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Accademico di nessuna Accademia
POLITICA
23 marzo 2013
Il Girolamo Savonarola di turno



Gli italiani (almeno una buona parte di loro) fanno presto a innamorarsi del Savonarola di turno. Girolamo Savonarola alla fine del 1400 s’era presentato al popolo fiorentino come il moralizzatore di una chiesa corrotta e simoniaca. Immoralità e corruzione erano per il Redentore di Firenze anche le espressioni del plutocratico predominio mediceo non meno corruttore della Chiesa.

La riforma savonaroliana consisteva anche nel fustigare coloro che tra le sue file ambissero al potere. Il “profeta disarmato”, come lo definì quel gran volpone di Machiavelli, voleva persino far erigere “roghi della vanità”, che bruciassero tra le fiamme gli oggetti di lusso, le opere d’arte che esaltavano la bellezza corporea, o i libri che avvelenavano le menti.

La sua riforma politica mirava a che si instaurassero leggi per le quali “nessuno più per l’avvenire possa farsi capo… nessuno si facci tale che gli altri abbino ad inchinarsi a lui come un superiore”.

Per un certo periodo, il popolo fiorentino s’entusiasmò per questa campagna moralizzatrice, presto però si stancò di questo piagnone che voleva eliminare dalla terra ogni suo naturale piacere. Un giorno, una folla assaltò il convento di San Marco, dove risiedeva il frate, e lo gettò in carcere. Nel maggio del 1498, assieme a due confratelli, Girolamo Savonarola venne processato, impiccato, e bruciato come eretico. E così ebbe termine l’esperienza moralizzatrice del frate toscano.

Per quale ragione il popolo, che fino a un certo punto lo aveva seguito, all’improvviso gli voltò le spalle? Credo che siano stati i suoi eccessi di moralizzazione a convincere il popolo fiorentino ad abbandonarlo al suo infausto destino.

M’è venuto in mente la sorte di questo tragico personaggio perché oggi nella rete e nel paese s’aggira un altro moralizzatore, non della Chiesa, ma della politica, che vuole fare strame di tutti i privilegi della casta evitando accuratamente di lasciarsi contaminare da ogni tipo di contatto. Questa ondata moralizzatrice alla Savonarola l’ho letta persino nel commento che una di loro, capogruppo alla Camera dei Deputati, ha fatto davanti allo sfarzo del Quirinale: troppo lusso, pare che abbia detto.

Ovviamente, come è noto, la storia si ripresenta in due modi: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa. I nuovi savolaroniani, che lottano contro una casta politica corrotta e immorale, finiranno un giorno per essere tutti scritturati alla nuova Commedia dell’Arte Italiana, recitando su un canovaccio sorprendente con un pubblico pronti a fischiarli e a gettar sul palcoscenico pomodori e verdura. Sarà il loro modo di voltare spalle agli eccessi moralizzanti del neosavonarola.

Discorso di Girolamo Savonarola

Abolite i Parlamenti (1495): http://cronologia.leonardo.it/poe/predic04.htm




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letteratura
6 agosto 2012
Il furto del soldatino


A vederli lì tutti insieme ammucchiati in una scatola di cartone, così belli, così affascinanti nella loro posa guerriera, la tentazione di allungare la mano, mentre i grandi discutevano distrattamente, e mettermene uno in tasca fu più forte di ogni altra cosa. In fondo, in quell’esercito di soldatini sapere che uno di loro fosse scomparso in battaglia neanche sarebbe stato notato. A me, che mai aveva posseduto un soldatino, quell’unico bastava.

E fu così che trascorsi buona parte del pomeriggio a far fare mille acrobazie al mio soldatino, fino a quando non mi si avvicinò la vecchia strappandomelo di mano «Non è tuo», mi disse senza esitare, «l’hai rubato al mio nipotino!». No, non lo avevo rubato al suo nipotino, ma lasciai lo stesso senza fiatare che la vecchia s’allontanasse con in mano il frutto della colpa. Insomma, accettai il giusto castigo senza ribellarmi. Come un soldato avrei potuto combattere o fuggire, ma avrei vissuto nel rimorso.




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CULTURA
26 aprile 2012
Il Gramsci brutto, violento e cattivo di Alessandro Orsini


A Gramsci nell'Anniversario della sua morte, 27 Aprile 1937

«Il tema dell’educazione torna in una lettera del 27 luglio 1931, quando il figlio Delio stava per compiere sette anni, un’età che Gramsci giudicava decisiva per imprimere l’ideologia comunista nella coscienza del figlio. I bambini – scrive Gramsci – ricevono la comunione a sette anni perché la Chiesa cattolica ritiene che questa sia l’età migliore per gettare le basi della loro identità religiosa. I genitori comunisti avrebbero dovuto agire seguendo lo stesso principio catechistico. Per questo motivo, chiese alla moglie di esercitare il suo “potere coercitivo” sul figlio e di “impressionarlo” rivelandogli che il padre era in prigione per amore del comunismo. Gramsci ebbe una cocente delusione quando seppe che Giulia si era rifiutata di rivelare a Delio che il padre era “in catene” per evitare una profonda sofferenza psicologica al bambino. Gramsci, risentito, ricordò alla moglie di essere un “elemento dello Stato” e le rimproverò i suoi metodi troppo “libertari” che giudicava in contrasto con le esigenze dell’educazione comunista finalizzata all’indottrinamento delle menti».

Ecco ciò che scrive di Antonio Gramsci lo storico Alessandro Orsini

(Cfr. http://rubbettino.horizons.it/~files/File/orsini_Gramsci.pdf) per dimostrare la pedagogia coercitiva e violenta che l’uomo politico sardo esercitava non solo nei confronti degli avversari politici, ma persino dei figli. Il Gramsci dunque che emerge in questo ritratto di Orsini è quello di un uomo fanatico e cattivo, che pur di affermare la sua concezione ideologica non si ferma neanche davanti alle menti innocenti dei bambini. Purtroppo, lo storico si dimentica di citare la conclusione della lettera di Gramsci: «Così almeno mi pare, ma posso anche sbagliarmi. In ogni modo voglio che tu mi senta vicino a te e ai nostri bambini nei giorni in cui si ricorda loro che sono cresciuti di un anno, che sono sempre meno bambini e sempre più uomini».

Perché Gramsci vuole far sapere a suo figlio Delio, che sta per compiere sette anni, che lui è in carcere e quindi lontano dai suoi affetti? Perché è un crudele Torquemada che si diverte a torturare psicologicamente i suoi figli? Bhe, a leggere le pagine di questo storico improvvisato sembrerebbe proprio così!

Se l’accademico avesse esercitato coscienziosamente il suo mestiere, se lui fosse stato cioè al servizio della verità e non di una tesi precostituita, si sarebbe preoccupato di indagare con cura la vita di Gramsci. In fondo non dico che dovesse leggere tutto quanto che è stato scritto su Gramsci, ma nei dieci anni – come lui sostiene – che ha dedicato ad analizzare i documenti gramsciani, quantomeno si sarebbe dovuto limitare a consultare almeno quelli essenziali. Ad esempio, se fosse stato uno storico, onesto intellettualmente, non gli sarebbe sfuggito ciò che riporta la pregevole biografia di Giuseppe Fiori, Vita di Antonio Gramsci, edizione Laterza. Come è noto a chiunque si sia occupato di Gramsci, il padre, Francesco Gramsci, fu arrestato e condannato a quasi sei anni di reclusione per peculato, concussione e falsità di atti (Fiori, p. 15), quando Gramsci aveva esattamente la stessa età che aveva il figlio Delio quando scrisse la lettera citata a suo uso e consumo da Orsini. A quei tempi, scrive il biografo di Gramsci, «il codice non scherzava per simili reati». Ai bambini si raccontava che il padre fosse a Gaeta in visita della nonna.

Lasciamo la parola a Giuseppe Fiori: «Trent’anni dopo, essendosi riproposta una situazione per qualche verso uguale, Antonio Gramsci scriverà dal carcere a Tatiana: “Non so pensare perché è stato nascosto a Delio che io sono in prigione, senza riflettere appunto che egli avrebbe potuto saperlo indirettamente, cioè nella forma più spiacevole per un bambino, che comincia a dubitare della veridicità dei suoi educatori e comincia a pensare per conto proprio e a fra vita a sé. Almeno così avveniva a me quando ero bambino: lo ricordo perfettamente […]. Perciò bisognerebbe convincere [Giulia] che non è né giusto né utile, in ultima analisi, tener nascosto ai bambini che io sono in carcere: è possibile che la prima notizia determini in loro reazioni sgradevoli, ma il modo di informarli deve essere scelto con criterio. Io penso che sia bene trattare i bambini come esseri già ragionevoli e coi quali si parla seriamente anche delle cose più serie; ciò fa in loro un’impressione molto profonda, rafforza il carattere, ma specialmente evita che la formazione del bambino sia lasciata al caso delle impressioni dell’ambiente e alla meccanicità degli incontri fortuiti. È proprio strano che i grandi dimentichino di essere stati bambini e non tengano conto delle loro esperienze; io, per conto mio, ricordo come mi offendesse e mi inducesse a rinchiudermi in me stesso e a fare una vita a parte ogni scoperta di sotterfugio usato per nascondermi anche le cose che potevano addolorarmi; ero diventato, verso i dieci anni, un vero tormento per mia madre, e mi ero talmente infanatichito per la franchezza e la verità nei rapporti reciproci da fare scenate e provocare scandali». Commenta Fiori: «A lui bambino la verità s’era svelata nel modo peggiore, per vie traverse. Ne fu sconvolto». Vi pare che Gramsci volesse rivelare al figlio di essere in galera per «amore del comunismo» o per «amor di verità»?

Ultima annotazione: chi legge il passo di questo “falsario” storico si fa l’idea che Gramsci, risentito del fatto che «Giulia si fosse rifiutata di rivelare a Delio che il padre era “in catene», scrive «alla moglie di essere un “elemento dello Stato” e le rimproverò i suoi metodi troppo “libertari”». Il racconto storico è “montato” come se i due fatti siano avvenuti in due tempi diversi (in un primo tempo Gramsci ordina alla moglie di rivelare la circostanza, in un secondo tempo, vistosi rifiutato l’ordine, la rimprovera aspramente). In realtà, i due passi citati subdolamente appartengono alla stessa lettera, la stessa della quale ho riportato la conclusione («Così almeno mi pare, ma posso anche sbagliarmi»). Ma dire che i due brani fanno parte della stessa lettera per lo storico accademico costituiva un elemento che non si inquadrava nella sequenzialità narrativa, non sarebbe risaltata la supposta violenza coercitiva di Gramsci. Allora meglio spezzare i due brani e far credere che appartengano a due distinte lettere.

Non entro nel merito della pedagogia gramsciana sia per esigenza di spazio sia perché, sinceramente, non vale neanche la pena di confutare le tesi di questo storico improvvisato. Però mi domando, se un accademico può interpolare e “montare” a suo piacimento i documenti storici, che fine farà il mestiere di storico? Quale storia si insegnerà alle future generazioni? Se gli storici di professione lasciano correre supinamente questo modo di scrivere la storia, comincio insomma a dubitare fortemente sulla serietà di questo mestiere.




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CULTURA
24 aprile 2012
Gramsci, Turati, Orsini, e le marionette della storia


Da anni mi occupo del pensiero gramsciano. Ho scritto la mia tesi di laurea sugli scritti giovanili di Gramsci. Ho imparato nel tempo a dialogare con questo pensiero, soprattutto perché questo pensiero mi ha insegnato a dialogare, a prestare attenzione all’altrui punto di vista, alle sue ragioni come ai suoi torti.

Attraverso la recensione di un libro di Alessandro Orsini, Gramsci e Turati. Le due sinistre, ho “scoperto” un Gramsci inedito, una sorta di teorico della macchina del fango ante litteram. Mi mancava questo Gramsci anticipatore del “metodo Boffo”. Scopro che Gramsci praticava e teorizzava una sorta di “pedagogia dell’intolleranza e della violenta”, diretta ad annientare fisicamente e spiritualmente il proprio avversario di classe. Già, lui che è finito per essere stroncato fisicamente in galera dai suoi nemici di classe. Se avessi qualche soldo, questo libro lo comprerei e lo leggerei con gusto, perché Gramsci mi ha insegnato ad essere curioso di ogni cosa. Se sono un buon lettore critico lo devo soprattutto a Gramsci, perché da lui ho ereditato la curiosità verso tutto ciò che si muove e si agita nell’ambito del pensiero e della storia, e dunque anche verso questo genere di libri che aiutano molto alla carriera di chi li scrive, ma poco all’intelligenza dell’autore trattato.

