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Accademico di nessuna Accademia
letteratura
17 dicembre 2011
Vuote strisce colorate. Intensità verde

Mark Rothko - Dionysius, 1949
Freme il colore sulla pelle, e si ribella...
Vorrei donargli la mia calma e la mia saggezza...
Ma non riesco a trattenerlo e urla ancora nella sua essenza primitiva...
Ho ascoltato L’uccello di fuoco di Stravinskij e preso coscienza di quanto sia difficile dare corso al proprio processo creativo, specialmente adesso che non m’importa più niente del mondo e della sua realtà cruda.
Mi rifiuto di dipingere oggetti, cose, esseri viventi...
Tutto ciò mi provoca nausea; e odio vedere, ascoltare gente e persone.
Per questo ho deciso di vivere in un eremo e dipingere il nulla...
La vita mi costringe a stare in mezzo agli altri, a sopportarne i discorsi vuoti e senza senso, a sentirne i lamenti, le lodi.
Un tempo desideravo che ogni colore toccasse una corda del mio animo e la facesse vibrare nella sua assoluta solitudine; mi piaceva percepire l’onda che si spandeva nella spazialità della mia anima.
Ho finito di stendere il verde nella metà superiore della tela, e ora la guarda a una certa distanza; la fisso intensamente, eppure, non è quella striscia verde a riempire la visione, ma è sempre la metà lasciata in bianco ad attrarre lo sguardo.
La luce bianca è più forte di ogni altra luce...
Questa luce mi svela un senso di vuoto e di smarrimento, lo stesso che avverto dentro di me.
E che voglio cancellare espandendo altro colore verde. Non è nel verde che si riflette la mia anima, ma in quella parte che ho lasciato in bianco, in quella parte della mia vita che ho lasciato in sospeso quando ho deciso di abbandonare tutti e tutto.
Follia del genio, hanno sentenziato le voci popolari.
Sono andato a vivere in un luogo lontano e sconosciuto.
Dipingo soltanto strisce verdi, senza senso e senza nessun significato. Dipingo per stendere i miei nervi o per trovare un’intensità nuova. Adesso nessuno può dare valore a queste tele. Eppure, ancora fremono nella loro impazienza metafisica...
Rileggo l’articolo di quel critico che parlava del mio ritiro dalla scena come un’occasione per ritemprare la mia creatività; vedrete, cari lettori, che tra qualche mese, passata la follia, farà il suo ritorno trionfale offrendoci nuove opere e meravigliose.
Pover’uomo! Sono anni che aspetta il mio ritorno sulla scena, ritorno che non ci sarà mai. A che scopo tornare? Perché possa di nuovo ascoltare queste chiacchiere vuote nell’orecchio?
Preferisco continuare a vivere e a dipingere con lucidità queste strisce vuote.
La follia. La sola parola che sono riusciti a coniare per descrivere la mia condizione è stata questa. E so che più gli anni passano e più il nome viene incatenato a quella parola. Immagino quanto il mito della follia sia alimentato per quotare al meglio i miei quadri. E pensare che adesso sono io che giudico folle il periodo in cui conducevo quella vita in mezzo a tutta quella gente che si dichiarava innamorata della mia arte, e ascoltavo le loro chiacchiere superficiali.
Non che ora ho ritrovato la mia condizione di vita autentica, ma quantomeno non devo più continuare a mentire e a dire cose per far piacere al prossimo, per tenermi buona la critica.
Bisogno di assoluto, ha scritto un altro critico.
Non ho ancora compreso cosa vogliano dire queste due parole.
Sì, è vero; quando ho preso coscienza che il successo bloccava la mia creatività, e che per accrescere quel successo ero obbligato a dipingere quel che la critica e il pubblico s’aspettavano da me, dentro di me è scattato un corto circuito.
Qualcosa che mi ha provocato un ripensamento.
Ma in realtà non ho scelto questa strada perché non mi sentivo più creativo. Anzi, a questa creatività non tengo affatto, non mi interessa. Non sono alla ricerca di un nuovo stile.
Mi accontento di dipingere delle semplici strisce e ascoltare della buona musica. Non sono più condannato a far fuoruscire la mia creatività.
Ogni ora e ogni minuto so già cosa dipingerò. Non so se in effetti sia riuscito finalmente a sprigionare la mia creatività ora che non sono più costretto a niente. Solo e soltanto tappeti verdi su cui far cadere il mio sguardo vuoto. Come un orizzonte a cui ho voluto fissare lo sguardo. Anche questo mio modo di dipingere verrebbe interpretato come segno della mia follia, o come un blocco della mia creatività o come ricerca di assoluto.
Qualcuno ha anche dichiarato che nel mio eremo sto dipingendo l’opera straordinaria che farà sussultare il mondo. Qualcuno si crede autorizzato a interpretare e a dare un senso a questa mia singolare ossessione; a riportarla nelle sue categoria estetiche, a non accettare il fatto che non nasconde e non rivela niente. Ma non troveranno niente, non ho voglia di lasciare aperta nessuna suggestione.
Alla fine lascerò che a decidere sia la forza distruttrice del fuoco...




permalink | inviato da brunocorino il 17/12/2011 alle 10:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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