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letteratura
29 marzo 2012
Ma di quale cultura del Sud andate cianciando?

Salvatore Quasimodo
Ho letto nella rete un appello per non cancellare nientepochedimeno la “cultura del Sud” (sic!). Cultura che poi viene declinata a una manciata di scrittori nati a Sud, ma vissuti altrove magari, a Milano, a Firenze o a Roma, quindi scrittori che del Sud hanno sì e no conservato forse la memoria e un po’ di nostalgia.

E sì perché per questi signori dello spirito credono che la Cultura, quella con la “C” maiuscola si preserva se viene erogata nei cosiddetti programmi scolastici senza chiedersi se esiste realmente una “cultura del Sud”. Cultura intesa in senso libresco, cultura della pagina scritta, cultura puramente letteraria o paraletteraria. Perché poi a veder le cose più a fondo, di tutto il resto, a questi emeriti signori che credono di farsi grandi per aver elogiato la loro piccineria, non “li può frega’ de meno”. Anzitutto non interessa loro i viventi, quelli che per varie e inenarrabili ragioni sono stati costretti a partire dal Sud per trovare una diversa collocazione, e anche un diverso interlocutore. Di questi scrittori viventi meglio non preoccuparsi. E poi a che scopo? Non portano gloria agli estensori di questi pseudo appelli.

Già perché io di questi nobili estensori, anche se non conosco i volti e i nomi, conosco di che di pasta son fatti. Sono quei piccoli intellettuali di paese che scrivono sui gazzettini comunali, che amano formare i circoli esclusivi, che ogni giorno riempiono la loro esistenza di vuote parolone, che amano promuovere convegni per parlare del poeta nostrano morto cento anni fa e che nessuno ricorda, sono quelli che amano discettare sulla morte del romanzo, sulla morte dell’arte, e che ogni giorno vanno ripetendo che non nascono più gli scrittori di una volta. E sono quelli che a modo loro, e magari involontariamente, costringono tanti uomini e donne di valore a lasciare la loro terra perché soffocati da quel clima stantio, da quell’ambiente asfittico e surreale.

Ma di quale cultura del Sud andate cianciando, signori miei? La cultura è ben altro, e forse a voi neanche è giunto il sentore. Non confondete il fatto che ci sono quattro o cinque scrittori nati casualmente a Sud con la cultura. Preoccupatevi piuttosto di salvaguardare quel poco patrimonio archeologico che è rimasto, di incrementare le biblioteche comunali lasciate in balia della muffa, di non lasciare che i vostri figli siano costretti ad andare altrove per respirare un’aria un po’ più sana, e lasciate soprattutto che siano i vostri figli a decidere le loro letture e non i programmi scolastici che anziché incentivare la lettura di autori meridionali finiscono con il mortificarla


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permalink | inviato da brunocorino il 29/3/2012 alle 10:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
CULTURA
26 marzo 2012
Parole di giorni un po' meno lontani - Tullio De Mauro


Tullio De Mauro ha insegnato nelle università italiane per cinquanta anni. Nel corso di questi dieci lustri ha formato non solo frotte di docenti universitari, ma anche insegnanti di licei, scuole medie ed elementari. Ognuno di questi “allievi”, credo, potrebbe raccontare un aneddoto, un episodio, citare un ricordo significativo, in quanto, per chi ha seguito le sue lezioni universitarie, quell’insegnamento ha lasciato nella sua formazione un solco profondo. Ed è tale la traccia, perché quell’insegnamento, come scriverebbe Max Weber, è Beruf, ossia “vocazione” che è allo stesso “passione”. Una passione e una vocazione che hanno origine in “giorni lontani” o in “giorni un po’ meno lontani”.

Lontano dalle aule universitarie, lontano dall’insegnamento quotidiano che ha accompagnato la sua esistenza, De Mauro, scrivendo Parole di giorni un po’ meno lontani e, prima ancora Parole di giorni lontani, è come se avesse avvertito il bisogno non solo di rievocare dove, quando e in che modo è emersa a poco a poco, nella sua coscienza, la passione (e la vocazione) per l’insegnamento, ma soprattutto la necessità di continuare a insegnare, a insegnare non più attraverso la lezione viva e diretta del suo magistero universitario, ma attraverso libri, i suoi, anzitutto, ma anche quelli che hanno segnato la sua formazione.