Che nei suoi anni giovanili, quando la piccola-borghesia alleata con il grande capitale, e con la complicità degli apparati dello Stato, si stava accingendo a prendere il potere in Italia, quando alcuni socialisti promuovevano un patto di pacificazione con il governo fascista, Gramsci abbia mostrato qualche intemperanza verbale, calcata la penna dipingendo a tinte fosche alcuni tratti di uomini politici che stavano cedendo armi e bagagli al nemico, credo che non sia affatto una scoperta eclatante, tal da far gridare a questo corifeo della democrazia nostrana allo scandalo dell’intolleranza. Per Gramsci, gli articoli di giornali “dovevano morire alla giornata”, esseri spesi nella lotta politica contingente. A fronte, dunque, di qualche intemperanza polemica, si potrebbero citare pagine e pagine in cui Gramsci invita i compagni di lotta a studiare l’avversario, a non sottovalutarlo, a non cedere al verbalismo sterile e gratuito, a non limitarsi a insultarlo, a non scimmiottare il rivoluzionario parolaio…

Immaginiamoci una classe, la grande borghesia industriale e agraria, che alleata con la piccola borghesia, l’esercito e gli altri apparati di repressione, stia per accingersi a fare un colpo di Stato, a instaurare una dittatura. Immaginiamo dall’altra parte che ci sia un ceto politico, che si dichiara riformista, democratico, tollerante, e che stia per scendere a patti o che stia cercando di fare dei compromessi con quei gruppi di potere. Immaginiamoci che ci sia un gruppo minoritario che si oppone agli uni e agli altri, e usa tutti i mezzi che ha a disposizione per impedire sia l’instaurazione della dittatura che l’alleanza tra quei gruppi e l’ala riformista. Se riusciamo a immaginare tutto questo, riusciremo a comprendere le ragioni degli uni e degli altri. Se invece immaginiamo che tutto ciò si sia svolto in una pacifica arena accademica, siamo allora fuori luogo. La tendenza attuale è quella di valutare tutto con gli occhi del presente. Tra il passato e il presente è stata eliminata la distanza storico-temporale. Ognuno vorrebbe vedere il proprio presente come figlio del passato, in realtà si trasforma il passato in figlio del presente. Se si elimina il particolare contesto storico, ai testi possiamo far dire ciò che vogliamo. Li possiamo sollecitare nella direzione a noi più congeniale.

Che Gramsci fosse un rivoluzionario, non c’è dubbio. Che Gramsci volesse “tradurre” nella realtà italiana il pensiero politico di Lenin, non c’è dubbio. Che l’azione politica e teorica di Gramsci puntasse alla “dittatura del proletario”, non c’è dubbio. Come non c’è dubbio che abbia pagato con il carcere e la morte la sua militanza politica, mentre tanti liberali e tanti democratici facevano a gara per andare in soccorso del vincitore. Scoprire oggi tutto questo vuol dire non aver mai letto una sola pagina o un suo solo articolo. Il rilievo che faccio è se questa riflessione, che ha rappresentato uno dei momenti più alti nella storia culturale italiana del secolo scorso, possa essere ridotta sotto l’etichetta “pedagogia dell’intolleranza e della violenza”. “Bisogna cavar sangue anche da una rapa”, scriveva in carcere Gramsci, ossia bisogna dare importanza anche al più insignificante pensiero, o al più insignificante prodotto culturale.

A leggere questo libro di Orsini, un po’ di sangue magari c’è. Nel senso che esso ci parla più dei nostri tempi che non di Gramsci, ci insegna, cioè, a conoscere meglio questi tempi che non quelli in cui Gramsci è vissuto e ha operato. Ci insegna ad esempio come trasformare un pensiero complesso e profondo, come quello gramsciano, in una marionetta della storia, una marionetta che si agita contro i fantasmi postumi della storia. Ci insegna, ad esempio, come possiamo porre tutto sull’asse dell’attualità, e gettare nell’agone politico storie e figure piegandole ai propri fini e consumi. Ci insegna come si può fare carriera andando a scovare nel passato gli acerrimi nemici della democrazia (democrazia comunque posta nel mondo eburneo dello spirito). Ci insegna a capire come si può narrare oggi la storia semplificando il contesto storico, riducendo le passioni, le correnti vive e forti della storia a semplici scaramucce tra schermitori di fioretto.

ps. commenti scritti su http://www.lankelot.eu/letteratura/orsini-alessandro-gramsci-e-turati-le-due-sinistre.html#comment-73601

Un ottima lezione e ben documentata lezione di come si scrive la storia l'ha data Giacomo Tarascio: http://georgiamada.wordpress.com/2012/03/16/gramsci-tarascio-ridimensiona-saviano

Grazie a questa ricostruzione puntuale di Tarascio sono andato a riprendere gli articoli di Gramsci del 1916 e mi sono fatto un'idea precisa del contesto nel quale quelle espressioni estrapolate sono state scritte. Credo che questo sia il metodo corretto che ogni buon storico a servizio della verità storica e non degli interessi di bottega dovrebbe seguire.

Ciò che ho fin dall'inizio contestato era l'immagine disinvolta che questo storico offriva di Gramsci. Ho attribuito questa disinvoltura più allo "spirito dei tempi", al fatto cioè che oggi si tenti in ogni campo ad eliminare la distanza storica tra il proprio punto di vista e l'oggetto di analisi, a porre cioè tutto sul piano dell'attualità, come se fatti e vicende accaduti secoli o lustri fa fossero in realtà successi ieri. E' questo uso e "consumo" della storia che critico, e lo critico soprattutto per i danni che farà in futuro alla stesso lavoro degli storici.

Il testo di Orsini, ponendo ogni vicenda sul piano della sincronia, denota una mancanza assoluta di senso storico. La questione della tollerenza, dell'intollerenza, a questo punto, non c'entra più nulla. Se una nuova generazione di storici scrive la storia alla Orsini, non ci sarà più storia, ma solo attualità, giornalismo usato a fini di interessi di bottega. Domani sarà possibile arruolare qualsiasi personaggi storico nell'esercito che si preferisce, a seconda di come cambiano gli umori e le stagioni politiche. Ogni personaggio storico viene trasformato nella marionetta che allo storico più piace per farlo muovere nel teatrino che lui s'è costruito a sua immagine e somiglianza. Oggi è toccato a Gramsci e Turati, domani toccherà a qualcun altro. Perché non è solo Gramsci ad essere una marionetta nelle mani dello storico, ma anche Turati, in quanto il ritratto di Turati non corrisponde alla realtà storica. In senso weberiano, i due protagonisti sono stati trasformati in ideal-tipi, incarnazioni del bene e del male, della violenza e del rispetto, dell'intolleranza e della tollerenza, ecc; ma gli ideal-tipi, in quanto concetti o modelli di analisi, come insegnava Weber, vanno bene nella ricerca sociologica, ma nella ricerca storica noi non possiamo trasformare le persone concrete, che hanno vissuto pienamente il loro tempo storico, in ideal-tipi. Farlo significa appunto farle agire come marionette mosse dai fili dello storico.



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letteratura
11 aprile 2012
L'eterna assenza


Credo che il periodo più intenso che ho vissuto sia stato quello tra la fine del ’75 e l’inizio del ’76. Ma mi chiedo perché lo scrivo? Lo scrivo per ricordarlo o per convincere me stesso? Avevo all’epoca quindici anni. Forse è l’età che mi fa dire questo. Un’età davvero bella. In che senso potrebbe esserlo? Di preciso non lo so. Era il periodo in cui ero innamorato di Fabiola. Stanotte l’ho sognata. Non mi parlava. Mi riserva ancora del rancore. Credo.

Quando mi sono svegliato ho pensato chissà se durante la malattia ha pensato qualche volta a me. Morire a trent’anni. Ho pensato chissà se s’è domandato se io fossi a conoscenza del suo male incurabile. Non lo ero. E a quindici anni mai potevo credere che le cose sarebbero andate come sono andate. Così tragicamente.

Nel sogno stava a fianco di Valerio. E non mi parlava. C’era qualcosa di epico in quel silenzio. Che m’ha scosso. Non potevo fare a meno di ripensare a quegli incontri innocenti tra i vicoli del paese. Vattene, vattene, lei mi ripeteva.

Quante parole volevo dirle quella sera del gennaio del ’76. Poi mi tornano sempre a galla. Vagano come sospese nella memoria. E ora neanche nei sogni riesco a dirle. Perché lei si rifiuta di parlare con me. E ne ha tutte le ragioni. Così, da un giorno all’altro smisi di parlarle. E lei non ne ha mai saputo la ragione. Forse, avrà pensato che mi fossi innamorato di un’altra. Chissà cosa avrà pensato. Chissà se durante la malattia mi ha pensato. E così anche lei ha smesso di parlarmi. Glielo volevo spiegare. Ma lei si rifiutava di parlare con me. Almeno in sogno, mi son detto. Nemmeno in sogno. Forse avrebbe capito che attraversavo un periodo difficile. Intenso, ma difficile. Un periodo in cui le decisioni sono difficili da prendere. Un periodo in cui s’osserva la realtà a rovescio. Ma lei era chiusa nel suo ostinato silenzio. E volgeva lo sguardo dall’altro lato della strada. Una strada completamente deserta e fuori dal paese. Sì, ho pensato, era bello quell’inverno del ’76 perché tante domande sono rimaste senza risposte, e mai più le troveranno. Nell’eternità. Perché non avremo mai più occasione di parlare, mai più modo di ridere. E lei continuerà in eterno a serbarmi rancore per un’assenza che tale rimarrà per sempre.




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letteratura
29 marzo 2012
Ma di quale cultura del Sud andate cianciando?

Salvatore Quasimodo
Ho letto nella rete un appello per non cancellare nientepochedimeno la “cultura del Sud” (sic!). Cultura che poi viene declinata a una manciata di scrittori nati a Sud, ma vissuti altrove magari, a Milano, a Firenze o a Roma, quindi scrittori che del Sud hanno sì e no conservato forse la memoria e un po’ di nostalgia.

E sì perché per questi signori dello spirito credono che la Cultura, quella con la “C” maiuscola si preserva se viene erogata nei cosiddetti programmi scolastici senza chiedersi se esiste realmente una “cultura del Sud”. Cultura intesa in senso libresco, cultura della pagina scritta, cultura puramente letteraria o paraletteraria. Perché poi a veder le cose più a fondo, di tutto il resto, a questi emeriti signori che credono di farsi grandi per aver elogiato la loro piccineria, non “li può frega’ de meno”. Anzitutto non interessa loro i viventi, quelli che per varie e inenarrabili ragioni sono stati costretti a partire dal Sud per trovare una diversa collocazione, e anche un diverso interlocutore. Di questi scrittori viventi meglio non preoccuparsi. E poi a che scopo? Non portano gloria agli estensori di questi pseudo appelli.

Già perché io di questi nobili estensori, anche se non conosco i volti e i nomi, conosco di che di pasta son fatti. Sono quei piccoli intellettuali di paese che scrivono sui gazzettini comunali, che amano formare i circoli esclusivi, che ogni giorno riempiono la loro esistenza di vuote parolone, che amano promuovere convegni per parlare del poeta nostrano morto cento anni fa e che nessuno ricorda, sono quelli che amano discettare sulla morte del romanzo, sulla morte dell’arte, e che ogni giorno vanno ripetendo che non nascono più gli scrittori di una volta. E sono quelli che a modo loro, e magari involontariamente, costringono tanti uomini e donne di valore a lasciare la loro terra perché soffocati da quel clima stantio, da quell’ambiente asfittico e surreale.

Ma di quale cultura del Sud andate cianciando, signori miei? La cultura è ben altro, e forse a voi neanche è giunto il sentore. Non confondete il fatto che ci sono quattro o cinque scrittori nati casualmente a Sud con la cultura. Preoccupatevi piuttosto di salvaguardare quel poco patrimonio archeologico che è rimasto, di incrementare le biblioteche comunali lasciate in balia della muffa, di non lasciare che i vostri figli siano costretti ad andare altrove per respirare un’aria un po’ più sana, e lasciate soprattutto che siano i vostri figli a decidere le loro letture e non i programmi scolastici che anziché incentivare la lettura di autori meridionali finiscono con il mortificarla


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CULTURA
26 marzo 2012
Parole di giorni un po' meno lontani - Tullio De Mauro


Tullio De Mauro ha insegnato nelle università italiane per cinquanta anni. Nel corso di questi dieci lustri ha formato non solo frotte di docenti universitari, ma anche insegnanti di licei, scuole medie ed elementari. Ognuno di questi “allievi”, credo, potrebbe raccontare un aneddoto, un episodio, citare un ricordo significativo, in quanto, per chi ha seguito le sue lezioni universitarie, quell’insegnamento ha lasciato nella sua formazione un solco profondo. Ed è tale la traccia, perché quell’insegnamento, come scriverebbe Max Weber, è Beruf, ossia “vocazione” che è allo stesso “passione”. Una passione e una vocazione che hanno origine in “giorni lontani” o in “giorni un po’ meno lontani”.

Lontano dalle aule universitarie, lontano dall’insegnamento quotidiano che ha accompagnato la sua esistenza, De Mauro, scrivendo Parole di giorni un po’ meno lontani e, prima ancora Parole di giorni lontani, è come se avesse avvertito il bisogno non solo di rievocare dove, quando e in che modo è emersa a poco a poco, nella sua coscienza, la passione (e la vocazione) per l’insegnamento, ma soprattutto la necessità di continuare a insegnare, a insegnare non più attraverso la lezione viva e diretta del suo magistero universitario, ma attraverso libri, i suoi, anzitutto, ma anche quelli che hanno segnato la sua formazione.

Con Parole di giorni un po’ meno lontani De Mauro racconta il secondo decennio della sua vita (dal 1942 al 1952) così come con Parole di giorni lontani aveva narrato il suo primo decennio, l’infanzia. In entrambi i casi, lo fa con il suo piglio da linguista, rievocando il modo in cui per la prima volta una parola o una locuzione si è affacciata alle porte del suo universo linguistico e lessicale. Nella seconda fase questo “universo” viene scoperto soprattutto attraverso la lettura dei suoi libri preferiti, David Copperfield e il Don Chisciotte della Mancia: «Leggevo e conoscevo parole strane come gualchiera e persone nuove, si aprivano orizzonti sconosciuti, penetravo in mondi ed epoche distanti, il contadiname dell’altopiano, le corti, la grande nobiltà, ma anche la piccola nobiltà decaduta del Seicento spagnolo, la borghesia inglese dell’Ottocento».

