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letteratura
10 novembre 2011
Racconto onirico (Primo quadro)

Ombre… Tutto ebbe inizio nel momento in cui mi vedo mentre sistemo le mie cianfrusaglie nell’armadio. Era sera. Il chiarore della luna non riusciva a squarciare l’addensarsi delle nubi. D’improvviso la stanza si oscurò e scorsi un’ombra dietro la finestra che dava su un precipizio. Non riuscivo a capire di cosa si trattasse. L’ombra non si distingueva bene. S’appiattiva contro i vetri opachi. Mi sembrò una faccia.

Rimasi paralizzato da quella figura ignota. L’ombra, nonostante le mie grida, premeva ancora di più la sua faccia contro i vetri. Nel chiarore incerto della sera vedevo due occhi egizi, dal colore indefinito, che mi guardavano con fissità, e le palme delle mani appoggiate al vetro. S’alzò una brezza. I capelli dell’ombra svolazzarono in ogni direzione. Vinto lo spavento, afferrai un pezzo di legno vicino al vecchio caminetto e mi precipitai fuori. Ma non c’era nessuno e non poteva esserci nessuno. Restai per un pezzo a fissare quel precipizio. Chi era quella donna, se di donna si trattava, che all’improvviso era apparsa dietro la finestra? E come aveva fatto a comparire dal nulla?

Per riprendermi da quello shock, feci due passi per il paese. Cominciai ad avvertire un senso di spossatezza. Scosso da quell’emozione cominciai a sentire le ossa indolenzite. Sentivo la febbre salire, e la percezione della realtà che si modificava, che si frammentava in tante minuscole particelle: i miei sensi si disgregavano, e ognuno cominciava a percepire i fenomeni in modo scoordinato. Osservavo gli ultimi riflessi primaverili e le loro ombre fioche proiettarsi sui tetti, ma era come se fossi capitato nel bel mezzo di un film muto…

Quiete…

Le case e le viuzze erano avvolte da una quiete rallentata. Ascoltavo l’eco dei miei passi risuonare nel vuoto. Giunsi nei pressi della chiesetta, e nello spiazzetto, fui rallegrato dalla vocina di una bimba che saltellava e cantava una filastrocca:

Povera Marina,
povera piccina,
sempre stanca,
sempre affranta…

Erano versi che io stesso avevo scritto, ma tanti, tanti anni fa. Come faceva quella bimbetta a conoscere questo ritornello? Mi avvicinai e, inchinatomi, domandai chi le avesse insegnato quella canzoncina. Lei, timidamente e con occhi smarriti, mi indicò col ditino una persona che stava alla mie spalle, e della cui presenza non mi ero affatto accorto sino a quel momento: «Mi dica, signore…».

Era una donna sulla settantina, aveva un viso bellissimo, luminoso, due occhi chiari e persi nel vuoto, guance scavate da rughe profonde che le davano un aspetto sacerdotale. Cinse la bimba con le sue mani.

«Ero curioso di sapere da chi ha sentito la filastrocca che cantava». «È una filastrocca antica, che anch’io ho imparato quando ero piccina…». Ero turbato, pensai che, forse, anch’io l’avevo sentita in un tempo remoto, e poi creduto d’averla scritta io. Sentivo la febbre salire! Sentivo assordanti rintocchi di campane martellarmi le tempie. Nel mio delirio, ogni rintocco sembrava un secolo trascorso.

La vista cominciò ad appannarsi. La donna e la bambina diventavano sempre più opache. Socchiusi gli occhi, e le due figure erano scomparse nel nulla. Cosa mi stava capitando? Mi toccai la fronte, era calda. Sarà la febbre. È la febbre, continuavo a ripetermi. La febbre cominciava ad alterare la mia percezione della realtà, e faceva apparire e scomparire le cose! Quando le campane smisero di suonare, nella testa avvertii un senso di vuoto. Non capivo cosa mi stava succedendo. Era il mio delirio a dare forma a quelle percezioni? Ebbi la sensazione di vivere in un mondo senza vita. Anche il cielo taceva, tutto taceva, non sentivo niente, soltanto il rumore pesante dei miei passi urtare contro l’asfalto…

Si dice che quando i sensi si chiudono, s’apre il senso dell’anima… forse era ciò che mi stava capitando…

Voci…

Sentivo brividi di freddo per tutte le membra e la sensazione di assistere alla disgregazione del corpo. Misi due tre quattro coperte, ma niente riusciva a scaldarmi. Un sudore cominciava a inondarmi. Avevo chiuso tutte le imposte. Sopra la mia testa sentivo i passi di mio fratello, e quei passi nella mente si trasformavano in tante bollicine.

