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CULTURA
15 gennaio 2012
Umberto Eco, Pericle, la democrazia e il “populismo”…

 
“Stai attento, perché Pericle era un figlio di puttana”…
Così Eco ricorda a chi si accinge a salire sul palco per pronunciare il discorso di Pericle agli ateniesi, come elogio della democrazia…
Leggo l’anticipazione di un brano su “la Repubblica” di sabato scorso, estratto dal suo saggio Figlio di una etera che apparirà presto nel volume La subdola arte di falsificare la storia. Il brano di Eco fa immediatamente il giro della Rete, e viene retoricamente elogiato come esempio di “smascheramento” sul modo in cui si “falsifica” la storia. E così, leggendo il brano di Eco dall’inizio alla fine, scopriamo due tratti fondamentali della personalità di Pericle: la sua malafede e il suo populismo.
Scrive Eco: quello che Pericle “voleva elogiare era la sua forma di democrazia, che altro non era che populismo – e non dimentichiamo che uno dei suoi primi provvedimenti per ingraziarsi il popolo era stato di permettere ai poveri di andare gratis agli spettacoli teatrali. Non so se dava pane, ma certamente abbondava in circenses. Oggi diremmo che si trattava di un populismo Mediaset”.
Più avanti Eco ricorda che il discorso di Pericle, riportato da Tucidide, è stato inteso nei secoli come un elogio della democrazia, in realtà, secondo il semiologo, si tratta di un “discorso populista”: “Pericle non menziona il fatto che in quei tempi ad Atene c’erano, accanto a 150.000 abitanti, 100.000 schiavi”. A cosa mira, si domanda ancora Eco, questo elogio della democrazia ateniese, idealizzata al massimo? “A legittimare l’egemonia ateniese sugli altri suoi vicini greci e sui popoli stranieri”. Insomma, secondo Eco, il discorso di Pericle agli ateniesi “è un classico esempio di malafede”.
Io direi a Eco: ecco un classico modo sbagliato di insegnare la storia nelle scuole.
Purtroppo, la malafede non la vedo nel discorso di Pericle, ma nel brano di Eco. Affermo questo perché per amore del pensiero dialettico, Eco rovescia totalmente la realtà della storia, presentandola in modo distorto e incoerente. L’elogio di Pericle della democrazia, negli ultimi tempi, è stato presentato come un esempio storico da contrapporre al berlusconismo imperante. Quelle frasi in cui Pericle afferma che “per il fatto che non si governa nell’interesse di pochi ma di molti, è chiamato democrazia…” ecc., quando venivano pronunciate nelle piazze italiane facevano spellare le mani di tutti coloro che amano la democrazia, perché le leggevano in chiave antiberlusconiana…
Ora, Eco ci ricorda di quali istinti prevaricatori era figlia la democrazia ateniese, di quanto retorica prevaricatrice era portatrice quella democrazia, e, infine, di quanto populismo essa era intrisa. Insomma, ci presenta il discorso di Pericle come un discorso filoberlusconiano più che antiberlusconiano. Ma poniamoci questa domanda: era sbagliata la lettura che ne davano gli antipopulisti o è sbagliata la lettura filopopulista di Eco? A mio parere sono entrambe sbagliate, in quanto Pericle, quando esalta la “forma di governo” ateniese, non si sta rivolgendo a una astratta umanità, ma si rivolge a quei 40.000 cittadini ateniesi che godevano del diritto di cittadinanza. Insomma, Pericle dice “noi” ateniesi, sottintendendo “noi” che godiamo pienamente dei diritti politici. Qui, in questo punto, intendo dire, individuo la malafede di Eco e il suo modo sbagliato di proporre l’interpretazione storica: Pericle esalta la forma democratica contrapponendola alla forma oligarchica di Sparta e alla forma monarchica orientale: “noi quarantamila ateniesi (escluso gli schiavi, i meteci e le donne) siamo migliori perché non ci lasciamo governare da una cricca di uomini o da uno solo…”. Il discorso di Pericle non ha alcunché di universale…
Il principio di uguaglianza di ciascun cittadino di fronte alla legge che egli pone nel discorso vale soltanto per i “cittadini” ateniesi, non è affatto un principio universale. Di questo Pericle e i suoi ascoltatori erano pienamente coscienti e consapevoli. La malafede, intesa da Eco, sarebbe tale se egli si stesse rivolgendo a tutti i popoli e a tutte le genti, indistintamente, a tutte le persone, a prescindere dal ceto, dallo status, o dal genere…
Ma il suo non è discorso di principio universale, è un discorso di parte. Se Pericle lo avesse presentato come tale, come un discorso di principio universale, quando poi in realtà la potenza della polis ateniese si basava sulla sopraffazione dei popoli vicini e sugli uomini e le donne che non godevano di alcun diritto di partecipazione democratica, allora sì che sarebbe suonato come un discorso ipocrita…

Quanto all’ipotetico populismo di Pericle è completamente fuori luogo. Gli antichi avevano un termine ben preciso quando volevano indicare il modo in cui un governante solleticava i bassi istinti popolari: demagogia. Tutte le democrazie antiche hanno conosciuto inevitabilmente forme demagogiche. Chiaramente, neanche uno come Pericle ne fu esente. Ma la demagogia non ha niente da spartire con il populismo. Vorrei infine ricordare due cose: questo “re non coronato” cercò soprattutto di consolidare le basi della ristretta democrazia: dei 40.000 cittadini in possesso dei pieni diritti civili, la metà circa apparteneva alla classe dei teti, i quali, essendo poveri, non erano nella condizione economica di aspirare alle magistrature. Ebbene, Pericle si preoccupò di far votare una legge in base alla quale era data un’indennità di due oboli ai giudici popolari dell’Elièa. Quindi, offrì a tutti i cittadini di porsi candidati alle magistrature più alte. Riguardo invece alla possibilità data a tutti i cittadini ateniesi, sempre quelli che godevano dei diritti civili, di assistere agli spettacoli teatrali, non la metterei sullo stesso piano di Mediaset: assistere a rappresentazioni teatrali di Eschilo, Sofocle o Aristofane non è la stessa cosa che assistere agli spettacoli di Maria De Filippi. Eco dimentica che il teatro greco non aveva nulla a che spartire con gli spettacoli cruenti dell’antica Roma.

Fatte queste doverose precisazioni, non vorrei passare come l’ennesimo esaltatore della classicità: nella mia socioanalisi ho tentato in tutti i modi di far emergere su cosa fosse basata la grandezza di Sparta, Atene o dell’Impero romano.
Non ho certo la presunzione di suggerire a chi leggerà questo post di andare nella rete a recuperare tutto quel che ho scritto sul ruolo della schiavitù nel mondo antico, ma soltanto di dire che è possibile vedere come la penso sull’argomento e come ho tentato di mettere sempre in evidenza le luci e le ombre del mondo antico, evitando di fare polemiche per il gusto di sembrare originale ad ogni costo…

Ma si sa: ci sono accademici senza nulla accademia…


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Ognuno di noi ha dei romanzi/racconti che sono degli amici cari con i quali ogni volta che stiamo insieme abbiamo sempre mille cose da dirci e da raccontarci  e con i quali  mai ci stanchiamo di parlare. Si sa, i veri amici non sono poi così tanti. Ecco i miei cinque più cari amici:

La morte di Ivan Il'ic, Lev Tolstoi

Senilità, Italo Svevo

Doktor Faustus, Thomas Mann

Il rosso e il nero, Stendhal

La letttera rubata, Edgar Allan Poe

 

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