E così, a parti rovesciate, De Mauro si vede nelle vesti di studente, di scuola media e poi liceale. Per questo posso dire che Parole di giorni un po’ meno lontani può essere letto come un vero e proprio “romanzo di formazione”, un genere letterario caduto in disuso ormai, in un’epoca in cui la “formazione” intellettuale conosce altri percorsi, altri luoghi. Non temo di fare un paragone improprio se scrivo che il modello più prossimo a cui accostare il libro di De Mauro sia proprio La giovinezza di Francesco De Sanctis. Come in quelle pagine, anche nel libro di De Mauro emerge l’altissima funzione attribuita alla scuola, «che dee esser la vita», se vuole attualizzare le potenzialità insite in ciascun giovane. Come De Sanctis, De Mauro ha scavato nel suo repertorio di ricordi per tirar fuori esperienze esemplari. L’operazione poteva risolversi nella rievocazione nostalgica di uno studioso e maestro, che, divenuto un’autorità indiscussa nel panorama culturale internazionale, rivolge lo sguardo indietro con rimpianto. Leggendo, pagina dopo pagina, ho avvertito come l’autore abbia voluto e saputo con accuratezza, con acutezza evitare la trappola del ricordo nostalgico fine a se stesso.

Le esperienze narrate sono sì esperienze che hanno fatto parte del suo passato lontano, ma leggendole nella loro cristallina scrittura, nel loro stile piano e leggero, si sono trasformate in momenti presenti e vicini a noi, sono cioè diventate, quelle esperienze, specchi della nostra esistenza, nei quali ognuno può vedervi riflessi i propri errori, le proprie ingenuità, le proprie speranze, le proprie ansie, ma soprattutto i propri amori per la vita e per le cose belle di questo piccolo mondo.

letteratura
9 marzo 2012
Non i poeti, ma le loro poesie non muoiono


 A Edith Piaf

Ciao passerotto

I poeti muoiono, perché i poeti sono esseri umani, e, come tali, soggetti alla morte.
Sono soggetti alla morte come lo sono alle umane debolezze.
I poeti amano, odiano e bramano, come odia, brama e ama ogni essere umano.
I poeti sono esseri che consumano la loro vita nel tran tran quotidiano, s’arrovellano come sbarcare il lunario ogni giorno, si preoccupano del domani perché sono degli esseri umani che vivono e piangono come qualunque essere umano.
I poeti sono vanitosi come tutti gli esseri umani. Ai poeti piace ricevere riconoscimenti perché le carezze fanno bene alla loro esistenza. Lo aiutano a sopportare meglio le privazioni della vita.
Negare l’evidenza di questi semplici fatti, magari credendo di fare un favore al poeta, significa negare alle radici l’essenza stessa della poesia, perché la poesia è vita strappata con forza alla morte, a quella morte davanti al cui cospetto i poeti devono soccombere come ogni essere umano.
Non i poeti, dunque, ma le loro poesie non muoiono, perché sono vane creature che vivono nell’etere, leggere e trasparenti come l’aria che respiriamo.
La poesia non muore perché la poesia non ha corpo, non ha gambe per camminare, ma ha soltanto un cuore da far pulsare, un’emozione da far sgorgare, un brivido da far sentire.
E le emozioni non muoiono come i poeti, quantunque i poeti devono morire mille volte per dar vita a una sola emozione.




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letteratura
3 marzo 2012
Galileo, il topino di biblioteca

In un angolino remoto e lontano, situato nella fantasia di un illustratore dilettante, viveva, in mezzo a tanti libri di favole e di fiabe, un topino di nome Galileo.

Galileo, fin da piccino, aveva contratto la passione per la lettura. Era follemente innamorato di tutte quelle storie dove si parla di principi, fate e folletti. Quando era preso da una storia appassionante, si dimenticava persino di mangiare, e con le unghiette delle sue minute zampine sfogliava, una dopo l’altra, tutte le pagine fino a che non arrivava a leggere l’ultima parola.

Per questa sua strana passione, era preso in giro da tutti i suoi fratellini, i quali squittivano ogniqualvolta lo vedeva immerso a decifrare quegli incomprensibili geroglifici che gli umani chiamano lettere.

Bisogna dire che Galileo aveva un aspetto davvero buffo e divertente. Il topino di biblioteca se ne andava in giro con due enormi occhiali cerchiati in oro calati sul suo musetto appuntito, e tra l’orecchio aveva infilato una matita per sottolineare tutte le paroline che non conosceva. Ogni volta che leggeva una fiaba nuova il suo nasino cominciava ad arricciarsi e gli occhi miopi a orbitare come due piccoli satelliti intorno alla luna.

Galileo è un lettore pericoloso, temuto da tutti i favolisti. Se inizia a leggere una favola poco interessante, cominciava rigo dopo rigo ad annoiarsi. La noia si sa provoca dei lunghi e interminabili sbadigli. E così, sbadiglio dopo sbadiglio, il topino comincia ad avvertire un forte languorino sulla punta dello stomaco. Quello è il segnale che ha fame. Ma non avendo nessun pezzetto di formaggio da mettere sotto i dentini, Galileo comincia a rosicchiare le pagine. Rosicchia una pagina, ne rosicchia un’altra, fino a che la fame non gli passa, ma a quel punto la fiaba non c’è più.

Se, invece, la storia gli piace, si dimentica completamente di avere fame, ed è capace di rileggerla anche un centinaio di volte fino a che non la impara a memoria. Per questo motivo tutti gli autori di favole e fiabe temono la critica roditrice di Galileo.




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CULTURA
23 febbraio 2012
Il Nipote di Rameau di Denis Diderot


Vorrei imparare a guardare il mondo attraverso gli occhi disincantati del Nipote di Rameau* così come li ha dipinti la penna geniale di Denis Diderot. Non temo di intossicarmi l’animo con la sua viltà come credeva l’Hegel della Fenomenologia dello spirito quando ne fece una figura contraddittoria dello spirito. Coscienza vile, sempre pronta a ribellarsi, ma soprattutto ad adulare il prossimo pur di avere un desco e un giaciglio dove far riposare le sue stanche ossa e malandate.
Adulatore nato, ma sincero, che non nasconde la sua invidia e la sua mediocrità, che gode quando viene a conoscenza di qualche episodio della vita privata dei grandi uomini che li diminuisce nel loro prestigio. Lo aiuta a meglio sopportare la sua bassezza. Qui sta la grandezza del personaggio di Diderot.
Vorrei guardare attraverso gli occhi del Nipote di Rameau per vedere quanti ignoranti, stupidi, pazzi, impertinenti, scansafatiche, furfanti, scrocconi e crapuloni, s’aggirano per il pianeta. Gli ignoranti che sembrano saggi, gli stupidi scambiati per persone intelligenti, i pazzi per savi, gli impertinenti per persone garbate, gli scansafatiche per persone indefesse, i furfanti per persone oneste, gli scrocconi e crapuloni per persone morigerate.
Lasciate, dunque, che reciti anch’io la mia parte di buffone – “Non v’è miglior ruolo presso i grandi che quello di gran buffone”, dice Rameau – poiché la menzogna ai popoli è meno nociva della verità. Chi è savio non dice mai la verità. La verità è una prerogativa dei buffoni. Ma sulla loro bocca la verità viene scambiata per un motto di spirito, un lazzo partorito dalla mente bacata del buffone. Per fortuna, aggiungo, perché la verità ammazza le coscienze, e i buffoni non amano uccidere, tutt’al più amano divertire il prossimo, rallegrarlo con le loro amenità o con le loro innocue battute di spirito. La menzogna invece uccide le vite delle persone, ecco perché solo i savi possono dire menzogne alla moltitudine, quei savi che si incontrano nelle redazioni dei giornali, nelle corti dei potenti, che si vestono di consigliere del principe per suggerire la menzogna più suggestiva e più accattivante. Ai buffoni basta poco, un desco e un giaciglio, vivere in modo bizzarro e stravagante. Le cose serie, il governo delle moltitudini, le lascia fare ai savi, alle persone a(c)corte.

*Le Neveu de Rameau è una delle opere di Diderot pubblicata postuma. Jean-François Rameau, nipote del famoso musicista francese, era un personaggio reale. Diderot è riuscito a farne un personaggio picaresco. Molti tratti del nipote di Rameau somigliano a quelli dell’Abate Galiani, grande amico di Diderot, conversatore brillante, i cui racconti erano accompagnati da una fitta gesticolazione fortemente mimetica.




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SOCIETA'
19 febbraio 2012
Blogger leaders, opinion leaders, Lippmann, Theory Bullet, Lazarsfeld, moltitudine...

Orson Welles, Quarto potere
Nei primi anni Venti del secolo scorso, il giornalista e scrittore americano, Walter Lippmann, pubblica un libro che, in breve tempo, diventerà un classico degli studi sulla comunicazione di massa: Public opinion (Opinione pubblica), dove compare per la prima volta il termine “stereotipo” nelle scienze sociali e psicologiche. Lippmann intuisce che nelle società moderna gli individui vivono in una realtà talmente complessa che è impossibile orientarsi. Perciò hanno bisogno di interagire con una rappresentazione della realtà semplificata e schematica.

Negli stessi anni, l’impiego capillare di metodi di persuasione da parte dei regimi totalitari e l’uso enorme del controllo dell’opinione pubblica, indussero studiosi quali Blumer e Lasswell a parlare, a proposito dei media, di bullet theory: i media vengono considerati potenti strumenti di persuasione contro i quali i singoli individui non hanno difese da opporre. Quando un individuo viene colpito dal messaggio propagandistico, il contenuto inviato penetra in lui senza poter opporre resistenza. Secondo i teorici della bullet theory, i mass media non agiscono su una comunità in cui l’informazione circola, ma su ciascun individuo preso singolarmente.

Negli anni Trenta, la scuola di Lazarsfeld mette in discussione gli assunti di base della bullet theory. Il ricevente, secondo Lazarsfeld, non è un bersaglio passivo, ma un consumatore attivo di media, che seleziona cosa leggere e cosa ascoltare in base ai suoi interessi e alle sue inclinazioni. Inoltre, l’individuo non è una realtà isolata ma si trova inserito in una rete di rapporti sociali. La potenza persuasiva dei media viene limitata, non solo dall’esposizione selettiva, ma dalla presenza, all’interno di una comunità, di persone più informate e influenti che fanno da filtro e intermediari nei riguardi delle stimolazioni provenienti dai media. Gli opinion leaders con le loro interazioni faccia a faccia hanno il potere di limitare la potenza persuasiva dei media.

L’influenza di un opinion leader è strettamente correlata al suo livello di popolarità e credibilità. Non solo l’uomo di spettacolo, ma anche l’intellettuale, lo scrittore, il poeta, lo scienziato, esercita una funzione limitante nei confronti dei media. Dal momento che ogni individuo si trova inserito in contesti di gruppo (famiglia, tra amici, la bar, al circolo, nel luogo di lavoro, ecc), anche in tali contesti agisce la figura dell'opinion leader. Nell’era di internet, sono nate e si sono diffuse tante community virtuali, alle quali gli individui appartengono in modo multiplo. Anche in queste community sono emerse degli opinion leaders. Essendo tali community costituite da moltitudini e non da masse, per i media tradizionali diventa impossibile poter esercitare una qualsiasi funzione di controllo. Gli opinion leaders delle community cominciavano ad avere un potere di influenza che sfugge ai poteri forti dell’informazione.

Se all’interno di ogni community emergono degli opinion leaders, nella rete possiamo dire che sono i blogger leaders ad essere dei veri e propri opinion leaders.

Quando i blogger leaders con i loro commenti, interventi, “post” fanno “massa”, ossia si orientano “quasi” all’unanimità verso un determinato aspetto della realtà, essi sono in grado di creare un “sentimento” comune nei suoi confronti. E questo accade non solo quando si tratta di orientare il sentimento politico, ma anche il gusto estetico, la moda, le tendenze culturali, ecc.
Nella rete a selezionare i blogger leaders sono i motori di ricerca: le opinioni che più fanno “massa” sono quelle che appaiono nelle prime pagine di questi motori quando si effettua una ricerca su un qualsiasi argomento. È un effetto ricorsivo: più appaiono nelle prime pagine più quelle opinioni linkate sono cliccate, più sono cliccate più salgono nella gerarchia dei motori di ricerca.

Potrò verificare l’attendibilità di questa previsione prossimamente, quando si voterà per le prossime elezioni politiche. I blogger leaders saranno decisivi per fare uscire l’elettore indeciso dalla sua posizione e per scardinare le informazioni della propaganda politica.
Ebbene, in quell’occasione i blogger leaders saranno “vezzeggiati” da alcune centrali di propaganda al fine di sostenere con il proprio blog questo o quel “messaggio” politico. Come ciò avverrà, ancora non riesco a immaginarlo, ma sono convinto che avverrà. E anche molto presto...




