stessi ceti sociali più “istruiti”. Negli anni, il basso costo dell’apparecchio ha esteso la sua fruizione a tutti i ceti sociali. La sua diffusione ha contrassegnato la società dei consumi. La pubblicità è cominciata ad essere sempre più invasiva fino al punto di decretare il successo di un prodotto televisivo. La televisione comincia a vendere “pubblico” agli inserzionisti pubblicitari.

Quando un qualsiasi mercato dell’industria culturale, dopo la sua affermazione e stabilizzazione cade sotto il dominio del numero (di vendita per i prodotti dell’industria editoriale, di pubblico per quello televisivo), si creano al suo interno delle “barriere” che impediscono a determinati “prodotti” fortemente innovativi di entrare nel circuito della produzione e della distribuzione. Intendiamoci, non si tratta di un “complotto” contro la “qualità” dell’opera d’arte, semplicemente l’industria culturale punta su prodotti facilmente fruibili e “artisticamente” collaudati. Puntare su prodotti fortemente innovativi ma di scarsa fruibilità, rappresenta un rischio economico per l’industria culturale. Questo accade tanto nel campo editoriale che televisivo. Entrambe le industrie non sfuggono alla logica del mercato. In questo senso, un’industria editoriale preferisce “investire” su uno scrittore conosciuto, che sa tenere la penna in mano, vale a dire che conosce il suo mestiere, anziché su uno scrittore sconosciuto, magari ottimo, ma troppo inventivo nel linguaggio e nei moduli espressivi per i gusti del mercato editoriale. Insomma, preferisce puntare su chi assicura la vendita di un numero discreto di copie o su un programma televisivo ripetitivo ma che assicura un discreto numero di ascolti, anziché rischiare puntando su prodotti innovati ma dagli esiti commerciali incerti. In questo senso, affermo che ogni industria culturale pone al suo interno delle barriere che tendono a cristallizzare i suoi prodotti. Come ho scritto sopra, la ricerca di prodotti innovativi s’impone quando una formula espressiva esaurisce la sua funzione, ossia quando il mercato si satura nell'accogliere prodotti ripetitivi e collaudati.

Neanche l’ultimo medium, Internet, sfugge a questa logica: anche in questo caso, potremmo vedere in atto questo doppio movimento. I vantaggi derivati da una comunicazione in tempo reale sono sotto gli occhi di tutti per cui mi sembra inutile elencarli. Uno di questi è la produzione di una cultura dal basso, cioè una produzione che, come sostenevano un tempo i critici della cultura di massa, non viene più imposta dall’alto di un’industria culturale. Tale produzione possiamo definirla non come cultura di massa bensì come cultura della moltitudine. Qui, il termine “cultura” è da intendersi nell’accezione “soggettiva”, ossia come espressione della propria individualità o personalità.

Il movimento ascendente consiste nella possibilità che il medium permette a chiunque abbia una connessione di partecipare alla creazione di un’opinione pubblica dal basso (vedere l’uso e la diffusione dei forum, dei social network e dei blogs), non più “manipolabile” da chi possiede i tradizionali mezzi di comunicazione di massa – stampa e televisioni; così ha modo di partecipare alla creazione di un gusto letterario, recensendo o esprimendo opinioni su questo o quel romanzo, su questo o quel film; di far arrivare a una platea più vasta la sua poesia, il suo racconto o il suo saggio critico. Dal momento che non si tratta più di una massa amorfa e recettiva, bensì di una moltitudine attiva e propositiva, diventa più difficile da manipolare o suggestionare con i messaggi edulcorati.

All’apparenza, in questo campo sembrano che non esistono barriere: ognuno può scrivere in Internet ciò che vuole. Tuttavia, in realtà esistono eccome delle barriere! Gli internauti valgono come moltitudine, presi, invece, uno per uno non contano nulla. I propri “post” valgono in quanto si sommano ai “post” degli altri internauti, fanno “massa” (ma sarebbe meglio scrivere “moltitudine) quando s’aggregano ad altri siti, presi individualmente valgono quanto valgono due chiacchiere scambiate al bar con un gruppo di amici. I forum, le community, i social network (Twitter, Facebook, ecc.), i motori di ricerca, i litblog valgono perché generano traffico, ma generano traffico perché milioni di internauti partecipano come moltitudine alla loro crescita (cfr. questi dati: http://www.marg8.com/blog/p/statistiche_utilizzo_crescita_socialnetwork.htm).

Quindi, dal punto di vista di Internet, non è ciò che scrivo ad avere valore, ad aver valore sono io come utente aggregato a qualche sito. È vero, qualcuno può anche apprezzare ciò che scrivo, ma questo rimane un fatto del tutto marginale nell’economia del medium. Ciò che conta è la mia partecipazione come moltitudine. Quindi, l’assioma secondo il quale Internet permette l’espressione come individualità dev’essere profondamente rivista. Internet permette la mia espressione come moltitudine non come singolarità. A riprova di quanto affermato, posso prevedere che questo post che leggerete genererà nell’arco di un anno sessanta o settanta visitatori. Allo stesso tempo però genererà una serie di link che vanno ad incrementare i motori di ricerca e i siti di aggregazione. Quindi andrà a incrementare il senso della moltitudine. Ciò che dunque ha dato valore alla rete non è il contenuto o la qualità di ciò che ho scritto ma il fatto di aver generato traffico.




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CULTURA
1 febbraio 2012
Sull'utilità e il piacere della filosofia nelle scuole...


Da un lato piacerebbe anche a me poter scrivere un Elogio della filosofia come Maurice Merleau-Ponty, ma m’astengo dallo scrivere un testo cosiffatto in quanto ritengo che nella filosofia non ci sia nulla da elogiare, o meglio, sono convinto che qualsiasi elogio della filosofia alla fine si trasforma in un elogio di alcuni filosofi, magari quelli che più ho amato nei miei anni di formazione: Bruno, Spinoza, Hegel, Nietzsche, Marx, Peirce, Simmel, Freud, Wittgenstein; dovrei dire qual è l’aspetto che in ciascuno di loro ha maggiormente attratto e stimolato i miei interessi; ne verrebbe fuori, alla fine, una sorta di autobiografia filosofica…
D’altra parte dovrei spiegare i motivi degli assenti: perché Spinoza piuttosto che Leibniz? Perché Hegel anziché Kant? Perché Wittgenstein e non Popper? Perché né Socrate né Platone? Né Gentile né Croce? Finirei, insomma, con lo scrivere un Biasimo della filosofia: o meglio, un biasimo di taluni filosofi.
Dall’altro, un elogio della filosofia rischierebbe di risolversi nella domanda: a che serve la filosofia? Vale a dire bisognerebbe giustificare o legittimare la presenza della filosofia nella formazione culturale umana in ragione della sua utilità. Utilità a quali fini? Naturalmente, come risponderebbe ogni buon insegnante di filosofia, utile allo sviluppo del senso critico. Eppure, come insegnava Aristotele, che di filosofia se n'intendeva, la filosofia nasce dallo stupore, ossia dalla capacità di meravigliarsi.
Lo stupore in sé non ha alcunché di utile. Lo stupore è quell’atteggiamento in cui siamo ancora disposti a lasciarci sorprendere dal modo in cui le cose si presentano alla nostra mente. Tale predisposizione non è oggetto di insegnamento: o si dà tutto per scontato o, talvolta, ci meravigliamo di scoprire che ci siano cose che sfuggono alla banalità. Questa predisposizione, più modestamente, possiamo definirla “curiosità”. I bambini sono gli esseri più curiosi perché si trovano in quella fase in cui stanno “scoprendo” il mondo. Anche l’atteggiamento filosofico è un atteggiamento che ci predispone a questa continua messa in discussione di ciò che appare o di ciò che abbiamo tacitamente appreso. Da questo punto di vista, la vita quotidiana può essere il regno dello stupore. Ogni atto, gesto, comportamento può predisporci allo stupore. Ad esempio, quando si presenta qualcosa di inatteso che ci mette in una situazione disorientante.
Eppure, la filosofia, quella legata alla creazione del senso critico, s’è allontanata da questa dimensione di stupore. L’insegnamento della filosofia si è risolto in una tecnica del “ben argomentare”. Senso critico può significare come atteggiarsi nei confronti di qualcosa con distacco e senza lasciarsi coinvolgere. Paradosso della filosofia: i buoni insegnanti, quando arrivano a parlare dei Sofisti, lo fanno nei termini in cui ne parlò a suo tempo Socrate, vale a dire con disprezzo, ignorando che la concezione filosofica che essi praticano nelle scuole derivi proprio dal pensiero sofistico. Scimmiottano Socrate! Per sviluppare il senso critico è sufficiente inserire nelle scuole un buon corso di “retorica”. L’ottimo manuale di Chaim Perelman, Trattato dell’argomentazione, sarebbe più che sufficiente! Che senso ha far imparare tutta la storia del pensiero filosofico per far conoscere delle buone tecniche di argomentazione? Perché non riportare in auge l’insegnamento della retorica nelle scuole? Questi sono gli equivoci su cui una scuola secolare fonda i suoi errori. Perpetuandoli senza mai metterli in discussione. In ogni caso, il senso critico non si sviluppa soltanto con l’insegnamento di buone tecniche di argomentazione, ma soprattutto con l’acquisizione di conoscenze, storiche, geografiche, scientifiche, sociali, economiche, ecc. La filosofia può continuare ad offrire tutto questo? Non mi pare.
Associare l’insegnamento della filosofia all’elaborazione del senso critico, quale argomento forte per continuare a sostenere la sua presenza didattica nelle scuole, risulta essere una prospettiva del tutto fuori luogo. L’origine della filosofia, o meglio, l’origine dell’atteggiamento filosofico non affonda le sue radici nell’utilità, bensì in un sentimento piacevole, ossia in quell’eccitazione dell’essere che s’attiva ogniqualvolta si supera una resistenza. Tale resistenza è data dall’opacità del mondo, dal fatto cioè che tutto è stato già detto, tutto è già stato acquisito e archiviato. Quindi, dal fatto che non v’è più nulla da scoprire. Nulla che ci possa stupire e meravigliare. Se non siamo in grado di rompere la resistenza che tale opacità oppone alla nostra ricerca. Ogni atteggiamento filosofico risulta nullo. Vano. Quando si arriva a questo punto, vuol dire che la routine e l’automatismo della vita ci hanno completamente fagocitati, imprigionati nei suoi ingranaggi…
Chissà, neanche la propria morte suscita stupore…