Con Parole di giorni un po’ meno lontani De Mauro racconta il secondo decennio della sua vita (dal 1942 al 1952) così come con Parole di giorni lontani aveva narrato il suo primo decennio, l’infanzia. In entrambi i casi, lo fa con il suo piglio da linguista, rievocando il modo in cui per la prima volta una parola o una locuzione si è affacciata alle porte del suo universo linguistico e lessicale. Nella seconda fase questo “universo” viene scoperto soprattutto attraverso la lettura dei suoi libri preferiti, David Copperfield e il Don Chisciotte della Mancia: «Leggevo e conoscevo parole strane come gualchiera e persone nuove, si aprivano orizzonti sconosciuti, penetravo in mondi ed epoche distanti, il contadiname dell’altopiano, le corti, la grande nobiltà, ma anche la piccola nobiltà decaduta del Seicento spagnolo, la borghesia inglese dell’Ottocento».

E così, a parti rovesciate, De Mauro si vede nelle vesti di studente, di scuola media e poi liceale. Per questo posso dire che Parole di giorni un po’ meno lontani può essere letto come un vero e proprio “romanzo di formazione”, un genere letterario caduto in disuso ormai, in un’epoca in cui la “formazione” intellettuale conosce altri percorsi, altri luoghi. Non temo di fare un paragone improprio se scrivo che il modello più prossimo a cui accostare il libro di De Mauro sia proprio La giovinezza di Francesco De Sanctis. Come in quelle pagine, anche nel libro di De Mauro emerge l’altissima funzione attribuita alla scuola, «che dee esser la vita», se vuole attualizzare le potenzialità insite in ciascun giovane. Come De Sanctis, De Mauro ha scavato nel suo repertorio di ricordi per tirar fuori esperienze esemplari. L’operazione poteva risolversi nella rievocazione nostalgica di uno studioso e maestro, che, divenuto un’autorità indiscussa nel panorama culturale internazionale, rivolge lo sguardo indietro con rimpianto. Leggendo, pagina dopo pagina, ho avvertito come l’autore abbia voluto e saputo con accuratezza, con acutezza evitare la trappola del ricordo nostalgico fine a se stesso.

Le esperienze narrate sono sì esperienze che hanno fatto parte del suo passato lontano, ma leggendole nella loro cristallina scrittura, nel loro stile piano e leggero, si sono trasformate in momenti presenti e vicini a noi, sono cioè diventate, quelle esperienze, specchi della nostra esistenza, nei quali ognuno può vedervi riflessi i propri errori, le proprie ingenuità, le proprie speranze, le proprie ansie, ma soprattutto i propri amori per la vita e per le cose belle di questo piccolo mondo.

letteratura
15 aprile 2011
Lettera a un critico letterario

Gentile critico letterario (a me sconosciuto/a),
troverà inconsueto che mi rivolga a Lei tramite un blog. Se avessi più sfrontatezza avrei potuto prendere qualche indirizzo e-mail, e scriverLe direttamente; la rete è anche questo: trovare un indirizzo, come un tempo si faceva con l’elenco telefonico, e avere l’ardire di chiamare o di scrivere. Ma io non ho questo ardire e ho preferito usare quest’altro mezzo. La ragione per la quale Le scrivo è che giorni fa mi è capitato tra le mani il saggio La narrativa italiana degli anni Novanta, e ho letto molto attentamente quanto si muove nella narrativa di questi ultimi decenni. In precedenza, avevo letto anche Parola di scrittore. La lingua della narrativa italiana dagli anni Settanta a oggi, edita dall’Accademia degli Scrausi (a cura di Valeria Della Valle). L’idea che mi sono fatta sulla recente narrativa è che vi siano in atto due tendenze: una prima, piuttosto “letteraria”, e, una seconda, tutta giocata sull“anti-letterarietà”. Potrei riassumere in questo modo le due tendenze: c’è una linea poetico-espressiva che guarda alle letterature precedenti – ciò che Gesualdo Bufalino definisce “i serpenti della tradizione” – per generare altra letteratura. Questa linea ha i suoi punti di raccordo nella narrativa di Bufalino, di Vincenzo Consolo e, come punta estrema, in quella di Michele Mari, e trova la sua ragion d’essere in ciò che Consolo definisce un processo di verticalizzazione: «Si stampano tanti romanzi oggi, e più se ne stampano più il romanzo si allontana dalla letteratura. Un modo per riportarlo dentro il campo letterario penso sia quello di verticalizzarlo, caricarlo di segni, spostarlo verso la zona della poesia, a costo di farlo frequentare da “pochi felici”» (citato in Parola di scrittore, p. 101). Insomma, è una narrativa a basso-consumo, fatta quasi per pochi "eletti". La linea anti-letteraria s’esprime, invece, attraverso una vena sociologica, che non mira alla letteratura, ma piuttosto al “parlato”, a una sintassi sconnessa, infarcita di anacoluti, con un uso ossessivo dell’iterazione, disseminata di tratti fumettistici, di una scrittura palinsestica o stratificata. Questa linea parte da Tondelli e arriva a Sandro Veronesi, a Niccolò Ammaniti. Se dovessi coniare una espressione sintetica appropriata a meglio definire queste due tendenze in atto, parlerei di un tentativo di “sacralizzazione” da parte della narrativa letteraria, e di un tentativo di “sconsacrazione”. Nel primo campo, la narrativa diventa quasi un luogo di culto nel senso letterale dell’espressione, dove il lettore entra in punta di piede. Nel secondo luogo, la narrativa diventa un luogo profano, o da profanare, quotidiano, triviale per alcuni aspetti, dove il lettore non ha alcun obbligo nei confronti della materia narrativa.