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letteratura
15 febbraio 2012
La storiella dell'Acca Mutina


C’era una volta uno splendido villaggio abitato da tante consonanti e da tante vocali.
Quando le consonanti si accoppiavano alle vocali sapevano creare insieme delle meravigliose armonie. Ognuna di loro aveva un bel suono, ma quando stavano insieme la bellezza di quei suoni come per magia si moltiplicava. Certo, tra le vocali qualcuna era un po’ chiusa, o più ritrosetta, dava poca confidenza quando s’accompagnava alle consonanti, però ce n’erano altre più aperte ed espansive, alle quali piaceva prolungare i loro suoni. Altre volte, stranamente, qualche vocale aveva un atteggiamento grave, se ne andava in giro tutto pensierosa come se guardasse in alto verso il cielo e non si curasse di quel che le accadeva intorno. Altre vocali, invece, a scuola si mostravano davvero brillanti e acute. Ma tra tutte queste consonanti e vocali ve n’era una in particolare un po’ sfortunata.
Tutti la chiamavano l’Acca Mutolina, perché sin dalla nascita non aveva mai imparato a pronunciare un suono.
Ebbene, la piccola Acca Mutolina a tutti le consonanti e a tutte le vocali era un po’ antipatichina. Quando le capitava di uscire con la “O” o con la “A” se ne stava sempre in silenzio, e questo modo di fare confondeva le idee a ogni piccino: ci va la Mutolina o non ci va? Si chiedevano dilemmaticamente ogni volta che vedevano in mezzo al rigo una A o una O passeggiare in solitudine. Lei, la piccina, non sapeva che dire.
Allora i piccini dovevano andare dal signor Grammatico per capire che il signor “Anno”, padre dei dodici mesi, non sopportava la compagnia della poverina. Non voglio, gridava con la sua voce cavernosa, che mi si confonda ogni volta con quell’essere del compare “Avere”! Io ho una mia dignità, non faccio l’ausiliario, il domestico di tutta quella genìa di verbi!
E poi, la poverina, era soprattutto antipatica per la sua forma. Sembrava un scaletta, “H”, ma aveva solo un piolo: che mai utilità poteva avere una scaletta cosiffatta? Avessi avuto almeno due pioli poteva servire almeno a salire in cima. E, poi, era anche, diciamocelo, un po’ grassottella, con quella pancina birichina faceva sempre ridere le sue sorelline. Non era affatto graziosa la piccola Mutolina!
Toglietela di torno, gridavano tutte le altre vocali e consonanti, tanto non cambia nulla se uno scrive “hanno preso un granchio” o se scrive “anno preso un granchio!”, sempre lo stesso granchio ha preso! Questa Acca Mutolina serve solo a complicare la vita dei bambini! Eliminiamola! Eliminiamola! Gridavano in coro tutte le vocali e consonanti!

La piccina se ne andava tutta sola e sconsolata, quando incontrò per caso il signor Sorriso, il quale le chiese perché fosse così triste.
Dopo aver ascoltato la sua storia, il signor Sorriso le domandò: ma se tu sparisci come faccio ad esprimere la mia risata? Così: “aaaaaaaaaa…”? ma questa non somiglia affatto a una risata, ma più a un grido di dolore: mettiti in mezzo, piccina, e ascolta come cambia tutto il senso: “ahahahhahahhah!!!!” Visto come sei importante? Va’ dalle tue sorelline, e chiedi loro se sono in grado di esprimere le risa senza la tua presenza! Perciò, piccolina, quando tutti ti dicono che sei bruttina e inutile, tu prendi una bella rincorsa e scivola veloce verso una grande, grande e immensa risata: ahahahahahhh…….




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CULTURA
12 febbraio 2012
Dalla “Cultura di massa” alla cultura della moltitudine


Chi – come me – è nato nei primi anni Sessanta del secolo scorso, s’è nutrito abbondantemente e con soddisfazione di cultura di massa insieme al latte condensato e ai formaggini della Galbani. Fumetti, fotoromanzi, cartoni animati, Stanlio & Ollio e pellicole da 16mm facevano la gioia del nostro quotidiano divertimento!



Come scrive Luciano Gallino nel suo ottimo Dizionario di sociologia, l’espressione “cultura di massa” designa anzitutto un tipo di cultura di qualità mediocre, contraddistinto da superficialità, ripetizione di situazioni scontate, sfruttamento dei gusti più banali del pubblico.

Il fatto che il “prodotto” fosse destinato a un pubblico più largo possibile comportava una standardizzazione dei suoi moduli espressivi. Doveva, come dire, accontentare i gusti di tutti, ma soprattutto consolidare nel pubblico dei gusti verso determinati prodotti in modo da far sorgere in lui il bisogno di altri prodotti simili, e creare così un mercato.

Per taluni critici, questa diffusione di massa di prodotti culturali “rappresentava una forma di corruzione intellettuale e morale, un oppio per lavoratori abbruttiti, la gratificazione dei bisogni volgari delle masse” (Gallino). Ma non mancava chi preferiva che le masse si gratificassero leggendo un buon feuilleton anziché abbruttirsi all’osteria o assistendo a spettacoli triviali e volgari come accadeva prima dell’esplosione della cultura di massa.

A sinistra, i critici radicali etichettavano la cultura di massa come cultura degradata e corruttrice, non richiesta, bensì imposta alle masse dalle classi dominanti. La cultura di massa ritardava la rivoluzione. A destra, critici aristocratici, come Ortega y Gasset o Thomas Stearn Eliot, scorgevano, nella cultura di massa, una caricatura e degradazione delle forme della cultura alta, richiesta dalle stesse masse, capaci di imporre nel campo delle arti il “dominio dei mediocri”.

A complicare il quadro della discussione intorno agli anni Trenta ci fu Walter Benjamin: la riproducibilità tecnica di un’opera d’arte poteva riguardare tanto i gialli di Agatha Christie quanto l’Ulisse di Joyce, tanto l’ultimo successo del Trio Lescano quanto i Concerti Brandeburghesi di Bach! Come ricorda Gallino, la televisione trasmette Domenica in e Rischiatutto, ma anche il Macbeth e Il giardino dei ciliegi ed opere sperimentali di teatro e di cinema”. Cosa cambia nella fruizione dell’uno o dell’altro prodotto quando il medium è il medesimo? Nella fruizione credo – a parte ciò che Benjamin definiva la “scomparsa dell’aura”, ossia la scomparsa di quella atmosfera magica che circonda l’unicità dell’opera d’arte – la differenza non è così saliente.

Edgar Morin, in un saggio pubblicato negli primi anni Sessanta, L’Esprit du temps, articolò meglio il rapporto tra produzione e fruizione dell’industria culturale: il vero problema nello studio dell’industria culturale «è quello della dialettica tra il sistema di produzione culturale e i bisogni culturali dei consumatori». L’espansione dell’industria culturale crea un’offerta differenziata, calibrata su una domanda di consumo altrettanto differenziata. Allo stesso tempo, un pubblico sempre più differenziato spinge l’industria culturale a diversificare i suoi prodotti. Questo rapporto dialettico tra produzione e fruizione crea un immaginario culturale, e rende possibile la mediazione tra standardizzazione e innovazione.

Il problema è considerare un medium un mezzo indifferente alla produzione del messaggio e al suo rapporto con il destinatario o fruitore. L’introduzione di un nuovo medium rivoluziona l’universo della comunicazione e provoca nel tempo due movimenti opposti ma sincronici: un movimento ascendente e un movimento discendente. Il primo provoca un movimento generale verso l’alto, il secondo un movimento generale verso il basso. La rivoluzione della stampa ha prodotto nei secoli questo doppio movimento. Da un lato, la diffusione del libro a stampa ha reso possibile l’alfabetizzazione delle masse, un sistema capillare di istruzione, la nascita di un’opinione pubblica, una letteratura di qualità, ecc. In altri termini, ha permesso a uno strato sociale più ampio, rispetto al passato, di elevarsi verso i prodotti alti della cultura, allo stesso tempo anche gli stessi produttori di opere d’arte erano indotti a misurarsi con un mercato editoriale sempre più esigente. L’avvento della stampa, in pratica, cambiando la conformazione strutturale della società, ha immesso nel sistema sociale una dose maggiore di innovazione e creatività, mentre le società premoderne erano caratterizzate da una dose maggiore di imitazione e ripetitività.

Dall’altro, tale avvento ha provocato anche un movimento discendente: alcuni tratti imitativi e ripetitivi, di cui ogni società ha sempre bisogno per soddisfare le sue esigenze di mimesi, sono stati trasferiti ad ambiti culturali "alti" per renderli accessibili a quegli strati di popolazione che non avevano i mezzi per elevarsi verso forme artistiche più innovative e sperimentali. Chi, ad esempio, riusciva a esprimersi soltanto nel suo idioletto, la lettura di Kafka, ma anche di Agatha Christie, diventava un ambito inaccessibile, invece, la “lettura” dei Promessi sposi a fumetto o di un fotoromanzo era comunque alla sua portata. Se in questi ambiti i moduli espressivi cambiassero o si innovassero continuamente, i loro prodotti rischiavano di divenire incomprensibili alla massa dei loro fruitori. Sono le esigenze imposte dallo stesso mercato a non permettere a determinati prodotti di variare nella loro offerta. Una formula di successo non si cambia fino a che il gusto del pubblico non si saturi.

Il fatto è che il successo di pubblico non corrompe l’animo dei fruitori, come credevano un tempo i critici della cultura di massa, ma l’animo dei “creatori” di opere d’arte. I moduli espressivi, caratterizzati da ripetitività e scarsa innovazione, rappresentano un “barriera” per chi, invece, vorrebbe esprimersi attraverso nuovi e dirompenti moduli. Egli sa che qualora non voglia sottostare alle regole rigide di un mercato editoriale standardizzato è destinato a un mercato di nicchia. In questo senso, l’avvento di un nuovo medium fa da attrattore dei prodotti culturali verso il basso.

Un discorso analogo si potrebbe fare con l’avvento della televisione. Anche in questo caso potrebbe scorgere questo doppio movimento: ad esempio, il linguaggio televisivo ha permesso a milioni di persone di venire a contatto con un italiano standard, unificando così dal punto di vista linguistico la nostra penisola. Ha diffuso e fatto conoscere tanti autori e opere letterarie. Ha fatto conoscere usi e costumi di altre città. Ha messo tanti utenti a contatto con una realtà extramunicipale. Ma con la liberalizzazione delle antenne, i programmi sono caduti sotto il dominio dell’audience e il livello qualitativo, in generale, si è gradualmente abbassato nel tempo.

Anche in questo caso s’è ripetuto un processo analogo visto in precedenza con l’introduzione di un nuovo medium: come l’aumento dell’alfabetizzazione aveva generato un diversificazione verso il basso dell’offerta editoriale, così è accaduto con l’aumento degli utenti televisivi. La televisione di qualità, all’inizio della sua storia, si poteva fare perché gli abbonati erano pochi milioni, appartenenti per la maggior parte a ceti sociali medi, gli unici che si potevano permettere l’acquisto di un apparecchio televisivo. In fondo, erano gli stessi ceti sociali più “istruiti”. Negli anni, il basso costo dell’apparecchio ha esteso la sua fruizione a tutti i ceti sociali. La sua diffusione ha contrassegnato la società dei consumi. La pubblicità è cominciata ad essere sempre più invasiva fino al punto di decretare il successo di un prodotto televisivo. La televisione comincia a vendere “pubblico” agli inserzionisti pubblicitari.

Quando un qualsiasi mercato dell’industria culturale, dopo la sua affermazione e stabilizzazione cade sotto il dominio del numero (di vendita per i prodotti dell’industria editoriale, di pubblico per quello televisivo), si creano al suo interno delle “barriere” che impediscono a determinati “prodotti” fortemente innovativi di entrare nel circuito della produzione e della distribuzione. Intendiamoci, non si tratta di un “complotto” contro la “qualità” dell’opera d’arte, semplicemente l’industria culturale punta su prodotti facilmente fruibili e “artisticamente” collaudati. Puntare su prodotti fortemente innovativi ma di scarsa fruibilità, rappresenta un rischio economico per l’industria culturale. Questo accade tanto nel campo editoriale che televisivo. Entrambe le industrie non sfuggono alla logica del mercato. In questo senso, un’industria editoriale preferisce “investire” su uno scrittore conosciuto, che sa tenere la penna in mano, vale a dire che conosce il suo mestiere, anziché su uno scrittore sconosciuto, magari ottimo, ma troppo inventivo nel linguaggio e nei moduli espressivi per i gusti del mercato editoriale. Insomma, preferisce puntare su chi assicura la vendita di un numero discreto di copie o su un programma televisivo ripetitivo ma che assicura un discreto numero di ascolti, anziché rischiare puntando su prodotti innovati ma dagli esiti commerciali incerti. In questo senso, affermo che ogni industria culturale pone al suo interno delle barriere che tendono a cristallizzare i suoi prodotti. Come ho scritto sopra, la ricerca di prodotti innovativi s’impone quando una formula espressiva esaurisce la sua funzione, ossia quando il mercato si satura nell'accogliere prodotti ripetitivi e collaudati.

Neanche l’ultimo medium, Internet, sfugge a questa logica: anche in questo caso, potremmo vedere in atto questo doppio movimento. I vantaggi derivati da una comunicazione in tempo reale sono sotto gli occhi di tutti per cui mi sembra inutile elencarli. Uno di questi è la produzione di una cultura dal basso, cioè una produzione che, come sostenevano un tempo i critici della cultura di massa, non viene più imposta dall’alto di un’industria culturale. Tale produzione possiamo definirla non come cultura di massa bensì come cultura della moltitudine. Qui, il termine “cultura” è da intendersi nell’accezione “soggettiva”, ossia come espressione della propria individualità o personalità.