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SOCIETA'
27 gennaio 2012
Olocausto, Levi, Arendt, memoria, vittime, carnefici

Ho sentito una volta parlare di un’insegnante che “amava” portare i suoi studenti a tutti gli eventi dove si commemorasse la Shoah: convegni, incontri, presentazione di libri. Non c’era appuntamento al quale lei e la sua scolaresca non mancassero. Era un periodo in cui mi stavo occupando proprio del tema della memoria. Leggevo Aleida Assmann, Elena Agazzi, Enzo Traverso, Régine Robin.
Sapere che una professoressa “obbligasse” i suoi studenti “a ricordare” le violenze dei nazisti non mi sembrò una buona idea. Proprio Traverso aveva parlato del rischio di trasformare la memoria, fortemente amplificata dai media, in una “ossessione commemorativa”, e i “luoghi della memoria” in una vera e propria “topolatria”: «Così prende forma il “turismo della memoria”, con la trasformazione dei siti storici in musei e mète per visite organizzate, dotati di adeguate strutture d’accoglienza (hotel, ristoranti, negozi di souvenir, ecc.) e promossi presso il pubblico con strategie pubblicitarie mirate» (Traverso).
Cosicché, anche l’atteggiamento compulsivo di quella insegnante mi sembrò dettato da quella “ossessione della memoria”. Intuivo che in quello atteggiamento c’era qualcosa che non mi tornava, ma non riuscivo a individuare cosa di preciso non andava. D’altro canto, mi rendevo conto (e tuttora mi rendo conto) di quanto, sfiorare alcuni temi, si corra il rischio di essere decisamente fraintesi. Al fine di evitare qualsiasi tipo di malinteso dirò che le due letture che più hanno contato nella mia interpretazione del genocidio nazista sono state La banalità del male di Hannah Arendt e Se questo è un uomo di Primo Levi. Questi due testi hanno contribuito fortemente a cambiare la mia prospettiva sul significato di questo crimine orrendo: i due autori, da angolazioni diverse, “costringono” il lettore non più a rivolgere la loro attenzione alle vittime, ma ai carnefici.
La testimonianza di Levi e il resoconto di Arendt al processo Eichmann mi hanno fatto comprendere come è stata possibile mettere in atto lo sterminio. Ciò ha rappresentato per me un vero e proprio capovolgimento sull’uso che si può fare della memoria. In pratica, concentrando l’attenzione sulle vittime e sulle loro indicibili sofferenze, alla fine ci si “dimentica” dei carnefici. Preciso meglio il mio pensiero: focalizzando tutta l’attenzione sul risultato, ossia sullo sterminio, ci si dimentica dei processi persecutori che hanno reso possibile quel risultato. I revisionismi storici, quelli che hanno infine tentato di mettere sullo stesso piano vittime e carnefici, trovano in questa operazione di oblio/ricordo il loro fondamento. In fondo, dicono questi revisionisti, siamo tutti vittime della storia. Già, la “storia”! come se la Storia fosse la personificazione di un’entità malefica che agisce a nostra insaputa e sulle nostre teste, facendole rotolare di volta in volta sul tappeto insanguinato del tempo!

L’Olocausto viene posto in un luogo “sacro”, inaccessibile alla mente di chi vuole comprendere, in quanto la sua straordinaria follia rimane qualcosa che lo storico non potrò giammai categorizzare. Ponendo tutto ciò che appartiene alla storia dell’Olocausto in una sorta di reliquario, viene in questo modo come “staccato”, “scisso” dalla nostra storia presente. Per cui quando vengono commessi nuovi stermini, nuovi genocidi sulla terra, giammai possono essere comparati all’Olocausto, per non incorrere nel peccato di blasfemia.
La scissione dunque ha la funzione di assolverci per quanto è accaduto. L’insegnante che porta i suoi studenti nei luoghi sacri dell’Olocausto è come se dicesse a se stessa e agli altri: tutto ciò che è accaduto non mi appartiene come essere umano, non vi appartiene come umanità; in ciò che è accaduto non v’è nulla di umano, tutto è disumano. È l’effettiva presa di distanza da un evento che si vuole definire per antonomasia folle. Appartiene alla follia umana. Salvo poi scoprire, come Arendt e Levi hanno insegnato, che i carnefici che commettevano quegli atti disumani erano persone del tutto “normali” (“banali”, li definisce Arendt), “buoni padri” di famiglia, persone, che, quando tornavano a casa dopo aver eliminato mille o duemila “unità” (perché le vittime erano considerate come pezzi di una grande officina), giocavano con i loro bambini, o leggevano loro le favole prima del bacino della buonanotte.

Dire che tutto ciò non mi appartiene perché ha in sé qualcosa di disumano che a me come umanità m’è completamente estraneo è un modo per lavarsi la propria coscienza. Tributare un omaggio alle vittime e dimenticare i meccanismi sociali che hanno portato al compimento dello sterminio significa far un ennesimo torto alle vittime in primo luogo, e a se stessi, in secondo luogo. Poiché alla fine, secondo me, è più importante ricordare come un uomo diventi carnefice che non avere soltanto memoria della vittima. Ricordare questo significa sapere che dietro ogni angolo della storia può nascondersi un carnefice pronto a colpire le sue vittime ignare.




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SOCIETA'
25 gennaio 2012
Costa Concordia, talk show, Sanremo, tragedie, sorrisi & canzoni...

 
Come blogger, sulla tragedia della Costa Concordia non ho nulla da dire. Non ho nessuna competenza. Potrei esprimere un'opinione, una delle tante. Esprimere cordoglio per le vittime. Ma in entrambi i casi nulla toglierebbe e nulla aggiungerebbe alla tragedia. Come telespettatore, invece, ho qualcosa da dire. Vedo che i talk show si sono buttati a capofitto su di essa. Evidentemente il tema fa buoni ascolti. Per alcuni versi è quasi diventato il nuovo caso Avetrana, cioè un osso da spolpare sino alla fine.
Ed ecco come esperti, testimoni, opinionisti riempiono i pomeriggi degli italiani e delle italiane: discettando, disquisendo, condannando, fornendo dettagli e particolari su questo o quello aspetto...
Fino a quando, mi domando?
Fino a che non inizierà il Festival di Sanremo...
Di colpo, la tragedia sarà rimossa...
Non se ne parlerà più. Scomparirà di scena, perché disturba il clima di allegria del Festival di Sanremo...
Entreranno in scena i pettegolezzi, l'Italia spensierata...
Celentano sì, Celentano no...
E i talk show riprenderanno il loro consueto cammino...
Già, mantenere alto il livello di tensione drammatica prepara meglio il clima di spensieratezza...
Dopo aver "sfruttato" al massimo il dolore si ha di nuovo bisogno di tornare a sorridere...
E così ci tufferemo in questo clima di baci, di sorrisi & canzoni...
Come possiamo definire questo repentino cambiamento di umore? Questo passare dalla tragedia alla commedia con tanta disinvoltura? Disturbo bipolare?
Alla fine, Sanremo è sempre Sanremo...
... vedremo...
   




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SOCIETA'
12 gennaio 2012
Perchè sono un inattuale..