Facevo fatica ad addormentarmi. Mi giravo e rigiravo sotto il peso delle coperte senza riuscire a trovare quella posizione giusta che potesse propiziare il sonno. Non saprei dire quanto tempo fosse trascorso e non avevo né la forza né la voglia di accendere il lume per guardare l’orologio. Ogni tanto brividi di freddo si intensificavano. Battevo i denti.

Dopo ogni minuto trascorso, avvertivo accrescere un senso di stordimento e un ronzio nella testa.

Le immagini assumevano forme bizzarre, grottesche, surreali; si stendevano, s’allungavano, mutavano, si dilatavano; l’una entrava nell’altra; un particolare, un dettaglio, una tessera scompariva sotto forma di un palloncino che si sgonfiava e un altra se ne presentava, e non riuscivo a trattenerne nessuna in particolare. Una sarabanda! Sentivo la cantilena della bimba e il sorriso della donna, il rintocco delle campane, il cigolio di una porta che si apriva, l’abbaiare, scale ondeggianti, rumori di passi, catene cigolanti, un secchio d’acqua che si rovesciava, una pioggia scrosciante che sbatteva contro i vetri…

Quando la stanchezza e la spossatezza presero il sopravvento, quando stavo lentamente scivolando in un sonno leggero e la mente cominciava a veleggiare su acque tranquille e calme, mi destò di colpo una voce: «Soffriamo!».

Sobbalzai! Avevo “visto” distintamente quella parola. Visto, non sentito. Era statuaria, tanto che avrei potuto quasi toccarla. Era una voce icastica, ne avevo addirittura avvertito la corporeità, e la avevo visto al buio! Non si trattava di qualche luce bianca o di qualche spettro personificato. Nulla di tutto ciò! Avevo soltanto “visto” quella voce provenire fuori dalla mia mente, circoscritta in uno spazio fisico.

Nello stato in cui mi trovavo, attribuii al mio essere semicosciente quella percezione generata dal mio stato febbricitante. Quell’esperienza inedita e sconosciuta, quella frammentazione della realtà, m’aveva sorpreso. La mente mescolava questi pensieri in modo confuso e io facevo di nuovo fatica a darle un po’ di tregua, cercando inutilmente di dormire.

Poi un’altra voce: «È stato un viaggio allucinante!».

Questa volta l’avevo sentita, ma non riuscivo a distinguere se provenisse da fuori o se l’avessi sentita dentro la stanza. Aveva perso l’icasticità, ma m’era sembrata reale. Mentre della prima non ero neanche riuscito a capire se si trattasse di una voce di uomo o di donna, di un adulto o di un vecchio, quest’ultima m’apparve chiaramente una voce di un uomo non tanto giovane. Rimasi in attesa. Ma non sentivo nulla, solo il silenzio della notte! Doveva essere proprio notte fonda, e in quel punto sospeso del mondo non sentivo neanche un lamento di cane o di gatto! I brividi di freddo erano cessati, le immagini avevano ripreso la loro sarabanda, e così nella quiete notturna finii di nuovo per addormentarmi, ma soltanto per qualche istante, quando fui svegliato da un fragoroso rumore di zoccoli di cavalli che percorrevano un selciato di pietre. Cavalli che trainavano una carrozza. Nel luogo dove a malapena poteva passare un ciuco!

Mi spaventai. Questa volta a prender consistenza e spessore, ad assumere i contorni inquieti della realtà erano i fantasmi della mia mente delirante. Era la mia mente allucinata, pensai, che mi fa sentire queste voci e questi rumori!

«Avete fatto un buon viaggio, Padre Procuratore?».

«È stato un viaggio allucinante».

Aprii gli occhi. Non vedevo nessuna scena, né ombre, né fantasmi, soltanto voci e rumori; avevo sentito di nuovo la stessa voce dell’uomo non più giovane.

«Le colpe saranno riparate!». Era una terza voce, così tagliente da farmi rabbrividire. Eppure m’era sembrata una voce familiare. Sentii uno schiocco secco di frusta e un voce incitare: «Ah! Ah! Ah!».. che si perdeva nel nulla.

Avevo la gola secca e ripresi a tremare sotto le coperte, ma non avevo le forze per alzarmi. Riuscii con fatica ad accendere il lume sul comodino. Sentivo un vortice nella testa. Presi il termometro e mi rifilai sotto le coperte. Avevo quaranta di febbre! Le voci, i rumori erano scomparsi, ed era tornata quella quiete notturna, poi, come se avessi voluto rievocarli, gridai nel mio delirio: «Le colpe di chi?». La voce che sentii risuonare nella stanza era simile a quella tagliente!

Venni infine risucchiato in un vortice di immagini confuse…

continua...


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