Il movimento ascendente consiste nella possibilità che il medium permette a chiunque abbia una connessione di partecipare alla creazione di un’opinione pubblica dal basso (vedere l’uso e la diffusione dei forum, dei social network e dei blogs), non più “manipolabile” da chi possiede i tradizionali mezzi di comunicazione di massa – stampa e televisioni; così ha modo di partecipare alla creazione di un gusto letterario, recensendo o esprimendo opinioni su questo o quel romanzo, su questo o quel film; di far arrivare a una platea più vasta la sua poesia, il suo racconto o il suo saggio critico. Dal momento che non si tratta più di una massa amorfa e recettiva, bensì di una moltitudine attiva e propositiva, diventa più difficile da manipolare o suggestionare con i messaggi edulcorati.

All’apparenza, in questo campo sembrano che non esistono barriere: ognuno può scrivere in Internet ciò che vuole. Tuttavia, in realtà esistono eccome delle barriere! Gli internauti valgono come moltitudine, presi, invece, uno per uno non contano nulla. I propri “post” valgono in quanto si sommano ai “post” degli altri internauti, fanno “massa” (ma sarebbe meglio scrivere “moltitudine) quando s’aggregano ad altri siti, presi individualmente valgono quanto valgono due chiacchiere scambiate al bar con un gruppo di amici. I forum, le community, i social network (Twitter, Facebook, ecc.), i motori di ricerca, i litblog valgono perché generano traffico, ma generano traffico perché milioni di internauti partecipano come moltitudine alla loro crescita (cfr. questi dati: http://www.marg8.com/blog/p/statistiche_utilizzo_crescita_socialnetwork.htm).

Quindi, dal punto di vista di Internet, non è ciò che scrivo ad avere valore, ad aver valore sono io come utente aggregato a qualche sito. È vero, qualcuno può anche apprezzare ciò che scrivo, ma questo rimane un fatto del tutto marginale nell’economia del medium. Ciò che conta è la mia partecipazione come moltitudine. Quindi, l’assioma secondo il quale Internet permette l’espressione come individualità dev’essere profondamente rivista. Internet permette la mia espressione come moltitudine non come singolarità. A riprova di quanto affermato, posso prevedere che questo post che leggerete genererà nell’arco di un anno sessanta o settanta visitatori. Allo stesso tempo però genererà una serie di link che vanno ad incrementare i motori di ricerca e i siti di aggregazione. Quindi andrà a incrementare il senso della moltitudine. Ciò che dunque ha dato valore alla rete non è il contenuto o la qualità di ciò che ho scritto ma il fatto di aver generato traffico.




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SOCIETA'
8 febbraio 2012
Le neometropoli virtuali e la vita senza spirito


Ogni tanto bisogna riprendere in mano la lettura di qualche piccolo classico al fine di proiettare una luce nuova sulla contemporaneità. È con questo intento che ho riletto, in questi giorni, Le metropoli e la vita dello spirito di Georg Simmel (1858-1918). È una lettura affascinante che sin dalle prime pagine per le capacità divinatorie che sa sprigionare cattura l’attenzione del lettore.
Come scrive il curatore, Paolo Jedlowski, nella introduzione, «si tratta di un piccolo capolavoro della sociologia, le cui indicazioni per la comprensione dell’esperienza moderna sono ancora preziose». In questo breve ma denso saggio, apparso per la prima su una rivista nel 1903, Simmel individua nella vita metropolitana la quintessenza della modernità.

La modernità, per Simmel, è flusso e instabilità di ogni forma, è divenire perpetuo. La metropoli accentua quel senso di perpetua precarietà entro la quale la nostra esistenza si trova a far costantemente i conti. Siamo immersi in flusso continuo e instancabile di stimoli contro il quale possiamo proteggerci costruendo intorno a sé una sorta di corazza che ci renda insensibile nei suoi confronti.

Se gettiamo uno sguardo sulla contemporaneità, non è difficile accorgersi che lo “spirito” della modernità non passeggia più sui boulevards, ma nelle “reti telematiche”, vale a dire in quei “non-luoghi” dell’esperienza cosiddetta “virtuale” della contemporaneità.
In questi paesaggi virtuali, i tratti che contraddistinguevano la vita metropolitana si presentano in maniera ancor più accentuati. All’interno di questo spazio sociale e virtuale, la vita di ciascun individuo si modella sul carattere artificiale, intellettualizzato, concentrato, tipico di quegli spazi impersonali e privi di ogni identificazione storica.
La realtà virtuale concretizza all’ennesima potenza l’epoca della volatilità e del flusso transitorio. Come la metropoli, anche la rete diventa tanto il regno della libertà e della massima espressione individuale, quanto quello della massima intellettualizzazione e della massima incapacità di percepire le differenze. Un luogo dove ogni grido, ogni brusìo si trasformano in rumori di fondo, continuo e ininterrotto, un luogo dove diventa difficile distinguere una voce dall’altra, un pensiero dall’altro. Siti e blog diventano vetrine luminose nelle quali ognuno espone la propria mercanzia sperando che per un attimo il visitatore di passaggio si fermi ad ammirarne i colori e le luci sfavillanti.


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CULTURA
1 febbraio 2012
Sull'utilità e il piacere della filosofia nelle scuole...


Da un lato piacerebbe anche a me poter scrivere un Elogio della filosofia come Maurice Merleau-Ponty, ma m’astengo dallo scrivere un testo cosiffatto in quanto ritengo che nella filosofia non ci sia nulla da elogiare, o meglio, sono convinto che qualsiasi elogio della filosofia alla fine si trasforma in un elogio di alcuni filosofi, magari quelli che più ho amato nei miei anni di formazione: Bruno, Spinoza, Hegel, Nietzsche, Marx, Peirce, Simmel, Freud, Wittgenstein; dovrei dire qual è l’aspetto che in ciascuno di loro ha maggiormente attratto e stimolato i miei interessi; ne verrebbe fuori, alla fine, una sorta di autobiografia filosofica…
D’altra parte dovrei spiegare i motivi degli assenti: perché Spinoza piuttosto che Leibniz? Perché Hegel anziché Kant? Perché Wittgenstein e non Popper? Perché né Socrate né Platone? Né Gentile né Croce? Finirei, insomma, con lo scrivere un Biasimo della filosofia: o meglio, un biasimo di taluni filosofi.
Dall’altro, un elogio della filosofia rischierebbe di risolversi nella domanda: a che serve la filosofia? Vale a dire bisognerebbe giustificare o legittimare la presenza della filosofia nella formazione culturale umana in ragione della sua utilità. Utilità a quali fini? Naturalmente, come risponderebbe ogni buon insegnante di filosofia, utile allo sviluppo del senso critico. Eppure, come insegnava Aristotele, che di filosofia se n'intendeva, la filosofia nasce dallo stupore, ossia dalla capacità di meravigliarsi.
Lo stupore in sé non ha alcunché di utile. Lo stupore è quell’atteggiamento in cui siamo ancora disposti a lasciarci sorprendere dal modo in cui le cose si presentano alla nostra mente. Tale predisposizione non è oggetto di insegnamento: o si dà tutto per scontato o, talvolta, ci meravigliamo di scoprire che ci siano cose che sfuggono alla banalità. Questa predisposizione, più modestamente, possiamo definirla “curiosità”. I bambini sono gli esseri più curiosi perché si trovano in quella fase in cui stanno “scoprendo” il mondo. Anche l’atteggiamento filosofico è un atteggiamento che ci predispone a questa continua messa in discussione di ciò che appare o di ciò che abbiamo tacitamente appreso. Da questo punto di vista, la vita quotidiana può essere il regno dello stupore. Ogni atto, gesto, comportamento può predisporci allo stupore. Ad esempio, quando si presenta qualcosa di inatteso che ci mette in una situazione disorientante.
Eppure, la filosofia, quella legata alla creazione del senso critico, s’è allontanata da questa dimensione di stupore. L’insegnamento della filosofia si è risolto in una tecnica del “ben argomentare”. Senso critico può significare come atteggiarsi nei confronti di qualcosa con distacco e senza lasciarsi coinvolgere. Paradosso della filosofia: i buoni insegnanti, quando arrivano a parlare dei Sofisti, lo fanno nei termini in cui ne parlò a suo tempo Socrate, vale a dire con disprezzo, ignorando che la concezione filosofica che essi praticano nelle scuole derivi proprio dal pensiero sofistico. Scimmiottano Socrate! Per sviluppare il senso critico è sufficiente inserire nelle scuole un buon corso di “retorica”. L’ottimo manuale di Chaim Perelman, Trattato dell’argomentazione, sarebbe più che sufficiente! Che senso ha far imparare tutta la storia del pensiero filosofico per far conoscere delle buone tecniche di argomentazione? Perché non riportare in auge l’insegnamento della retorica nelle scuole? Questi sono gli equivoci su cui una scuola secolare fonda i suoi errori. Perpetuandoli senza mai metterli in discussione. In ogni caso, il senso critico non si sviluppa soltanto con l’insegnamento di buone tecniche di argomentazione, ma soprattutto con l’acquisizione di conoscenze, storiche, geografiche, scientifiche, sociali, economiche, ecc. La filosofia può continuare ad offrire tutto questo? Non mi pare.
Associare l’insegnamento della filosofia all’elaborazione del senso critico, quale argomento forte per continuare a sostenere la sua presenza didattica nelle scuole, risulta essere una prospettiva del tutto fuori luogo. L’origine della filosofia, o meglio, l’origine dell’atteggiamento filosofico non affonda le sue radici nell’utilità, bensì in un sentimento piacevole, ossia in quell’eccitazione dell’essere che s’attiva ogniqualvolta si supera una resistenza. Tale resistenza è data dall’opacità del mondo, dal fatto cioè che tutto è stato già detto, tutto è già stato acquisito e archiviato. Quindi, dal fatto che non v’è più nulla da scoprire. Nulla che ci possa stupire e meravigliare. Se non siamo in grado di rompere la resistenza che tale opacità oppone alla nostra ricerca. Ogni atteggiamento filosofico risulta nullo. Vano. Quando si arriva a questo punto, vuol dire che la routine e l’automatismo della vita ci hanno completamente fagocitati, imprigionati nei suoi ingranaggi…
Chissà, neanche la propria morte suscita stupore…


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SOCIETA'
27 gennaio 2012
Olocausto, Levi, Arendt, memoria, vittime, carnefici

Ho sentito una volta parlare di un’insegnante che “amava” portare i suoi studenti a tutti gli eventi dove si commemorasse la Shoah: convegni, incontri, presentazione di libri. Non c’era appuntamento al quale lei e la sua scolaresca non mancassero. Era un periodo in cui mi stavo occupando proprio del tema della memoria. Leggevo Aleida Assmann, Elena Agazzi, Enzo Traverso, Régine Robin.
Sapere che una professoressa “obbligasse” i suoi studenti “a ricordare” le violenze dei nazisti non mi sembrò una buona idea. Proprio Traverso aveva parlato del rischio di trasformare la memoria, fortemente amplificata dai media, in una “ossessione commemorativa”, e i “luoghi della memoria” in una vera e propria “topolatria”: «Così prende forma il “turismo della memoria”, con la trasformazione dei siti storici in musei e mète per visite organizzate, dotati di adeguate strutture d’accoglienza (hotel, ristoranti, negozi di souvenir, ecc.) e promossi presso il pubblico con strategie pubblicitarie mirate» (Traverso).
Cosicché, anche l’atteggiamento compulsivo di quella insegnante mi sembrò dettato da quella “ossessione della memoria”. Intuivo che in quello atteggiamento c’era qualcosa che non mi tornava, ma non riuscivo a individuare cosa di preciso non andava. D’altro canto, mi rendevo conto (e tuttora mi rendo conto) di quanto, sfiorare alcuni temi, si corra il rischio di essere decisamente fraintesi. Al fine di evitare qualsiasi tipo di malinteso dirò che le due letture che più hanno contato nella mia interpretazione del genocidio nazista sono state La banalità del male di Hannah Arendt e Se questo è un uomo di Primo Levi. Questi due testi hanno contribuito fortemente a cambiare la mia prospettiva sul significato di questo crimine orrendo: i due autori, da angolazioni diverse, “costringono” il lettore non più a rivolgere la loro attenzione alle vittime, ma ai carnefici.
La testimonianza di Levi e il resoconto di Arendt al processo Eichmann mi hanno fatto comprendere come è stata possibile mettere in atto lo sterminio. Ciò ha rappresentato per me un vero e proprio capovolgimento sull’uso che si può fare della memoria. In pratica, concentrando l’attenzione sulle vittime e sulle loro indicibili sofferenze, alla fine ci si “dimentica” dei carnefici. Preciso meglio il mio pensiero: focalizzando tutta l’attenzione sul risultato, ossia sullo sterminio, ci si dimentica dei processi persecutori che hanno reso possibile quel risultato. I revisionismi storici, quelli che hanno infine tentato di mettere sullo stesso piano vittime e carnefici, trovano in questa operazione di oblio/ricordo il loro fondamento. In fondo, dicono questi revisionisti, siamo tutti vittime della storia. Già, la “storia”! come se la Storia fosse la personificazione di un’entità malefica che agisce a nostra insaputa e sulle nostre teste, facendole rotolare di volta in volta sul tappeto insanguinato del tempo!