Odio l’attualità, odio vedere il proprio tempo appiattito al tempo presente, come se soltanto ciò che accade nell’oggi ha senso e significato…
Odio vedere scorrere il tempo sempre nell’identica dimensione…
Odio vivere nel tempo presente immaginando che il mondo finisca nel punto in cui la vita di ciascuno si focalizza e si stampa come in un romanzo d’avventura…
Odio affogare in questa melma quotidiana dimentico di quanto di imperituro v’è in essa…
Odio veder livellata ogni sfumatura, ogni differenza, come se tutto fosse identico…
Odio questo generale appiattimento in cui ciascuna cosa vale un’altra, in cui tutto diventa interscambiabile, in cui il valore delle cose non ha più nessun riconoscimento.
Odio veder mettere ciascuno e tutti sempre sullo stesso piano, far d’ogni erba un fascio…
Odio chi ha paura delle differenze, della diversità e vuole imporre un mondo a sua immagine e somiglianza…
Odio veder mettere i fatti sempre davanti alle parole, come se nella vita le parole non contassero, ignorando invece che esse sono l’humus in cui i fatti si formano, s’intrecciano, prendono corpo e consistenza…
Odio avere uno sguardo sempre rivolto sull’individuo e non sapere che ciò che conta realmente è come gli individui riescono a relazionarsi ad altri individui…
Odio snocciolare soltanto cifre e dati e mostrarsi incapace di vedere i reali drammi che essi racchiudono, o snocciolare solo cifre e dati per nascondere i veri drammi della vita umana…
Odio snocciolare soltanto cifre e dati per distrarre o confondere…
Odio usare quotidianamente le tragedie umane per i propri fini, per fare “ascolti”, carriera, per aumentare consensi…
Odio calpestare l’altrui dignità cinicamente, strumentalizzare il dolore per fare aumentare l’audience...
Odio scrivere poesie sul Natale perché è Natale…
Odio camminare sempre a distanza degli altri per paura di urtare l’altrui suscettibilità…
Odio tutto questo, perciò preferisco tenermi lontano dall’attualità, dalle mode, dai conformismi cinici, banali…
Odio tenermi aggiornato per stare al passo coi tempi, e occuparmi di cose futili e insensate per non sentirmi escluso o fuori dal mondo…
Perciò amo vivere in un tempo inattuale, dove le mode le tendenze i trend non contano, dove le classifiche dei libri più venduti, dei programmi più visti, delle canzoni più ascoltate non hanno nessun valore…
Amo l’inattualità perché è sempre attuale, perché ti fa vivere nell’attimo perenne, nell’attimo infinito che da sempre e per sempre fa sentire forte la sua voce nonostante tutte le banalità di questo mondo...

Perciò amo leggere e studiare, capire e comprendere, ascoltare e parlare, perché solo così mi sento parte del mondo e della sua eterna bellezza!




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CULTURA
18 dicembre 2011
...movimento estatico/estetico...

…movimento estatico/estetico: sei sicuro che puoi farne a meno?
Controcanto all’utile: no, non voglio dimostrare.
Dimostrare cosa? Senso dell’inutilità…
Chi è “oltre” non ha bisogno di… cosa? L’ho dimenticato…
Non importa. Un giorno riaffiorerà alla memoria..
Controcanto a ciò che è stabile, immobile…
Tempo immemorabile…
Ammaliare/ammalare…
Condizione ideale: gli umori si sciolgono, febbre a quaranta…
Stabilizzare/destabilizzare…
L’esistenza s’incrina, liquidazione dei ruoli: le mie certezze…
Già, le mie certezze s’incrinano…
Febbre a quarantuno: tutto gira intorno…
Vivere come un arcobaleno…
Sono nuvola di cielo…
Sono pioggia che cade…
Sono gocce che imperlano la fronte…
Alberi che cadono sotto i colpi delle folgori…
Talvolta sono Zeus…
Gli umori si sciolgono…
Ammaliare/ammalare…
…alludere/illudere…
Perché no? Non stare lì a calcolare o a misurare…
…sì, il piacere è troppo coinvolgente…
Strategie dell’essere…
Leggi, e ti sfugge il senso…
Allora, dove sta il segreto?
Nella fine? Nel principio? Nel mezzo?
Cosa ti spinge ad andare avanti? Perché non smetti?
Cambia pagina o aspetti.
Un raggio di luce potrebbe all’improvviso squarciare le nuvole nere…
Come un’antica danza che mette in movimento le membra del corpo…
Non chiederti se la danza è utile o inutile…
Quantomeno non è dannosa…
…tragico/ambiguo…
…ordine/caos…
…piacere/dispiacere…
………………………………

Visto? Ho trovato il vuoto…
E mi piace precipitare dentro…
Dà un senso di libertà…
Di leggerezza…
Non m’importa se alla fine non trovo il terreno dove piantare i miei piedi…
O se precipito nella palude nera…




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CULTURA
16 dicembre 2011
L'abisso può attendere...


Dove vai piccolo navigante?
Sei ancora alla ricerca di un principio intellegibile che ti dia la certezza che tutto ciò che accade nell’Universo abbia senso? Perché tu desideri che tutto che accade abbia una giustificazione, una legittimazione, una spiegazione?
Perché tu hai bisogno di credere, anche se talvolta ti sfugga il senso delle cose, tanto per te comunque è “implicito” nella mente divina…
Insomma, per te navigante, il mistero si risolve in un problema di comprensione o di incomprensione…
Sì è così, anche il dolore, la sofferenza, la violenza, la crudeltà, la morte e la vita trovano un loro posto…
Se accadano eventi dolorosi, violenti, sofferti, vuol dire che fanno parte di un disegno divino il cui senso può sfuggire alla mente umana, ma non a quella divina…
Posto che esista un tale principio intellegibile e che tutto ciò che accade abbia senso, quale compito ti sei preservato?
Portare alla luce il senso riposto nell’accaduto: attraverso i molteplici segni risalire a poco a poco a comprendere il disegno intero, ossia capire quale volontà si celi dietro quegli accadimenti?
Sebbene, rimanga per te sempre un senso di mistero, tu sei soddisfatto…
Il senso non appartiene alla tua vita…
Tu, navigante, riponi il senso sempre altrove…
Tu, navigante, agisci, ma non sai quel che fai…
Tu non puoi saperlo perché non possiedi il senso compiuto dell’evento…
Tu sei l’esecutore dell’azione finita, ma non il mandante della sequenza infinita…
Tu sei soltanto un’infinitesima parte di un disegno…
Tu non sei il responsabile del senso ultimo dell’accaduto…
Tuttavia, tu sei l’interprete dei segni: gli eventi accadano, e tu scopri il loro senso nascosto, e lo fai perché sei sostenuto da una fede incrollabile che al mondo ci sia una mente intellegibile che guidi le sorti del Cosmo…

Ma che accade se un giorno, a forza di cercare il senso riposto delle cose, scopri che le cose non hanno senso, che farai navigante?
Rispondi, navigante: cosa farai?
Dove punterai la prua della tua fragile imbarcazione quando avrai perso la bussola della fede che guidava il tuo peregrinare? Dimmi, navigante, che farai? Cosa farai quando all’improvviso il vortice s’aprirà sotto la plancia della tua mortale imbarcazione? Crederai fino all’ultimo istante, all’ultima frazione di secondo che ti resta a disposizione che anche l’abisso che si sta chiudendo sopra la tua testa abbia un senso? E se in quell’ultima frazione di tempo…
Cosa accade in quella ultima frazione?
Perché ti rifiuti di vivere come se se stessi vivendo l’ultima tua frazione?
Troppo difficile, vero?
Meglio rimandare e fingere che nella clessidra ci sia ancora tanta sabbia da scorrere. Perché pensare che siamo arrivati al suo ultimo granello?
L’abisso come il paradiso può sempre attendere…




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DIARI
8 dicembre 2011
Tutto ciò che è unito si frammenta e si dissolve nella rete