È chiaro che se analizziamo le due tendenze in chiave sociologica, potremmo commettere un errore di prospettiva, iscrivendo la tendenza della narrativa letteraria al partito conservatore, o a una volontà restauratrice, insomma a una sorta di partito dell’ordine, che crede ancora al valore propositivo della letteratura, che crede ancora che la letteratura sia un lavacro che possa purificare l’anima contaminata dei lettori; e, iscrivendo, invece, l’altra al partito progressista, che lotta contro l’ordine costituito, proponendosi di svegliare la coscienza rivoluzionaria del lettore. In realtà, il discorso si potrebbe anche rovesciare: la tendenza antiletteraria potrebbe aiutare il processo di omologazione a un linguaggio e a uno stile di vita ormai diffuso. Facendo il verso alla società dei media, ai suoi tic, facendosi, in altri termini, «specchio della società», spinge, forse inconsapevolmente, ad accettare senza alcuna resistenza proprio quanto di più triviale e banale si muova oggi nel nostro tempo. Voglio dire, non operando più uno scarto tra una coscienza critica e la vita quotidiana, questa narrativa antiletteraria spinge le coscienze ad aderire con maggior disinvoltura a praticare i suoi consumi, i suoi vizi, o i suoi vezzi. L’altra tendenza, marginalizzando la letteratura in un campo “estraneo” alla contaminazione triviale, preserva la coscienza in un lembo di austera ieraticità, da cui può osservare con maggior disincanto la realtà sociale, senza lasciarsi completamente assorbire dai suoi modelli e dai suoi stili di vita. Voglio dire questo atteggiamento ieratico della letteratura, giocato su uno stile espressivo medio-alto, è in grado di far intravedere una realtà/altra rispetto all’appiattimento generale da cui siamo oramai quotidianamente sommersi.

Ma torniamo a Lei. Questo giro di ricognizione sulle tendenze attuali della narrativa spero che possano servirLe a riflettere meglio su quanto s’agita nel campo della letteratura. A me, queste analisi sulla “lingua” degli scrittori, hanno aiutato a definire e a rendermi più consapevole della cifra stilistica che ho scelto per esprimere la mia poetica. Lei ha capito già in quale delle due linee espressive ho deciso di muovervi, perciò mi sono deciso a scriverLe. Tuttavia, riconosco d’essere ancora uno che scrive nell’ombra, di essere un “clandestino”, un irregolare o un senza permesso di soggiorno in questa benedetta repubblica di lettere. Ma sebbene abbia ancora questo titolo sono arrivato comunque a prendere consapevolezza piena del valore di ciò che scrivo (l’ardire di questa lettera n’è una dimostrazione, a modo suo). Qui troverà diverse “prove” narrative scritte in tempi diversi. Sono più che altro un “campione rappresentativo”, come direbbero i sondaggisti, valido a farsi un’idea della qualità di ciò che scrivo. Potrei allegare altre prove poetiche o racconti più lunghi, ma mi rendo conto che approfitterei un po’ troppo della Sua pazienza. Quando avrà finito di leggere queste prove si chiederà: che fare? bene, se riterrà che sono completamente fuori strada, per me può benissimo “ignorarle”, e continuare a fare il Suo lavoro, evitando di rispondere a questa missiva (strana). Un silenzio in più un silenzio in meno non cambia la sostanza delle cose, e non cambia la vita a nessuno. In caso contrario, non so, sarà sufficiente farsi vivo e scrivere semplicemente due righe, giusto a notificare che questa lettera è arrivata, alfine, a destinazione.
Con ossequi
BC.