L’Olocausto viene posto in un luogo “sacro”, inaccessibile alla mente di chi vuole comprendere, in quanto la sua straordinaria follia rimane qualcosa che lo storico non potrò giammai categorizzare. Ponendo tutto ciò che appartiene alla storia dell’Olocausto in una sorta di reliquario, viene in questo modo come “staccato”, “scisso” dalla nostra storia presente. Per cui quando vengono commessi nuovi stermini, nuovi genocidi sulla terra, giammai possono essere comparati all’Olocausto, per non incorrere nel peccato di blasfemia.
La scissione dunque ha la funzione di assolverci per quanto è accaduto. L’insegnante che porta i suoi studenti nei luoghi sacri dell’Olocausto è come se dicesse a se stessa e agli altri: tutto ciò che è accaduto non mi appartiene come essere umano, non vi appartiene come umanità; in ciò che è accaduto non v’è nulla di umano, tutto è disumano. È l’effettiva presa di distanza da un evento che si vuole definire per antonomasia folle. Appartiene alla follia umana. Salvo poi scoprire, come Arendt e Levi hanno insegnato, che i carnefici che commettevano quegli atti disumani erano persone del tutto “normali” (“banali”, li definisce Arendt), “buoni padri” di famiglia, persone, che, quando tornavano a casa dopo aver eliminato mille o duemila “unità” (perché le vittime erano considerate come pezzi di una grande officina), giocavano con i loro bambini, o leggevano loro le favole prima del bacino della buonanotte.

Dire che tutto ciò non mi appartiene perché ha in sé qualcosa di disumano che a me come umanità m’è completamente estraneo è un modo per lavarsi la propria coscienza. Tributare un omaggio alle vittime e dimenticare i meccanismi sociali che hanno portato al compimento dello sterminio significa far un ennesimo torto alle vittime in primo luogo, e a se stessi, in secondo luogo. Poiché alla fine, secondo me, è più importante ricordare come un uomo diventi carnefice che non avere soltanto memoria della vittima. Ricordare questo significa sapere che dietro ogni angolo della storia può nascondersi un carnefice pronto a colpire le sue vittime ignare.




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SOCIETA'
25 gennaio 2012
Costa Concordia, talk show, Sanremo, tragedie, sorrisi & canzoni...

 
Come blogger, sulla tragedia della Costa Concordia non ho nulla da dire. Non ho nessuna competenza. Potrei esprimere un'opinione, una delle tante. Esprimere cordoglio per le vittime. Ma in entrambi i casi nulla toglierebbe e nulla aggiungerebbe alla tragedia. Come telespettatore, invece, ho qualcosa da dire. Vedo che i talk show si sono buttati a capofitto su di essa. Evidentemente il tema fa buoni ascolti. Per alcuni versi è quasi diventato il nuovo caso Avetrana, cioè un osso da spolpare sino alla fine.
Ed ecco come esperti, testimoni, opinionisti riempiono i pomeriggi degli italiani e delle italiane: discettando, disquisendo, condannando, fornendo dettagli e particolari su questo o quello aspetto...
Fino a quando, mi domando?
Fino a che non inizierà il Festival di Sanremo...
Di colpo, la tragedia sarà rimossa...
Non se ne parlerà più. Scomparirà di scena, perché disturba il clima di allegria del Festival di Sanremo...
Entreranno in scena i pettegolezzi, l'Italia spensierata...
Celentano sì, Celentano no...
E i talk show riprenderanno il loro consueto cammino...
Già, mantenere alto il livello di tensione drammatica prepara meglio il clima di spensieratezza...
Dopo aver "sfruttato" al massimo il dolore si ha di nuovo bisogno di tornare a sorridere...
E così ci tufferemo in questo clima di baci, di sorrisi & canzoni...
Come possiamo definire questo repentino cambiamento di umore? Questo passare dalla tragedia alla commedia con tanta disinvoltura? Disturbo bipolare?
Alla fine, Sanremo è sempre Sanremo...
... vedremo...
   




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CULTURA
15 gennaio 2012
Umberto Eco, Pericle, la democrazia e il “populismo”…

 
“Stai attento, perché Pericle era un figlio di puttana”…
Così Eco ricorda a chi si accinge a salire sul palco per pronunciare il discorso di Pericle agli ateniesi, come elogio della democrazia…
Leggo l’anticipazione di un brano su “la Repubblica” di sabato scorso, estratto dal suo saggio Figlio di una etera che apparirà presto nel volume La subdola arte di falsificare la storia. Il brano di Eco fa immediatamente il giro della Rete, e viene retoricamente elogiato come esempio di “smascheramento” sul modo in cui si “falsifica” la storia. E così, leggendo il brano di Eco dall’inizio alla fine, scopriamo due tratti fondamentali della personalità di Pericle: la sua malafede e il suo populismo.
Scrive Eco: quello che Pericle “voleva elogiare era la sua forma di democrazia, che altro non era che populismo – e non dimentichiamo che uno dei suoi primi provvedimenti per ingraziarsi il popolo era stato di permettere ai poveri di andare gratis agli spettacoli teatrali. Non so se dava pane, ma certamente abbondava in circenses. Oggi diremmo che si trattava di un populismo Mediaset”.
Più avanti Eco ricorda che il discorso di Pericle, riportato da Tucidide, è stato inteso nei secoli come un elogio della democrazia, in realtà, secondo il semiologo, si tratta di un “discorso populista”: “Pericle non menziona il fatto che in quei tempi ad Atene c’erano, accanto a 150.000 abitanti, 100.000 schiavi”. A cosa mira, si domanda ancora Eco, questo elogio della democrazia ateniese, idealizzata al massimo? “A legittimare l’egemonia ateniese sugli altri suoi vicini greci e sui popoli stranieri”. Insomma, secondo Eco, il discorso di Pericle agli ateniesi “è un classico esempio di malafede”.
Io direi a Eco: ecco un classico modo sbagliato di insegnare la storia nelle scuole.
Purtroppo, la malafede non la vedo nel discorso di Pericle, ma nel brano di Eco. Affermo questo perché per amore del pensiero dialettico, Eco rovescia totalmente la realtà della storia, presentandola in modo distorto e incoerente. L’elogio di Pericle della democrazia, negli ultimi tempi, è stato presentato come un esempio storico da contrapporre al berlusconismo imperante. Quelle frasi in cui Pericle afferma che “per il fatto che non si governa nell’interesse di pochi ma di molti, è chiamato democrazia…” ecc., quando venivano pronunciate nelle piazze italiane facevano spellare le mani di tutti coloro che amano la democrazia, perché le leggevano in chiave antiberlusconiana…
Ora, Eco ci ricorda di quali istinti prevaricatori era figlia la democrazia ateniese, di quanto retorica prevaricatrice era portatrice quella democrazia, e, infine, di quanto populismo essa era intrisa. Insomma, ci presenta il discorso di Pericle come un discorso filoberlusconiano più che antiberlusconiano. Ma poniamoci questa domanda: era sbagliata la lettura che ne davano gli antipopulisti o è sbagliata la lettura filopopulista di Eco? A mio parere sono entrambe sbagliate, in quanto Pericle, quando esalta la “forma di governo” ateniese, non si sta rivolgendo a una astratta umanità, ma si rivolge a quei 40.000 cittadini ateniesi che godevano del diritto di cittadinanza. Insomma, Pericle dice “noi” ateniesi, sottintendendo “noi” che godiamo pienamente dei diritti politici. Qui, in questo punto, intendo dire, individuo la malafede di Eco e il suo modo sbagliato di proporre l’interpretazione storica: Pericle esalta la forma democratica contrapponendola alla forma oligarchica di Sparta e alla forma monarchica orientale: “noi quarantamila ateniesi (escluso gli schiavi, i meteci e le donne) siamo migliori perché non ci lasciamo governare da una cricca di uomini o da uno solo…”. Il discorso di Pericle non ha alcunché di universale…
Il principio di uguaglianza di ciascun cittadino di fronte alla legge che egli pone nel discorso vale soltanto per i “cittadini” ateniesi, non è affatto un principio universale. Di questo Pericle e i suoi ascoltatori erano pienamente coscienti e consapevoli. La malafede, intesa da Eco, sarebbe tale se egli si stesse rivolgendo a tutti i popoli e a tutte le genti, indistintamente, a tutte le persone, a prescindere dal ceto, dallo status, o dal genere…
Ma il suo non è discorso di principio universale, è un discorso di parte. Se Pericle lo avesse presentato come tale, come un discorso di principio universale, quando poi in realtà la potenza della polis ateniese si basava sulla sopraffazione dei popoli vicini e sugli uomini e le donne che non godevano di alcun diritto di partecipazione democratica, allora sì che sarebbe suonato come un discorso ipocrita…

Quanto all’ipotetico populismo di Pericle è completamente fuori luogo. Gli antichi avevano un termine ben preciso quando volevano indicare il modo in cui un governante solleticava i bassi istinti popolari: demagogia. Tutte le democrazie antiche hanno conosciuto inevitabilmente forme demagogiche. Chiaramente, neanche uno come Pericle ne fu esente. Ma la demagogia non ha niente da spartire con il populismo. Vorrei infine ricordare due cose: questo “re non coronato” cercò soprattutto di consolidare le basi della ristretta democrazia: dei 40.000 cittadini in possesso dei pieni diritti civili, la metà circa apparteneva alla classe dei teti, i quali, essendo poveri, non erano nella condizione economica di aspirare alle magistrature. Ebbene, Pericle si preoccupò di far votare una legge in base alla quale era data un’indennità di due oboli ai giudici popolari dell’Elièa. Quindi, offrì a tutti i cittadini di porsi candidati alle magistrature più alte. Riguardo invece alla possibilità data a tutti i cittadini ateniesi, sempre quelli che godevano dei diritti civili, di assistere agli spettacoli teatrali, non la metterei sullo stesso piano di Mediaset: assistere a rappresentazioni teatrali di Eschilo, Sofocle o Aristofane non è la stessa cosa che assistere agli spettacoli di Maria De Filippi. Eco dimentica che il teatro greco non aveva nulla a che spartire con gli spettacoli cruenti dell’antica Roma.

Fatte queste doverose precisazioni, non vorrei passare come l’ennesimo esaltatore della classicità: nella mia socioanalisi ho tentato in tutti i modi di far emergere su cosa fosse basata la grandezza di Sparta, Atene o dell’Impero romano.
Non ho certo la presunzione di suggerire a chi leggerà questo post di andare nella rete a recuperare tutto quel che ho scritto sul ruolo della schiavitù nel mondo antico, ma soltanto di dire che è possibile vedere come la penso sull’argomento e come ho tentato di mettere sempre in evidenza le luci e le ombre del mondo antico, evitando di fare polemiche per il gusto di sembrare originale ad ogni costo…

Ma si sa: ci sono accademici senza nulla accademia…


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SOCIETA'
12 gennaio 2012
Perchè sono un inattuale..


Odio l’attualità, odio vedere il proprio tempo appiattito al tempo presente, come se soltanto ciò che accade nell’oggi ha senso e significato…
Odio vedere scorrere il tempo sempre nell’identica dimensione…
Odio vivere nel tempo presente immaginando che il mondo finisca nel punto in cui la vita di ciascuno si focalizza e si stampa come in un romanzo d’avventura…
Odio affogare in questa melma quotidiana dimentico di quanto di imperituro v’è in essa…
Odio veder livellata ogni sfumatura, ogni differenza, come se tutto fosse identico…
Odio questo generale appiattimento in cui ciascuna cosa vale un’altra, in cui tutto diventa interscambiabile, in cui il valore delle cose non ha più nessun riconoscimento.
Odio veder mettere ciascuno e tutti sempre sullo stesso piano, far d’ogni erba un fascio…
Odio chi ha paura delle differenze, della diversità e vuole imporre un mondo a sua immagine e somiglianza…
Odio veder mettere i fatti sempre davanti alle parole, come se nella vita le parole non contassero, ignorando invece che esse sono l’humus in cui i fatti si formano, s’intrecciano, prendono corpo e consistenza…
Odio avere uno sguardo sempre rivolto sull’individuo e non sapere che ciò che conta realmente è come gli individui riescono a relazionarsi ad altri individui…
Odio snocciolare soltanto cifre e dati e mostrarsi incapace di vedere i reali drammi che essi racchiudono, o snocciolare solo cifre e dati per nascondere i veri drammi della vita umana…
Odio snocciolare soltanto cifre e dati per distrarre o confondere…
Odio usare quotidianamente le tragedie umane per i propri fini, per fare “ascolti”, carriera, per aumentare consensi…
Odio calpestare l’altrui dignità cinicamente, strumentalizzare il dolore per fare aumentare l’audience...
Odio scrivere poesie sul Natale perché è Natale…
Odio camminare sempre a distanza degli altri per paura di urtare l’altrui suscettibilità…
Odio tutto questo, perciò preferisco tenermi lontano dall’attualità, dalle mode, dai conformismi cinici, banali…
Odio tenermi aggiornato per stare al passo coi tempi, e occuparmi di cose futili e insensate per non sentirmi escluso o fuori dal mondo…
Perciò amo vivere in un tempo inattuale, dove le mode le tendenze i trend non contano, dove le classifiche dei libri più venduti, dei programmi più visti, delle canzoni più ascoltate non hanno nessun valore…
Amo l’inattualità perché è sempre attuale, perché ti fa vivere nell’attimo perenne, nell’attimo infinito che da sempre e per sempre fa sentire forte la sua voce nonostante tutte le banalità di questo mondo...