Tempo fa, un redattore, cui avevo inviato un saggio su Saba e Colorni, definì il mio stile “a metà tra il giornalismo letterario e la poesia”
. Tra l’altro, egli si complimentava per quello stile che aveva avuto modo di apprezzare in altri miei scritti…
In realtà, non so se effettivamente debbo accogliere un tale giudizio critico positivamente…
Ancora una volta, come è accaduto a Simmel, ciò che sfugge al giudizio critico è quel rapporto tra superficialità/profondità…
Infatti, quel “giornalismo letterario” m’ha ricordato l’espressione “giornalismo filosofico” attribuito a Simmel…
Un filosofo impressionista era l’altro titolo tributatogli…
Chissà, forse i nostri destini avranno molte cose in comune…
Un destino riservato a tutti i pensatori antisistematici…
Si coglie l’impressione, ma non è facile riportarla a tutta una struttura di pensiero che sta “dentro” quella impressione…
Ripeto: dentro e non dietro, poiché dietro ogni impressione ci sta soltanto un’altra impressione…
Come accade nella profondità: una moltitudine di strati superficiali…
Cosicché, non mi dispiace affatto essere “superficiale”, purché non si smarrisca il senso della stratificazione, ossia purché non ci si fermi al primo strato e si continui a vedere il secondo, il terzo…
Un po’ come accade ad un’azione in movimento: per osservarlo occorre che i suoi fotogrammi scorrano uno dopo l’altro nel flusso temporale…
La percezione del movimento dipende dallo scorrere del tempo, come la percezione della profondità dipende dalla quantità sovrapposta degli strati superficiali…
Come tanti fogli di carta velina messi l’uno sopra l’altro creano un corpo di intenso spessore…
La consistenza è data dalla percezione compatta del corpo…
Questo, se vogliamo, è uno dei limiti della rete: i post creano un effetto di superficie al quale manca il movimento della profondità…
Nel libro a stampa questo effetto di superficie è superato dallo sfogliare una pagina dopo l’altra…
Non parlo del “contenuto” della pagina scritta…
Che è un altro discorso…
Ma della densità materiale che dà possibilità di veder scorrere la stratificazione delle superfici…
I post si presentano come tanti “fotogrammi” osservati in ordine sparso…
Viene meno il movimento temporale…
Quindi viene meno la “narrazione” stratigrafica della scrittura…
Ecco, allora, che si crea un effetto di superficialità…
È come se ognuno di questi strati non riuscisse a “dialogare” con lo strato antecedente e con quello successivo…
Viene a mancare il senso della continuità…
Viene a mancare il senso della fluidità…
S’accentua il senso della frammentazione…
Le cose cominciano ad apparire slegate tra loro…
S’accentua il senso di isolamento…
Paradosso della rete, dunque…
Massimo senso della connettività…
Massima percezione del senso relato delle cose…
Risultato: massimo senso della frammentazione e del senso di isolamento…
Rete = tutto è collegato…
Rete = tutto è frammentato…
Rete = tutto è unito…
Rete = tutto è isolato…




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CULTURA
1 novembre 2011
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Scrivete frasi idiote e il mondo vi sarà riconoscente...
Scrivete frasi intelligenti e il mondo vi guarderà con diffidenza...
Scrivete frasi insensate e il mondo avrà paura di voi...
Scrivete frasi fatte e il mondo si tranquillizzerà...
Scrivete frasi originali e il mondo riderà di voi...
Scrivete frasi sbagliate e il mondo passerà il tempo a correggervi...
Scrivete soltanto frasi e il mondo vi ignorerà...
Chiedetevi alla fine che frasi ho scritto e ditemi l'anno prossimo in quale angolo di mondo mi sistemerete...
Questo è tutto.

 

 




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CULTURA
25 ottobre 2011
Il Filosofo/artista al tempo del Web

Filosofo, poeta, narratore:
essere un eccesso, insomma!
Essere Artista e Filosofo!
Essere Artista e Filosofo senza stile, o meglio, dallo stile mutevole.
Essere Artista, Filosofo e Proteico.
Mutevolezza. Tutto è divenire. Eracliteo.

Novalis: “Il poeta rimane eternamente vero. Egli persiste nel circolo della natura. Il filosofo si modifica nell’eternamente costante. L’eternamente costante è rappresentabile soltanto nel mutevole. L’eternamente mutevole nel fisso, nell’intero, nel momento presente”.

Il Nietzsche di Umano, troppo umano: “Una cultura superiore deve dare all’uomo un doppio cervello, qualcosa come due camere cerebrali, una per sentirci la scienza, un’altra per sentirci la non-scienza: che stiano l’una accanto all’altra, senza confusione, separabili, isolabili: è questa un’esigenza di salute”.

Un autore moderato.
Uno spirito libero.
Arte e scienza: attività complementari.
Potenza creativa e suo regolatore.
Eroe, giullare, filosofo.
Carnevale e quaresima.
Popper confutato da Mickey Mouse!
Metafora e concetto: le metafore che spostano i confini dell’astrazione concettuale.
Solo così la conoscenza può sopportare meglio la consapevolezza dell’errore.
Incipit Mythos


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letteratura
24 ottobre 2011
L'artista e il riconoscimento: conversando con Oude

Questo scambio di idee tra me e Oude è avvenuto in relazione al post “Il talento letterario al tempo del web”. Come si può notare, non sono “conversazioni” private, ma sono conversazioni che toccano questioni fondamentali (a mio parere) sul fare arte e sul bisogno del riconoscimento da parte dell’autore. In questi giorni sto dedicando al tema Web e letteratura una serie di riflessioni, a questo tema appartiene anche quello del riconoscimento. In un post precedente, avevo affrontato la questione con un’altra lettrice di questo blog, Silver Silvan, ma da un’altra prospettiva; idealmente, però, alcune cose ivi affermate rimandano a questa seconda discussione.

Oude
Caro Bruno, questo tuo scritto, che penso preluda ad altri dello stesso argomento, mi ha convinto ancor più (ammesso che ce ne fosse bisogno) della bontà della tua uscita dall'ambiente culturalmente autoreferenziale per non dire asfittico in cui ti eri “impigliato” forse alla ricerca di quel “primo livello ermeneutico” che giustamente segnali come necessario per ogni autore che voglia emergere tra le centomila teste del Web; finalmente tralasciando la “necessità” di continuo confronto su tuoi o altrui argomenti postati, hai ritrovato quella tranquillità d'animo “creativo” veramente indispensabile ad un vero artista per seguire la sua vena aurifera e trasformare masse rilevanti di “minerale” in oro zecchino (inutile ricordare la bassissima percentuale della resa di questa trasformazione).
Scusa la verbosa introduzione al tema ma dovevo in qualche modo segnalarti la mia soddisfazione nell'aver ritrovato quella “fascinazione” letteraria che data dai tempi di Rocciacavata.
La tua esposizione, precisa e, in qualche modo, riflesso dei tuoi schemi mentali “ordinati”, quali si addicono ad un filosofo qual sei, condivisibile in tutto, lascia però un piccolo spiraglio di riflessione ad un lettore-non-autore quale io sono: giustamente ci hai distinti dal gruppo di lettori-autori di cui tu fai parte, perché penso possiamo conservare, non essendo competitivi, quella “terzietà” o spontaneità nei giudizi, che rappresenta un disinteressato sguardo “da di fuori” sull'opera.
Dal tuo post mi sembra di ricavare una sottile anche se sotterranea preoccupazione per il “quanti mi conoscono”? ed ammettendo di essere conosciuto “chi mi conosce?”, con un pensiero, giustificato, al “secondo livello”
Occorre fare il punto nave: quale incidenza potrebbe avere sulla qualità dell'opera il successo letterario, comunque acquisito (per valore intrinseco, per la scalata dei livelli ermeneutici, comunque praticata, etc)?
Quale tipo di gratificazione ricerca l'autore (economica, sociale, familiare, personale, etc)?
L'autore ha veramente bisogno di questo riconoscimento pubblico per “conoscere” il suo valore artistico?
Nella mia pochezza di uomo “qualunque” rispondo con tre convinti: No!
O l'opera ha un suo valore artistico o non saranno i successi di pubblico a darglielo: in Italia c'è non solo un'iper-produzione letteraria ma c'è una chiara inflazione editoriale; ho letto alcune stime che parlano di diecimila titoli editi all'anno e francamente mi sfugge sia il “bisogno” di tale mostruosa produzione sia le “ragioni editoriali” dal momento che non ci può essere ritorno economico se non invocando quei milioni di lettori onnivori (è il caso di dire, viste le pubblicazioni di ogni genere) che semplicemente non esistono…
se miri ad una “sistemazione economica” alla Faletti (tanto per intenderci) allora non posso che augurarti i suoi dodici milioni di lettori (ma soprattutto compratori); se invece la tua gratificazione dipendesse dalla “qualità” del tuo prodotto allora penso che un artista “lo sappia” e non gli serva certo il plauso di perfetti sconosciuti come il sottoscritto…
si licet parva... quando il padre Dante dice orgogliosamente “io mi son un che...” non sta certo pensando alle frotte di somarelli che lo malediranno, per secoli, in tutte le classi liceali d'Italia!

Caro Bruno, scusa la prolissità ma vorrei veramente che tu capissi quanto vali e soprattutto (egoisticamente come tuo affezionato lettore) scrivessi tante cose belle (come già fai) lasciando ad altri le sterili discussioni su chi è artista: siilo! ed il resto (come dice l'Evangelio) ti sarà dato!
Un cordialissimo saluto
ps. un sentito grazie per averci fatto conoscere anche il Moscone che sta pubblicando tantissimo (e benissimo!) sul Cannocchiale e che, come te, merita di essere conosciuto.