[ NB.
Non mi piacciono i “tondelliani”, i “cannibali”, i pulp, i narratori della nuova ondata, della “terza ondata”, i narratori nuovi-nuovi, non mi piace tutta questa narrativa sociologica, infarcita di tic, di tac, di cult, di trash, di cibi, di musica, di indovinelli, di cyborg, di media. Non mi piace questa narrativa “specchio della società”, che fa il verso alla televisione, e non mi piacciono questi scrittori che giocano a fare i “coatti”, i friendlys, gli “sgradevoli”, i “cinici borghesi”, gli “orrendi”, i punk di provincia, i festaioli, i trasgressivi (a modo loro); non mi piacciono i cyberpunks, gli splatterpunks. perciò non mi piacciono gli Ammaniti, i Mozzi, i Brizzi, i Culicchia, le Scarpa, le Vinci, i Nove. Negli anni Novanta quando loro scrivevano Branchie, Occhi sulla graticola, Tutti giù per terra, Belli & perversi, io scrivevo Rocciacavata, un racconto “anacronistico”, che non parla di telefoni cellulari, di internet, di new economy, di media, di Beat generation, di lavagne, di bacheche, di aule universitarie, di studenti fuori corso, di docenti zombi, di thriller, di fumetti, di manga giapponese, di yuppismo, di canne e di bevute. Certo, loro erano a passo coi tempi, in sintonia coi tempi, in armonia coi tempi, in sinergia coi tempi, pronti ad essere cooptati, coccolati, stuzzicati, imbambolati da casa editrici, salotti letterati, sceneggiatori d’avanguardia di retroguardia, dal gusto forte, di retrogusto, da questi buongustai della parola, della canzone. Ed io lì, come un idiota, a scrivere racconti anacronistici, d’altri tempi, tardo nostalgici, a leggere Mann, Tolstoj, Joyce, Camus, Svevo, Vittorini, Gadda, Stendhal, ecc., a fare lo scrittore di provincia che non ha capito niente del mondo (letterario)! In fondo, checché se ne dica, ogni narratore vuole “rappresentare” la realtà del mondo e dell’universo in cui vive, essere, appunto, specchio del proprio tempo, incarnarne, hegelianamente, lo spirito. Allora, il disagio, l’inquietudine esistenziale, il senso di solitudine, le lacerazioni della coscienza, gli strappi repentini, la vita o la morte, la gioia o il dolore, la violenza, la nausea o il senso di ribellione, la deformazione metropolitana, si crede di poterlo esprimere meglio facendo il “verso” alla realtà, attraverso l’assunzione mimetica o parodistica dei modelli massmediatici, o la registrazione amplificata della realtà, o attraverso una lingua dell’eccesso (Elisabetta Mondello). Poi, alla fine t’accorgi che è tutto una «moda», un trend da inseguire/seguire, un lasciarsi trasportar dalla corrente, e allora vengono fuori i Moccia, i Giordano de' La solitudine dei numeri primi, come se tutta quella pseudo/arrabbiatura espressiva non sia servita ad altro che a preparare il terreno alla Restaurazione letteraria].

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Ognuno di noi ha dei romanzi/racconti che sono degli amici cari con i quali ogni volta che stiamo insieme abbiamo sempre mille cose da dirci e da raccontarci  e con i quali  mai ci stanchiamo di parlare. Si sa, i veri amici non sono poi così tanti. Ecco i miei cinque più cari amici:

La morte di Ivan Il'ic, Lev Tolstoi

Senilità, Italo Svevo

Doktor Faustus, Thomas Mann

Il rosso e il nero, Stendhal

La letttera rubata, Edgar Allan Poe

 

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