Perciò amo leggere e studiare, capire e comprendere, ascoltare e parlare, perché solo così mi sento parte del mondo e della sua eterna bellezza!




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CULTURA
18 dicembre 2011
...movimento estatico/estetico...

…movimento estatico/estetico: sei sicuro che puoi farne a meno?
Controcanto all’utile: no, non voglio dimostrare.
Dimostrare cosa? Senso dell’inutilità…
Chi è “oltre” non ha bisogno di… cosa? L’ho dimenticato…
Non importa. Un giorno riaffiorerà alla memoria..
Controcanto a ciò che è stabile, immobile…
Tempo immemorabile…
Ammaliare/ammalare…
Condizione ideale: gli umori si sciolgono, febbre a quaranta…
Stabilizzare/destabilizzare…
L’esistenza s’incrina, liquidazione dei ruoli: le mie certezze…
Già, le mie certezze s’incrinano…
Febbre a quarantuno: tutto gira intorno…
Vivere come un arcobaleno…
Sono nuvola di cielo…
Sono pioggia che cade…
Sono gocce che imperlano la fronte…
Alberi che cadono sotto i colpi delle folgori…
Talvolta sono Zeus…
Gli umori si sciolgono…
Ammaliare/ammalare…
…alludere/illudere…
Perché no? Non stare lì a calcolare o a misurare…
…sì, il piacere è troppo coinvolgente…
Strategie dell’essere…
Leggi, e ti sfugge il senso…
Allora, dove sta il segreto?
Nella fine? Nel principio? Nel mezzo?
Cosa ti spinge ad andare avanti? Perché non smetti?
Cambia pagina o aspetti.
Un raggio di luce potrebbe all’improvviso squarciare le nuvole nere…
Come un’antica danza che mette in movimento le membra del corpo…
Non chiederti se la danza è utile o inutile…
Quantomeno non è dannosa…
…tragico/ambiguo…
…ordine/caos…
…piacere/dispiacere…
………………………………

Visto? Ho trovato il vuoto…
E mi piace precipitare dentro…
Dà un senso di libertà…
Di leggerezza…
Non m’importa se alla fine non trovo il terreno dove piantare i miei piedi…
O se precipito nella palude nera…




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letteratura
17 dicembre 2011
Vuote strisce colorate. Intensità verde

Mark Rothko - Dionysius, 1949
Freme il colore sulla pelle, e si ribella...
Vorrei donargli la mia calma e la mia saggezza...
Ma non riesco a trattenerlo e urla ancora nella sua essenza primitiva...
Ho ascoltato L’uccello di fuoco di Stravinskij e preso coscienza di quanto sia difficile dare corso al proprio processo creativo, specialmente adesso che non m’importa più niente del mondo e della sua realtà cruda.
Mi rifiuto di dipingere oggetti, cose, esseri viventi...
Tutto ciò mi provoca nausea; e odio vedere, ascoltare gente e persone.
Per questo ho deciso di vivere in un eremo e dipingere il nulla...
La vita mi costringe a stare in mezzo agli altri, a sopportarne i discorsi vuoti e senza senso, a sentirne i lamenti, le lodi.
Un tempo desideravo che ogni colore toccasse una corda del mio animo e la facesse vibrare nella sua assoluta solitudine; mi piaceva percepire l’onda che si spandeva nella spazialità della mia anima.
Ho finito di stendere il verde nella metà superiore della tela, e ora la guarda a una certa distanza; la fisso intensamente, eppure, non è quella striscia verde a riempire la visione, ma è sempre la metà lasciata in bianco ad attrarre lo sguardo.
La luce bianca è più forte di ogni altra luce...
Questa luce mi svela un senso di vuoto e di smarrimento, lo stesso che avverto dentro di me.
E che voglio cancellare espandendo altro colore verde. Non è nel verde che si riflette la mia anima, ma in quella parte che ho lasciato in bianco, in quella parte della mia vita che ho lasciato in sospeso quando ho deciso di abbandonare tutti e tutto.
Follia del genio, hanno sentenziato le voci popolari.
Sono andato a vivere in un luogo lontano e sconosciuto.
Dipingo soltanto strisce verdi, senza senso e senza nessun significato. Dipingo per stendere i miei nervi o per trovare un’intensità nuova. Adesso nessuno può dare valore a queste tele. Eppure, ancora fremono nella loro impazienza metafisica...
Rileggo l’articolo di quel critico che parlava del mio ritiro dalla scena come un’occasione per ritemprare la mia creatività; vedrete, cari lettori, che tra qualche mese, passata la follia, farà il suo ritorno trionfale offrendoci nuove opere e meravigliose.
Pover’uomo! Sono anni che aspetta il mio ritorno sulla scena, ritorno che non ci sarà mai. A che scopo tornare? Perché possa di nuovo ascoltare queste chiacchiere vuote nell’orecchio?
Preferisco continuare a vivere e a dipingere con lucidità queste strisce vuote.
La follia. La sola parola che sono riusciti a coniare per descrivere la mia condizione è stata questa. E so che più gli anni passano e più il nome viene incatenato a quella parola. Immagino quanto il mito della follia sia alimentato per quotare al meglio i miei quadri. E pensare che adesso sono io che giudico folle il periodo in cui conducevo quella vita in mezzo a tutta quella gente che si dichiarava innamorata della mia arte, e ascoltavo le loro chiacchiere superficiali.
Non che ora ho ritrovato la mia condizione di vita autentica, ma quantomeno non devo più continuare a mentire e a dire cose per far piacere al prossimo, per tenermi buona la critica.
Bisogno di assoluto, ha scritto un altro critico.
Non ho ancora compreso cosa vogliano dire queste due parole.
Sì, è vero; quando ho preso coscienza che il successo bloccava la mia creatività, e che per accrescere quel successo ero obbligato a dipingere quel che la critica e il pubblico s’aspettavano da me, dentro di me è scattato un corto circuito.
Qualcosa che mi ha provocato un ripensamento.
Ma in realtà non ho scelto questa strada perché non mi sentivo più creativo. Anzi, a questa creatività non tengo affatto, non mi interessa. Non sono alla ricerca di un nuovo stile.
Mi accontento di dipingere delle semplici strisce e ascoltare della buona musica. Non sono più condannato a far fuoruscire la mia creatività.
Ogni ora e ogni minuto so già cosa dipingerò. Non so se in effetti sia riuscito finalmente a sprigionare la mia creatività ora che non sono più costretto a niente. Solo e soltanto tappeti verdi su cui far cadere il mio sguardo vuoto. Come un orizzonte a cui ho voluto fissare lo sguardo. Anche questo mio modo di dipingere verrebbe interpretato come segno della mia follia, o come un blocco della mia creatività o come ricerca di assoluto.
Qualcuno ha anche dichiarato che nel mio eremo sto dipingendo l’opera straordinaria che farà sussultare il mondo. Qualcuno si crede autorizzato a interpretare e a dare un senso a questa mia singolare ossessione; a riportarla nelle sue categoria estetiche, a non accettare il fatto che non nasconde e non rivela niente. Ma non troveranno niente, non ho voglia di lasciare aperta nessuna suggestione.
Alla fine lascerò che a decidere sia la forza distruttrice del fuoco...




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letteratura
17 dicembre 2011
Effetti di superficie...

Caro Bruno,
escludendo che il tuo incalzante piglio inquisitorio rivolto al povero "viandante" sia minimamente legato a imbarazzo di stomaco dopo una generosa porzione di "rigatoni con la pajata", mi chiedo se il tuo "malumore" non dipenda dalla (ahimé) solita difficoltà a trovare un senso alle cose, specie a quelle che proprio un senso non ce l'hanno.
Malumore artistico il tuo, ma in tutto simile a quello di ognuno di noi che non troviamo (e come potremmo trovare!) risposte ai problemi che chiamiamo per brevità esistenziali
né tu né il tuo viandante (da te strattonato per il bavero) sarete mai in grado di rispondere ai "perché" ma solo ai "come": prima lo capiremo tutti e prima staremo bene; pur con tutta la nostra voglia di eternità ritroveremo la serenità accettando la nostra assoluta, cosmica irrilevanza.
Stammi bene!

Grazie Oude,
in realtà non sono alla ricerca né di un “come” né di un “perché”, dal momento che sono partito dal presupposto che tutto ciò che accade non ha (in sé) alcun senso…
tutt’al più siamo noi che ci sforziamo in ogni modo e con ogni mezzo di attribuire un senso a ciò che accade…
qui sta la nostra forza e la nostra debolezza…
siamo noi esseri umani che dobbiamo trovare la forza per dare senso a ciò che accade…
anche se talvolta, quando, nonostante i nostri sforzi, non riusciamo a trovare un senso accettabile, è facile cadere nello schema della follia o del mistero…
… in quest’opera di attribuzione un ruolo “speciale” è riservato agli artisti in senso lato…
Ed è su questi temi che sto riflettendo intensamente in questi giorni…
Ma lo faccio in modo frammentario…
Anche perché le conclusioni alle quali sto arrivando stanno provocando nella mia mente un movimento tellurico…
Quindi, aspetto le fasi di assestamento per riprendere a “poetare”…
Anzitutto, sto cercando di creare degli effetti di superficie…
Una scrittura a “pelo d’acqua”, niente che vada in profondità, un qualcosa che sappia “riflettere” la superficie delle cose…
Una scrittura composta di strati sottili…
Una scrittura ferma al senso letterale…
Niente sensi riposti…
Tutto ciò che ho da dire lo dirò alla lettera…
D’altro canto se ho a che fare con un medium che frammentizza l’essere non mi resta che offrire cose frammentate…
 L'unità è una chimera, nel web... ho provato, ma è un limite insormontabile...




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CULTURA
16 dicembre 2011
L'abisso può attendere...


Dove vai piccolo navigante?
Sei ancora alla ricerca di un principio intellegibile che ti dia la certezza che tutto ciò che accade nell’Universo abbia senso? Perché tu desideri che tutto che accade abbia una giustificazione, una legittimazione, una spiegazione?
Perché tu hai bisogno di credere, anche se talvolta ti sfugga il senso delle cose, tanto per te comunque è “implicito” nella mente divina…
Insomma, per te navigante, il mistero si risolve in un problema di comprensione o di incomprensione…
Sì è così, anche il dolore, la sofferenza, la violenza, la crudeltà, la morte e la vita trovano un loro posto…
Se accadano eventi dolorosi, violenti, sofferti, vuol dire che fanno parte di un disegno divino il cui senso può sfuggire alla mente umana, ma non a quella divina…
Posto che esista un tale principio intellegibile e che tutto ciò che accade abbia senso, quale compito ti sei preservato?
Portare alla luce il senso riposto nell’accaduto: attraverso i molteplici segni risalire a poco a poco a comprendere il disegno intero, ossia capire quale volontà si celi dietro quegli accadimenti?
Sebbene, rimanga per te sempre un senso di mistero, tu sei soddisfatto…
Il senso non appartiene alla tua vita…
Tu, navigante, riponi il senso sempre altrove…
Tu, navigante, agisci, ma non sai quel che fai…
Tu non puoi saperlo perché non possiedi il senso compiuto dell’evento…
Tu sei l’esecutore dell’azione finita, ma non il mandante della sequenza infinita…
Tu sei soltanto un’infinitesima parte di un disegno…
Tu non sei il responsabile del senso ultimo dell’accaduto…
Tuttavia, tu sei l’interprete dei segni: gli eventi accadano, e tu scopri il loro senso nascosto, e lo fai perché sei sostenuto da una fede incrollabile che al mondo ci sia una mente intellegibile che guidi le sorti del Cosmo…

Ma che accade se un giorno, a forza di cercare il senso riposto delle cose, scopri che le cose non hanno senso, che farai navigante?
Rispondi, navigante: cosa farai?
Dove punterai la prua della tua fragile imbarcazione quando avrai perso la bussola della fede che guidava il tuo peregrinare? Dimmi, navigante, che farai? Cosa farai quando all’improvviso il vortice s’aprirà sotto la plancia della tua mortale imbarcazione? Crederai fino all’ultimo istante, all’ultima frazione di secondo che ti resta a disposizione che anche l’abisso che si sta chiudendo sopra la tua testa abbia un senso? E se in quell’ultima frazione di tempo…
Cosa accade in quella ultima frazione?
Perché ti rifiuti di vivere come se se stessi vivendo l’ultima tua frazione?
Troppo difficile, vero?
Meglio rimandare e fingere che nella clessidra ci sia ancora tanta sabbia da scorrere. Perché pensare che siamo arrivati al suo ultimo granello?
L’abisso come il paradiso può sempre attendere…




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DIARI
8 dicembre 2011
Tutto ciò che è unito si frammenta e si dissolve nella rete