Bruno
Mi piace, Oude, questa tua articolata "recensione", che va ben oltre il "commento" impressionistico!
Dunque, stamattina apro la posta, e trovo un'email che mi dà gioia: due miei lavori, quello su "web e letteratura" (il primo di questo ciclo di "post" dedicato all'argomento), e quello su Marino Moretti sono stati editi dalla rivista "Scrittinediti"! Cosa significano per me questi "piccoli" riconoscimenti? Significano tanto! E' vero, non è che nel caso in cui avessi ricevuto un esito negativo avrei smesso di occuparmi di scrivere su questi e altri argomenti! L'avrei fatto comunque, senza dubbio; ma ricevere questi piccoli riconoscimenti - che sono poi atti che servono a dare maggior risalto a ciò che uno scrive - alimentano ancor di più la voglia di scrivere e di creare; altro esempio, il mio mentore (il professor TDM) ha letto sul blog il "Buzzi di Racalmuzzi", e gli è piaciuto molto, addirittura m'ha esortato a riprenderlo e a portarlo avanti! Gli è piaciuto anche quel "dialetto" municipale (così l'ha definito) che ho usato.
Aver goduto della tua stima e valorizzazione per ciò che scrivo non credere che siano passate come cose inosservate nel mio animo; non sai quanto coraggio e quanta voglia di scrivere mi hanno dato! Tu dirai: ma aspettavi che un signor Oude a te sconosciuto ti dicessi che tu vali come scrittore per scrivere? l'avrei fatto ugualmente, senza dubbio, ma se vedi che intorno a ciò che scrivi c'è solo silenzio, allora accade che quella fiammella creativa, anziché alimentarsi, si va lentamente spegnendo.
D'altro canto lo noto: ho incrementato la mia vena creativa da quando ho cominciato ad aprire il primo blog e da quando la Perronelab ha cominciato a pubblicare qualche mio racconto o poesia.
Voglio dire, Oude, per un "artista" il riconoscimento è un fattore indispensabile, in quanto anch'egli è un fascio di relazioni... alimenta la sua vena creativa...
poi, per essere aderente all'argomento postato, l'autoriflessività sull'essere artista è una componente importante della mia scrittura, evidenziata già in quel racconto giovanile "Amalfi"...
tutto ciò mi aiuta anche e soprattutto ad avere una maggiore autoconsapevolezza su ciò che "creo", a non "rinunciare all'ambizione di una conoscenza integrale dei caratteri del mondo" (come scriveva Giulio Ferroni, quando lamenta il fatto che le nuove generazioni, salvo poche eccezioni, "evitano di fissare fino in fondo nella loro esperienza il senso della situazione presente".
Grazie della tua grande fiducia.

Oude
Caro Bruno, la tua contagiosa "soddisfazione" per il bel riconoscimento ottenuto da un sito letterario "serio" non può che rendere felice chi ti stima (e siamo tanti!)…
quanto al tuo mentore spero proprio che il suo intervento non solo ti conforti nell'autostima ma ti spinga veramente a fare di Buzzi un personaggio da romanzo più che da novella, cosa che ti consentirebbe ampi margini di riflessione sui più vari argomenti dal momento che, con grande intuito letterario, l'hai fatto vivere con un carattere poliedrico, adattabile ad un gran numero di situazioni...
goditi il momento di "gloria" ma non dimenticare che, noi affamati, aspettiamo altri tuoi (capo)lavori.

letteratura
20 ottobre 2011
L'artista e il riconoscimento: colloqui con Silver Silvan

Amedeo Modigliani
Silvan
"chiedere è obbedire lercio"

Meraviglioso, lo penso da una vita: se chiedi qualcosa, dai un potere a qualcuno; poi ci sono quelli che prendono senza chiedere, ma è un'altra storia. Sembra che sia più divertente per il proprio ego: prendere quello che ti viene naturalmente offerto fa schifo, se non bisogna sudarselo o meritarselo non vale niente. Bah. Sono nata nell'epoca sbagliata, pazienza.
Sull'omaggio post mortem, direi che lo sciacallaggio è sempre utile a chi è privo di fantasia: dà argomenti, fa leva sui buoni sentimenti o sull'ineluttabile sorte esistenziale che non risparmia nessuno, volgarmente detta "mal comune, mezzo gaudio". La morte rende santi automaticamente: pensare che ha a che fare con un sacco di eventi fisiologici sgradevolissimi e ributtanti. Mi perdoni, Corino: oggi sono lugubre peggio di un'upupa.
Che però è bellissima, non dimentichiamolo. Cosa vorrà dire? Ci penso, poi glielo farò sapere.

Corino
Grazie Silvan del tuo contributo...
sì, avevo notato lo stesso rituale dopo la morte di Sanguineti, all'improvviso scoprirono che era un grande poeta...
poi lo so che è inevitabile che ciò accada; più di qualcuno pensa che si diventi "grande" soltanto dopo la morte... confondendo il riconoscimento universale che la morte dell'artista può provocare (suo malgrado!) con il valore che di sé aveva in vita..
io dico, e la mia sarà scambiata per presunzione, che la consapevolezza del proprio valore (artistico) un vero artista deve averla in vita, il riconoscimento pubblico è soltanto una conferma di ciò che egli intuiva in sé... insomma un surplus.

Silvan
Corino, per quanto mi riguarda i riconoscimenti non dicono granché, anche perché possono essere dati per interesse, per piaggeria, per convenienza; ma lo ammetto, sono carezze che alleviano gli sforzi e i tentativi, magari falliti, di chi porta avanti una sua passione, vista come emanazione di se stessi e ci crede nonostante tutto.
Alla sua analisi vorrei aggiungere un altro elemento: quello della morte vista come limite definitivo alla produzione letteraria; da quel momento, infatti, l'esame critico investe il 100% di ciò che un autore ha composto e cessano le aspettative nei suoi confronti. Buona serata, Corino: è sempre un piacere commentare nel suo blog.

Corino
in un post dedicato a Saba e Colorni, riportavo queste parole del poeta, a proposito del successo di pubblico: "Allora, quasi a mo’ di consolazione, il filosofo se ne esce con un paio di frasi convenzionali, – che il successo non è la misura del valore dell’opera, ecc. –, ma Saba lo interruppe: “Non è vero. Il poeta scrive solo per il successo. Non mi venga a parlare di arte come espressione, come scopo a se stessa. La facoltà di esprimersi è, si capisce, un presupposto della poesia. Il poeta canta perché ha qualche cosa da dire: qualche cosa di diverso dagli altri, di eccezionale […] Ciò che il poeta esprime sono i suoi istinti proibiti, ciò che egli canta sono le sue colpe. E le canta per liberarsene, per confessarsi, per purificarsi. Se il pubblico gli volta le spalle queste colpe gli ricascano addosso, più tormentose di prima”.
Da quando le ho letto queste parole mi hanno dato motivo di riflessione: il poeta ha bisogno di riconoscimento, in vita, d'essere ascoltato per condividere con gli altri le sue "colpe", i suoi istinti proibiti. La morte non aggiunge nulla alla sua opera, purtroppo...

Silvan
Corino, devo ricordarle che quelli che commentano la poesia non sono mai poeti? Però diventano esperti a furia di leggere e la loro esperienza è tutta lì. E interpretano in funzione di quello che ci vedono, rapportandola a quella che già conoscono, deducendo molto semplicemente: nel tormento, nei dubbi, nell'angoscia di certe poesie si riconoscono i propri, il vero riconoscimento alla fine è quello; la capacità riconosciuta di evocare un sentire comune che appartiene anche ad altri, che trascende l'esperienza del singolo. Ma l'opera letteraria è anche inventata di sana pianta ed è legata ad interessi commerciali, che hanno la meglio, attualmente, in un'epoca in cui la cultura è spesso un prodotto come un altro. Il riconoscimento attuale può essere transitorio: cosa rimarrà della produzione attuale? Guardi Moravia, per dire; lo consideravano un padreterno, ma non se ne sente parlare granché; in compenso, Pasolini è stato rivalutato nel tempo, man mano che la valutazione della sua opera veniva liberata dalle incrostazioni moralistiche e omofobiche del tempo nel quale è vissuto. Boh, la pensiamo diversamente: credo più nella valutazione personale o di un amico a cui piacciono i miei stessi libri che a quelli del critico di turno, magari pagato profumatamente per dire quel che dice. Di Bevilacqua rimarrà qualcosa? Boh, non direi: ma non sono obiettiva, non lo posso soffrire. La Sagan, per dire, che mi piaceva tanto da ragazzina? Completamente dimenticata. Eppure non si può dire che non abbia avuto riconoscimenti: effimeri, però.

Corino
condivido: ci sono varie forme di riconoscimento
- pubblico
- critico
- editoriale
- commerciale
- e così via...
talvolta, l'uno contiene o rimanda all'altro...
...poi in un'epoca in cui tutto viene misurato in termini monetari, le cose si fanno più complicate; Moccia è un autore di successo, senza dubbio; commerciale? sì. Di pubblico? anche. Critico? Dubito. Cosa resterà domani di Moccia? Non lo so, probabilmente la sua opera sarà studiata come fenomeno di costume, un po' come Guido Da Verona...
rimane il fatto che l'artista ha bisogno di riconoscimento, è fondamentale al suo stesso fare arte, poi il tipo di riconoscimento dipende dal tipo di arte che fa; anche quello che dipinge delle romantiche croste ha bisogno di riconoscimento, se non altro di quello commerciale: effimero? può darsi, ma è quello che gli permette di continuare a dipingere...
detto ciò, un artista con una forte vocazione andrà comunque avanti, anche senza riconoscimenti, ma con difficoltà e sempre sul punto di mollare tutto e di dare un calcio anche alla sua vocazione... poiché il fatto di non saper rinunciare al suo fare arte non vuol dire che ha rinunciato al riconoscimento.




permalink | inviato da brunocorino il 20/10/2011 alle 15:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
SOCIETA'
18 ottobre 2011
Moderne comunità virtuali, nuovi riti di espulsione, bannare, litblog

Laddove c’è un Tempio
là ci sono preti zelanti..

 ...ciò che vale nel micro vale anche nel macro

In questi giorni ho appreso un termine nuovo “bannare”, per certi versi è simile al verbo “bandire”, cioè allontanare, mandar via, per altri, invece, è più simile al termine “espellere”, cacciar via. Un utente di un forum o di un sito qualunque può essere “bannato” quando scrive delle offese gratuite nei confronti di un altro utente, o quando viola le comuni norme del vivere civile che ha sottoscritto al momento dell’iscrizione al sito. Ma si può essere “bannati” anche per altre ragioni meno nobili che con quelle sopraesposte non hanno nulla da condividere. È questa seconda forma di “bannazione” che trovo più interessante da esaminare e da segnalare ai sociologi che studiano i newmedia. E lo trovo molto interessante in quanto applicano gli stessi riti e gli stessi meccanismi di espulsione che si verificano nelle comunità tradizionali. In pratica, esistono delle comunità virtuali che, in maniera quasi sbalorditiva e sorprendente, ripetono e mettono in atto questi stessi riti di espulsione così come accadeva nelle comunità premoderne.

Nell’Atene antica, ad esempio, era previsto l’istituto dell’ostracismo, in virtù del quale un cittadino, ritenuto pericoloso per la polis, poteva essere mandato in esilio per dieci anni, se dopo una pubblica discussione 6000 concittadini con voto segreto si fossero trovati concordi nel determinare l’allontanamento. I romani, invece, al tempo di Silla, promulgarono le liste di proscrizione che mettevano fuori legge tutti quei cittadini che avevano appoggiato o favorito i rivoluzionari al tempo della prima guerra civile. Le comunità medioevali misero in atto forme di emarginazione nei confronti di tutti coloro che non venivano considerati degni di vivere in mezzo a loro; inoltre, costringevano gli ebrei a vivere nei ghetti (da qui il nome “ghettizzare”), in modo tale che al momento opportuno, quando cioè serviva un capro espiatorio da immolare sull’altare, sapevano dove andare a prenderli. Anche le città-Stato medievali hanno conosciuto forme di espulsione quali l’istituto dell’esilio. Le moderne dittature hanno praticato altre forme di espulsione, ad esempio, durante il fascismo gli uomini ostili al regime venivano mandati al confino. Naturalmente, non bisogna confondere i riti di espulsione con l’eliminazione fisica tour court del “nemico”: i primi lasciano comunque in vita l’espulso, ma a condizione che non faccia più parte della comunità, i secondi, invece, tendono ad eliminarlo definitivamente.

Vediamo adesso, dopo questo breve excursus storico, come viene praticato il moderno rito di espulsione o la bannazione nelle moderne comunità virtuali. Anzitutto bisogna specificare che ciò che sto descrivendo non accade in ogni comunità virtuale, ma soltanto in quelle dove si crea tra gli utenti un forte spirito di corpo o un forte senso di appartenenza. Sia l’uno che l’altro sono del tutto circoscritti all’oggetto condiviso di discussione in base al quale la comunità virtuale si è riconosce. Per fare un esempio, l’oggetto in base al quale la comunità virtuale si riconosce può essere l’Arte. Ogni utente aderisce a quella comunità virtuale perché sa che in quel sito al centro dell’attenzione trova questo oggetto condiviso. Si discute e, come si dice in gergo, vengono “postate” cose che riguardano l’arte. L’oggetto, dunque, diventa il centro di interesse verso cui convergono tutte le attenzioni. Ognuno porta il suo modesto o immodesto contributo alla discussione in base alle sue conoscenze e competenze. Le comunità virtuali vivono e si affermano grazie alla continua partecipazione attiva degli stessi utenti: più contributi vengono “postati” più “commenti” si fanno ai singoli contributi e più le loro possibilità di crescere si fanno concrete. Naturalmente, in queste comunità ognuno deve essere libero di poter esprimere il suo contributo senza subire condizionamenti o censure preventive, sempre nel rispetto reciproco e nei limiti della reciproca educazione. Di solito e abitualmente è quanto accade in quasi tutti i siti che esprimono queste comunità. Di solito, appunto, esiste una redazione responsabile del sito che sorveglia con discrezione e tatto quanto accade all’interno di queste comunità evitando certi abusi e agendo in base a segnalazione di utenti vittime di offese o altro. La direzione agisce in base ai suoi poteri allo scopo di evitare che accuse reciproche tra utenti possano degenerare in liti o altro e finire con il danneggiare il sito. Si tratta dunque di una funzione moderatrice e discreta svolta, potremmo dire, dietro le quinte. Allo stesso tempo si guarda bene dall’entrare nel merito del contributo, se non per controllare se, in caso di segnalazione, l’utente abbia violato una delle norme sottoscritte al momento dell’iscrizione. Fatte salvo queste norme, l’utente può “postare” liberamente ogni suo contributo ed esprimere liberamente la sua concezione dell’arte, le sue “poetiche” nelle forme e nei modi da lui ritenuti più opportuni.

Esistono, invece, delle comunità virtuali nelle quali talvolta gli stessi membri della redazione sono parte in causa, ossia essi svolgono sia la funzione moderatrice che quella di utenti, e ciò li porta inevitabilmente a scambiare il loro ruolo di moderatori con quello di portatori di una linea editoriale mai esplicitata né dichiarata, scambiano il sito, del quale sono per statuto responsabili, per una sorta di “Rivista artistica”, atta a promuovere determinate tendenze artistiche e a rifiutare o a criticare tutti coloro che non sono allineati alla loro concezione dell’arte. Chi agisce in questa duplice funzione finisce con il creare necessariamente un “corto circuito” con alcuni utenti che hanno ed esprimono idee e concetti diametralmente opposti alla loro concezione. Per fare un esempio, quando uno di questi membri della redazione scrive un commento critico e piccato a un contributo di un utente in quale veste l’ha scritto? Come redattore o come utente? E se l’utente risponde a sua volta per le rime al suo commento critico e piccato a chi ha risposto all’utente o al redattore? E se poniamo caso, l’autore del commento oltre ad essere direttore ne è anche l’amministratore cosa accade quando l’utente risponde al suo commento? Come si risolve questa ambiguità di fondo? Poniamo ancora il caso che per un motivo o un altro, a torto o a ragione, vuoi perché gli è antipatico vuoi perché non sopporta ciò che scrive, l’amministratore/utente nella sua ambigua funzione abbia preso di mira un utente qualsiasi e comincia a scrivere quotidianamente nei suoi confronti post offensivi usando un linguaggio allusivo, ad esempio gli scrive quanto è deficiente, saccente, presuntuoso e quant’altro, l’utente oggetto di persecuzione a chi potrà segnalare il fatto di essere oggetto di persecuzione? All’amministratore? Al comitato redazionale? Pare un po’ difficile dal momento che lo stalking è messo in atto proprio dal “funzionario” che dovrebbe tutelare l’utente dalla possibilità di esserne vittima.

Ma l’aspetto più importante da analizzare è osservare il clima di servilismo e cortigianeria che inevitabilmente si crea all’interno di questa comunità virtuale costruita intorno alla figura di questo utente/amministratore ambiguo. Ad esempio, i suoi criteri di cooptazione redazionale sono abbastanza semplici: coopta inevitabilmente i più servili e servizievoli, coloro che sono immediatamente disposti a salire sul carro delle sue ragioni, coloro che immediatamente sanno tradurre in atto le sue aspettative, coopta insomma i più zelanti. Di solito nomina come suo vice un utente semianalfabeta, che di arte non ci capisce un tubo, che, ad esempio, è capace persino di scrivere una dissertazione (sic!) per dimostrare che la poesia di Rimbaud discende dal pesce-ghiozzo senza suscitare negli astanti una risata irrefrenabile, ma anzi suscitando nel pubblico servile e servizievole delle vere e proprie digressioni per esaltare la geniale intuizione! Insomma, in questa comunità virtuale vengono meno tutte quelle prerogative critiche che aiutano a far crescere l’oggetto, scopo del sito stesso, che, ad esempio, poteva essere la discussione sull’arte. È chiaro che l’utente che non si riconosce e non si allinea a questo clima cortigiano venga subito additato come un disturbatore della comunità, e che di conseguenza si cominci a mettere in atto quei meccanismi di persecuzione che lo spingono a fare un passo falso, ad auto-dichiararsi “colpevole”, sino al punto di apparire agli occhi degli zelanti meritevole di un castigo esemplare che l’ambiguo amministratore nella sua duplice veste è pronto ad infliggergli: ad impalarlo (virtualmente) o a bannarlo per sempre!




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VIAGGI
27 agosto 2011
Calabria, una malattia dell'anima

Piano di Novacco - Saracena

Sono tre anni che non vado in Calabria, per la precisione dovrei scrivere che non metto piede nel mio paese, poiché la Calabria in sé è non più che un’astrazione dello spirito, un luogo geografico divenuto nel corso dei secoli un sorta di luoghi comuni.

Sono trascorsi più di tre anni eppure non sento nessuna nostalgia, nessuna mancanza, finora. In passato, mi capitava di andarci almeno tre o quattro volte all’anno, e ogniqualvolta mi avvicinavo ai luoghi a me conosciuti (Laino, Mormanno, Campotenese, Morano, ecc.) provavo una grande emozione. Appena attraversata la catena del Pollino, il mio piacere più forte era individuare la vetta di Caramolo. Per me era come il campanile del contadino di Marcellinara, raccontato da Ernesto De Martino, ossia il punto di riferimento che mi faceva dire sono tornato nel mio ganz heimlich, ora mi sento appaesato.

Nello stesso momento in cui scorgevo la Vetta di Caramolo sentivo d’essere entrato nel mio “spazio domestico”. Oltre quell'orizzonte, tutto cominciava ad essermi noto e conosciuto. Ogni punto che attraversavo poteva suggerire alla mia memoria qualcosa. Quando poi mi affacciavo sulla Piana di Sibari a volte sentivo una lacrima sottile velarmi gli occhi. Mi sembrava di entrare in contatto con i miei antenati, gli antichi sibariti che amavano costruire le loro ricche ville sulle nostre colline, o con i suoi antichi abitanti di quei luoghi, i Bruzii.

Io ho provato sempre la sensazione di appartenere a quelle terre, ovunque un giorno mi fossi trovato a vivere, in qualunque posto avessi deciso di piantare le tende, sapevo che il cuore e la mente sarebbero rimasti affissi a quei luoghi. Tant’è che una volta mi sono chiesto se la Calabria fosse una malattia dell’anima, una malattia di cui non si guarisce mai, una malattia degenerativa, potrei dire, che peggiora con il passare degli anni.

Eppure, non avverto nessuna nostalgia né voglia di tornarci. È uno strano sentimento quel che provo. Non avverto più il bisogno di dimorare in quello spazio domestico. È come se quel ganz heimlich ormai abitasse nella mia mente o nei miei pensieri, come se fosse continuamente trasfigurato nel suo elemento stilistico, o nella sua sostanza poetica.

Forse è l’unico e ultimo modo per tenere in vita una metafisica dell’essere, una metafisica ciclica, nella quale si torna sempre al punto di partenza, o d’inizio, per incontrare lì la sua fine e riprendere così il suo cammino, eterno.


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POLITICA
2 agosto 2011
2 agosto 1980: sabato mattina

Ricordo precisamente dove e cosa facevo il giorno di quel 2 agosto del 1980:
era con mio fratello dal meccanico a riparare per l'ennesima volta quella 128 rossa.
Era una bella mattina d'agosto.
Un sabato mattina come tanti.
Stavo nella mia terra, in Calabria,
e credo che tanti s'apprestavano a partire per il mare.
Come accadeva in ogni parte d'Italia.
Un sabato mattina come tanti,
un sabato spensierato.
Ma intorno alle 10 e 45 una voce alla radio

annunciava che qualcosa di terribile
era accaduto alla stazione di Bologna.
Alla sera eravamo incollati davanti alla tv a seguire tutti gli aggiornamenti.
Rimasi profondamente colpito dalla notizia
che un ragazzo accorso sul luogo della strage
davanti a quella orribile tragedia
non era riuscito a sopportare la vista di tutte quelle persone
straziate da una bomba assassina,
sepolte sotto le macerie,
e s'era suicidato.
Non so se questo giovane sia nell'elenco delle vittime di quel giorno,
ma il pensiero, oggi, a distanza di trentun anni,
va anche a lui.


Bologna, 2 agosto 1980 - Un video-choc della strage



…..
Noi italiani non abbiamo bisogno di oratori ma abbiamo bisogno di uomini convinti delle loro idee che combattono per il nostro benessere e per il rispetto della dignità umana, portando avanti il loro lavoro onestamente.
(Tema di Maturità di Patrizia Messineo del giugno 1980, vittima della strage
di Bologna, 2 agosto 1980)



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POLITICA
31 luglio 2011
I due volti della giustizia

Questa estate
andrà in onda
nelle aule di giustizia
di tutte le città italiane
un film
interamente prodotto 
dal nostro Parlamento

con la complicità del governo:

I due volti dell'ingiustizia

(quando un processo t'allunga la vita)

tratto dal romanzo omonimo

di Angelino Alfano 

Ambientato nella capitale dei nostri tempi,

la vita del cavaliere viene risollevata

quando finalmente entra in scena

un ministro della giustizia

che ne ha incorporato un altro

che gli cuce addosso leggi

che calzano a pennello.


Regia di
Niccolò Ghedini
attore protagonista
Nitto Palma
interprete famoso nel ruolo di
L'amico di Previti (2001)








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DIARI
31 luglio 2011
S'è spenta tragicamente la Giustizia italiana

Passato al senato ddl sul processo lungo
Il provvedimento ora passerà al vaglio della camorra





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DIARI
21 luglio 2011
Quando i politici vanno al cesso

(ANSA) - ROMA, 19 LUG - ''Premesso che i costi della politica devono essere tagliati e possono essere tagliati, la strada maestra rimane quella di dimezzarne i numeri''. Lo ha detto Margherita Boniver, deputato del PdL e Presidente del Comitato Schengen aggiungendo che ''ristorazione, barberie, auto blu sono certamente voci utili per abbattere ulteriormente le spese fino ad arrivare addirittura all'ipotesi di far pagare l'uso dei bagni'' alla Camera.


I parlamentari del pdl se la stanno facendo sotto... hanno bisogno del cesso


Con tanti parlamentari "stronzi" i cessi sarebbero sempre occupati


La Boniver non riesce più a trattenerla... e la fa fuori dal cesso


Boniver se n'intende: è da una vita che rimane a galla


B. usa il suo wc personale firmato scilipoti


Immagino la fila per eludere i cessi...


Usare esclusivamente rotoloni regina (coeli)


Anche questa proposta finirà nel cesso


Modo per ottenere nulla-osta per accesso privilegiato


Di Pietro: io ho le mani pulite


Bossi: sappiamo come lo userebbe


Cessi di qualità: c'è il cesso del papa, il cesso del papy...


Cessi cittadini: c'è il cesso romano, il cesso milanese, il cesso cosentino...


Cessi umani: tanti...


Governo cess(at)o


Privilegi della casta: il cesso di ceramica blu


Cesso padano in ottima lega!


Povera paghetta di gasparri: con tutte le sue stronzate sarebbe sempre sul wc


brunetta: un cesso a portato di nano


Per parlamentari speciali: wc con doppio e triplo scarico








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POLITICA
18 luglio 2011
Secessione all'amatriciana

Le due anime della Lega:

di lotta e di governo

A Pontida: secessioneeeeeeeeee!

A Roma: matricianaaaaaaaaaaaaaaa



Un grazie a Profilo 1manifesto1manifesto





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POLITICA
14 luglio 2011
Cominciano a circolare i nomi del rimpasto di governo: i bocciati e confermati (si fa per dire)

Pare che ci siamo: appena dopo l'approvazione in parlamento della manovra finanziaria, ci sarà un nuovo rimpasto di governo. Il Presidente della Repubblica si è raccomandato di scegliere nomi all'altezza del compito.

I primi nomi usciti pare che rispettino la volontà del capo dello Stato (qualche perplessità sul ministro della difesa e della giustizia è stata comunque espressa).

Cominciano a circolare i nomi dei nuovi ministri:


Ministro alla Presidenza del Consiglio (qui il cambiamento non è sostanziale)


Ministro dell'interno (qui s'è preferito senza dubbio un tecnico)


Ministri della giustizia (il cambiamento è nel numero ma non nella sostanza)


Ministro della Difesa (confermato)


Ministro dell'istruzione (qui nel cambio il ministero c'ha senza dubbio guadagnato!)


Ministro del lavoro e delle politiche sociali (confermato)


Ministro del tesoro e dell'economia (c'è sempre un rivale!)


Ministro dell'innovazione pubblica (grande miglioramento!)

Ministro per le Pari opportunità (gli occhi sono uguali!)


Ministro delle politiche agricole (un altro tecnico)



Ministro della gioventù (ministero spacchettato)


Ministro degli Affari esteri (confermato)


Ministero della Fortuna

(nel senso: teniamo le dita incrociate!)

Ministro dell'Amore (non poteva certo mancare nella nuova compagine governativa!)





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POLITICA
13 luglio 2011
La badante, il tutore e il garante del IV governo Berlusconi
La badante: me son scucciata di pulire sto culetto flaccido

Il tutore: che me tocca fa alla mia età!

Il garante: que', paisà, paga i debiti



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POLITICA
8 luglio 2011
Ogni patria celebra i suoi eroi: Loukanikos vs Scilipoti
Il centrodestra ha eletto a suo eroe Domenico Scilipoti, che ieri alla presentazione del suo libro ha avuto la sua grande consacrazione.
Sei lode, dunque, a Scilipoti, che con la sua repentina folgorazione ha salvato il IV governo Berlusconi!

Il mio eroe preferito, invece, è questo straordinario animale: Loukanikos, ossia Salsiccia, il cane anarchico:
perché è un cane che difende i giovani dalle cariche della polizia greca:

un animale orgoglioso del suo essere, fedele ai suoi ideali, impavido nel ringhiare contro il potere.

Loukanikos non scrive libri per raccontare le sue gesta, come fanno "altri" cani, non perché non sa scrivere ma perché ha dignità.




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POLITICA
5 giugno 2011
Dal partito liquido al partito in liquidazione


Il partito liquido è un partito leggero, senza segreteria, scarsamente burocratizzato, dove non contano né le tessere né le decisioni congressuali, dove a decidere c'è un leader carismatico, dove il gazebo, struttura mobile, ha sostituito la tradizionale sezione di partito, struttura solida, dove non esiste più l'oratore che parla in piazza, ma la piazza televisiva
POLITICA
27 maggio 2011
Vittimismo d'accatto. La strategia comunicativa del premier

Il 21 maggio scrissi questo post La prepotenza mediatica riuscirà invertire la rotta?, che finiva così: «Una previsione semplice semplice possiamo farla: se nella prossima settimana registreremo una diminuzione verticale dei suoi comizietti televisivi vuol dire che ha preso atto che la strategia comunicativa era sbagliata e che non ha dato l’esito sperato. Insomma, che per la vittoria elettorale la sua presenza massiccia e prepotente non costituisce più un valore aggiunto, anzi comincia a rappresentare un fattore che danneggia il suo stesso schieramento politico. L’esposizione mediatica rappresenta dunque una buona cartina di tornasole per capire l’indice di gradimento dell’elettore». Come è noto la presenza comunicativa del premier dopo quella massiccia occupazione dei tg si è effettivamente “moderata”, non certo a causa delle multe dell’Agcom (che in altri tempi non avrebbe neanche preso in considerazione), e neanche perché non ha dato gli esiti sperati, che, come avevo anticipato, non poteva assolutamente dare...

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politica interna
25 maggio 2011
Aspettando il crollo del “muro di Arcore”
Facce tese, sguardi fissi, mani congiunte che tradiscono nervosismo, tic, gesti alterati e il capo, chiuso nel suo bunker mediatico, che aspetta ogni sera il vaticinio degli àuguri: tante nuvole nere s’addensano all’orizzonte, e tanti corvi dalla chioma incanutita volano sopra la statua pronta a crollare dal suo piedistallo. I pochi giorni rimasugli di questa settimana sono giorni sospesi, giorni messi in pausa, giorni di riflessione in cui s’affilano le tattiche, si elaborano le strategie. Sono giorni in cui si pensa soprattutto a come arginare i danni, a come restare in piedi anche domani. La piena è in arrivo, e ogni ora che passa il livello del fiume s’alza, impietosamente. Si vede una massa incolore gonfiarsi a dismisura, e un’onda crescente e inarrestabile che rischia di travolgere ogni cosa, di spazzar via alleanze, maggioranze, governi, ministri, sottosegretari, direttori di giornali, galoppini, responsabili, ma soprattutto rischia di far crollare il muro di Arcore...

continua..http://brunocorino.blogspot.com/

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POLITICA
24 maggio 2011
Quando va in scena la parodia della paura
Le mie analisi sugli scenari futuri – che in questi giorni ho focalizzato soprattutto su quelli politici – sono basate su alcune premesse che hanno la loro fonte ispiratrice nella etoanalisi. La capacità di poter “prevedere” eventuali scenari rappresenta per me un modo per verificare la validità stessa della teoria. Pertanto, anziché esplicitare i presupposti della teoria, mi concentro, in questo luogo, sui possibili campi di applicazione che essa mi permette di effettuare. Dunque, nella “teoria dell’elettore indeciso” avevo parlato di alcuni probabili scenari che queste elezioni amministrative avrebbero configurati. Avevo scritto (9 maggio) che per stanare l’elettore indeciso il mezzo a cui di solito si ricorre è la paura... 
POLITICA
22 maggio 2011
Perché il centrodestra è destinato a perdere
Ricordate le campagne elettorali in cui Berlusconi stravinceva? In particolare quella del 2001 e l'ultima del 2008? Quale grossolano errore commetteva la strategia comunicativa dello schieramento opposto? Dipingendo Berlusconi come il "male assoluto" si determinavano due effetti negativi: primo, si provocava una grande maxi esposizione del proprio avversario; secondo, le proprie proposte risultavano del tutto sbiadite...

POLITICA
21 maggio 2011
La strategia mediatica riuscirà a invertire la rotta dell'elettorato milanese?



Ieri, scherzando, parlavo dell'annuncio di fare Milano capitale. In queste ore circolano voci di trasferire due ministeri a Milano e uno a Napoli. In fondo, non è che mi sia scostato tanto da ciò che annunceranno. Se potessero credo che lo farebbero davvero pur di vincere ad ogni costo questa partita elettorale. Adesso assistiamo a uno sproloquio mediatico del premier su tutte le televisioni compiacenti. Sarà un valore d'aggiunto per i suoi candidati? Non entrerò nell'esame dei contenuti dei suoi spots elettorali offerti gratuitamente sulle reti nazionali, che ognuno può valutare con discernimento. Ciò che a me interessa è analizzare la modalità comunicativa messa in atto dal premier....
continua http://brunocorino.blogspot.com/

POLITICA
19 maggio 2011
Vi dico come andrà a finire il ballottaggio a Milano: 55% a Pisapia


C'è attesa, una grande attesa su ciò che accadrà tra dieci giorni a Napoli e a Milano. I sondaggisti mai come in questi giorni sono consultati come un tempo si consultavano gli oracoli prima della battaglia. Ognuno vorrebbe sapere dalla lettura delle viscere fumanti del paese quale sarà il responso dell'elettorato. Gli analisti, calcolatrici alla mano, fanno i loro calcoli: sommano, sottraggono, moltiplicano, dividono. I politici diventano scaramantici, toccano ferro e si mettono in tasca qualche cornetto. La posta in gioco è assai alta...
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leggi: Il filosofo e il poeta: Saba/Colorni

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Amo la poesia di Dante per la sua compostezza. Amo la poesia di Catullo per le sue laceranti passioni. Amo la poesia di Leopardi per la sua concezione della vita aderente ai suoi versi. Amo la poesia di Majiakoski per i suoi versi fragili e irruenti. Amo la poesia di Esenin per il respiro della sua terra. Amo la poesia di Gozzano per la sua ironica malinconia. Amo la poesia di Montale per la sua sapienza. Amo tutti i poeti che hanno dato un gusto nuovo alla vita.Non amo Carducci per la sua vanità. Non amo D'Annunzio per la sua falsità. Amo Pascoli, ma solo a metà. 

 

Chi volesse leggere in versione integrale

I colori della vita e altre storie
Il prodigio. Racconto onirico
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Il vero mistero del mondo è il visibile, non l’invisibile.
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Ognuno di noi ha dei romanzi/racconti che sono degli amici cari con i quali ogni volta che stiamo insieme abbiamo sempre mille cose da dirci e da raccontarci  e con i quali  mai ci stanchiamo di parlare. Si sa, i veri amici non sono poi così tanti. Ecco i miei cinque più cari amici:

La morte di Ivan Il'ic, Lev Tolstoi

Senilità, Italo Svevo

Doktor Faustus, Thomas Mann

Il rosso e il nero, Stendhal

La letttera rubata, Edgar Allan Poe

 

Questo blog si presenta sotto forma di appunti personali, e come tale non segue un vero filo logico nel corso del tempo. Il presente blog non costituisce testata giornalistica, non ha carattere periodico ed è aggiornato secondo la disponibilità e la reperibilita’ dei materiali ivi contenuti. Pertanto, non può essere considerato in alcun modo un prodotto editoriale ai sensi della Legge n° 62 del 7.03.2001.