Tempo fa, un redattore, cui avevo inviato un saggio su Saba e Colorni, definì il mio stile “a metà tra il giornalismo letterario e la poesia”
. Tra l’altro, egli si complimentava per quello stile che aveva avuto modo di apprezzare in altri miei scritti…
In realtà, non so se effettivamente debbo accogliere un tale giudizio critico positivamente…
Ancora una volta, come è accaduto a Simmel, ciò che sfugge al giudizio critico è quel rapporto tra superficialità/profondità…
Infatti, quel “giornalismo letterario” m’ha ricordato l’espressione “giornalismo filosofico” attribuito a Simmel…
Un filosofo impressionista era l’altro titolo tributatogli…
Chissà, forse i nostri destini avranno molte cose in comune…
Un destino riservato a tutti i pensatori antisistematici…
Si coglie l’impressione, ma non è facile riportarla a tutta una struttura di pensiero che sta “dentro” quella impressione…
Ripeto: dentro e non dietro, poiché dietro ogni impressione ci sta soltanto un’altra impressione…
Come accade nella profondità: una moltitudine di strati superficiali…
Cosicché, non mi dispiace affatto essere “superficiale”, purché non si smarrisca il senso della stratificazione, ossia purché non ci si fermi al primo strato e si continui a vedere il secondo, il terzo…
Un po’ come accade ad un’azione in movimento: per osservarlo occorre che i suoi fotogrammi scorrano uno dopo l’altro nel flusso temporale…
La percezione del movimento dipende dallo scorrere del tempo, come la percezione della profondità dipende dalla quantità sovrapposta degli strati superficiali…
Come tanti fogli di carta velina messi l’uno sopra l’altro creano un corpo di intenso spessore…
La consistenza è data dalla percezione compatta del corpo…
Questo, se vogliamo, è uno dei limiti della rete: i post creano un effetto di superficie al quale manca il movimento della profondità…
Nel libro a stampa questo effetto di superficie è superato dallo sfogliare una pagina dopo l’altra…
Non parlo del “contenuto” della pagina scritta…
Che è un altro discorso…
Ma della densità materiale che dà possibilità di veder scorrere la stratificazione delle superfici…
I post si presentano come tanti “fotogrammi” osservati in ordine sparso…
Viene meno il movimento temporale…
Quindi viene meno la “narrazione” stratigrafica della scrittura…
Ecco, allora, che si crea un effetto di superficialità…
È come se ognuno di questi strati non riuscisse a “dialogare” con lo strato antecedente e con quello successivo…
Viene a mancare il senso della continuità…
Viene a mancare il senso della fluidità…
S’accentua il senso della frammentazione…
Le cose cominciano ad apparire slegate tra loro…
S’accentua il senso di isolamento…
Paradosso della rete, dunque…
Massimo senso della connettività…
Massima percezione del senso relato delle cose…
Risultato: massimo senso della frammentazione e del senso di isolamento…
Rete = tutto è collegato…
Rete = tutto è frammentato…
Rete = tutto è unito…
Rete = tutto è isolato…




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letteratura
7 dicembre 2011
Della saggezza nascosta nella natura sin dalle sue origini remote


A un grande Moscone


Il fuoco, l’acqua, il vento e la terra: i quattro elementi contro i quali gli alberi devono quotidianamente lottare per sopravvivere. Contro la potenza del fuoco non hanno difese; il fuoco è il loro implacabile nemico! Nella loro esperienza secolare, le piante hanno sempre temuto il fuoco; soltanto quando arriva, all’improvviso, una pioggia torrenziale, “provvidenziale”, che possa spegnere l’incendio divampante, esse possano tirare il fiato, se nel frattempo il fuoco non ha completamente lambito le loro radici vitali o le loro fronde.

Per il resto, gli alberi hanno imparato nel tempo a difendersi dai loro nemici naturali. Ho scritto “loro nemici naturali”; in realtà, nei confronti di questi elementi essi hanno un rapporto ambivalente: da un lato sono quelli che possono distruggerli; dall’altro sono anche quelli grazie ai quali possono sopravvivere: come farebbe una pianta a nutrirsi se non ci fosse l’acqua e la terra? O a riprodursi senza la forza del vento che sparge dappertutto il loro polline?
Eppure, io dico che se l’umanità in genere osservasse meglio il corso della natura e lo rispettasse nel profondo della sua genesi e del suo sviluppo, acquisterebbe una saggezza riposta che nessuna lingua umana è in grado di insegnare!

Anzitutto, osserva l’arte della quercia: la sua forza proviene dalla terra. Ha un tronco frondoso e maestoso, le sue radici penetrano nelle estreme profondità del terreno. Da quel terreno, talvolta secco, talvolta arido, sa trarre tutta la sua linfa vitale. La forza e la potenza delle sue profonde radici danno alla quercia un senso di grande stabilità; non c’è forza di vento che possa scuoterla e piegarla; non c’è pioggia che possa percuoterla; e poi, i suoi rami sono generosi, accolgono nidi e ripari per quei piccoli animaletti che vivono smarriti nei suoi maestosi tronchi screpolati; la sua ombra diventa un riparo per tutte quelle piccole piante che temono la forza del sole e dà freschezza al terreno che la circonda. Così deve essere l’uomo: le radici della sua fede e delle sue credenze devono affondare nel terreno, alimentarsi di tutto ciò che la Terra gli offre. Impara dalla quercia a non lasciarti travolgere dalla aridità del terreno, a non disperare per il senso arido delle cose, cerca in esse il loro senso remoto, supera il senso arido delle cose, sii saldo nei principi e nelle fondamenta, resta tetragono nonostante le avversità della vita, e, soprattutto, sii generoso con coloro che vengono a contatto con te. Impara a proiettare le tue ombre o le tue immagini intorno a te e dai ristoro a chi sosta sotto il suo maestoso manto.



In secondo luogo, osserva l’arte del pioppo: un albero che cresce lungo le rive dei fiumiciattoli; ha un tronco poroso, leggero, affusolato, e sa elevarsi verso in alto, fino a toccare a volte la punta del cielo; ha profilo filiforme, ironico, ma sagace. Impara a conoscere la secolare pazienza del pioppo: non teme la burrasca; sa che l’acqua scorre sotto le sue radici; che nulla ristagna; e che è quello scorrere incessante ad alimentare la sua via. Egli sa che l’acqua è il suo nemico ma anche la sua forza, ed è con questa forza che il pioppo è riuscito a convivere: la teme, ma allo stesso tempo la domina. Così devi essere, uomo: leggero, proteso verso alti ideali, paziente, e non timoroso del divenire. Lascia che il tempo scorra sotto le tue radici, non lasciare che i ricordi ristagnino nella tua memoria. Il tempo deve essere la tua forza. Perciò, impara a saper attendere la piena e la siccità, l’abbondanza e la scarsità, a vivere il pieno e il vuoto, la presenza e l’assenza. Impara tutto questo osservando attentamente e con pazienza questo antico maestro.



Infine, molto potrebbe insegnarti la straordinaria saggezza del cipresso, che da tempi immemorabili combatte in silenzio contro la forza dei venti: i suoi rami si assottigliano nella crescita e si uniscono al corpo. Possiede un tronco flessibile, ma robusto; sa andare nel profondo del terreno, ma allo stesso tempo sa proiettarsi verso l’alto. Il cipresso trae il suo alimento dalla forza dei venti, poiché sa che sono essi a farlo crescere in armonia con la natura, senza la quotidiana carezza dei venti la pianta crescerebbe storta e senza direzione. Sono dunque i venti che sanno stimolare nel modo giusto questo albero, ed è dalla loro forza che il cipresso riceve quella giusta misura per crescere in proporzione. Ma il suo corpo sa lottare contro gli eccessi di questa forza, sa come evitare di esserne travolto.
Sii anche tu, uomo, ambivalente come il cipresso quando ricevi la forza degli stimoli, non lasciarti travolgere da questo eccesso, e impara a vivere con questa forza, impara soprattutto quanto gli stimoli siano indispensabili alla tua crescita e armonia, impara a conoscere la grazia con la quale il cipresso sa affrontare la forza dei venti, non lasciare che i tuoi tormenti crescano senza armonia. Assottigliati, dunque, quando la bufera degli stimoli percuota le tue membra, accoglie invece i suoi soffi quando arrivano leggeri sul tuo corpo. Impara a capire che soltanto un tronco robusto e flessibile come quello del cipresso può affrontare gli eccessi del vento.

E così, essere umano, impara a lottare contro i tuoi tre nemici, a convertirli, come insegnano le piante, in forze vitali: combatti il senso arido della vita, il divenire del tempo e l’eccesso di stimoli. Perché anche se tu sai che contro il fuoco della morte non hai armi, se osservi bene le piante, puoi anche tu lottare contro la morte: impara, dunque, cosa vuol dire rinascere, impara infine a vivere nell’eterno. Ecco perché ti dico: lunga vita alla Natura.




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letteratura
30 novembre 2011
Anatomia di una mente morbosa (miniracconto). Il grigio


Guardo sulla parete la copia della stampa di Guttuso, e con la mente inseguo le tracce che le calze lasciano nell’aria.
Un nudo di donna che sin dal primo istante ha acceso la mia mente morbosa.
Il volto nascosto di donna, messa in evidenza nelle sue forme sensuali. Forse un rapido rapporto appena consumato o in attesa di esserlo.
Mi mette addosso un brivido di piacere.
Un voler tutto. Un voler niente.
E di questo lei è consapevole mentre furtivamente si riveste e raccoglie le sue cianfrusaglie sparse per la stanza.
Correre e andar via. Il più in fretta possibile. Come se la vergogna dovesse essere lasciata alle spalle o in quella camera dove ancora permane il fumo di tabacco che a fatica esce tra le fessure delle imposte.
E così la mia mente s’affigge a quelle scarpe i cui tacchi risuonano sul parquet come un’orchestra stonata.
Andar via da quell’atmosfera poetica e malata che la mia mente morbosa vuole ogni volta ricreare.
È difficile capire la mia venerazione per quella stampa di Guttuso, quanta morbosità proietta sui miei sensi.
È difficile e incomprensibile alla avvenente tabaccaia che ogni volta s’affretta ad andar via e che sin dal primo istante eccitò la mia mente quando di colpo la vidi girarsi per prendere in alto sullo scaffale i miei sigari.
Un profilo stagliato, intarsiato, immerso in una luce calda, soffusa, penetrata da un odore forte di tabacco, sensuale in ogni sua piega, petto slanciato e intrappolato in una stretta camicetta.
Fu in quell’istante che l’immagine della stampa di Guttuso e della tabaccaia si fusero come per magia.
Si sa: la morbosità è contagiosa.
Per questo so che tornerà ancora in questa stanza con la stessa frenesia con cui ogni volta tenta di scappar via….




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letteratura
24 novembre 2011
Racconto onirico (Terzo quadro)


«Allora?», chiese mio fratello al mattino, «hai ricevuto altre visite?».
Avevo ripreso le mie forze. La sensazione vissuta la notte precedente mi aveva lasciato nell’animo una leggerezza incantevole. «Sì», dissi, «ma credo che sia stata l’ultima visita». Mi sentivo completamente guarito. Lo stato delirante era finito.
«Allora, questa notte non è successo niente?».
Raccontai l’accaduto. Chissà, qualche linea di febbre permaneva… forse per questo le percezioni extrasensoriali arrivavano attutite.
«Ma tu queste “presenze”… sì, queste presenze che senti non dicono nulla, non ti parlano?».
«No, ma non si rivolgono neanche a me…». «È davvero strano! È proprio strano!».
«Lo so anch’io che è strano. Infatti, nemmeno io riesco a capire se sono uno spettatore o se sono parte attiva. Non so cosa dirti!».
«Ti ricordi del professor Tullio?».
«Quello che si dedica allo studio delle scienze occulte? Sì, ne ho sentito parlare…». «Una volta insegnava filosofia nei licei, ma ho saputo che da quando è andato in pensione dedica tutto il suo tempo allo studio di questi fenomeni. Dicono che è uno studioso serio. Secondo me dovresti parlarne con lui, magari è in grado di dirci qualcosa!».
«Sì, potrebbe essere una buona idea».

Bizzarre rivelazioni…
Il professor Tullio ascoltò il racconto con estremo interesse.
Il suo aspetto mi ricordava un ritratto di Charles Dickens.
Alla fine del racconto, commentò: «Non so come sia successo, ma il suo stato febbrile ha prodotto un ponte tra due realtà lontane nel tempo e nello spazio…».
«Cioè lei crede che non siano soltanto allucinazioni?».
«Veda, se lei in questo momento si trova qui a parlare con me, a meno che non voglia prendermi in giro…», stavo per interromperlo, ma con un gesto della mano mi feci capire che voleva continuare il filo del suo discorso, «ma ritengo che non siate il tipo, cioè intendevo dire che non si tratta di stabilire se le sue percezioni siano state delle allucinazioni o qualcosa di reale. Senza dubbio sono delle percezioni extrasensoriali! Come lei stesso ha detto è entrato in contatto con un’altra realtà. Ora si tratta di capire se lei è venuto da me per avere lumi sul meccanismo di queste percezioni oppure se vuole capire cosa significano questi messaggi».
«Sarei interessato ad entrambi gli aspetti!».
«Vedete, io sono considerato un mezzo pazzo, un mezzo stregone e un mezzo rimbambito. A seconda con chi parlate, generalmente le opinioni che corrono sul mio conto si dividono tra queste due mezze verità. Vi dico questo perché capite che c’è tutto il mio interesse a credere a ciò che m’avete raccontato…».
«Per quale ragione?». Domandò mio fratello.
«È semplice! Da anni e anni m’occupo di scienze occulte. Il mio interesse in realtà è nato da quando frequentavo il liceo. Ho fatto la mia tesi di laurea su Giambattista Della Porta, poi mi sono sempre più occupato di stregoneria, di sciamanesimo, di spiritismo. Mi sorprendono questi fenomeni paranormali, ma me ne sono sempre occupato come studioso. Non crediate che sia il tipo che si mette a fare sedute spiritiche, o a predire il futuro con un pendolino! Eppure per il fatto che leggessi e studiassi questi libri mi sono fatto la fama che voi conoscete. In realtà, a me non è mai capitata un’esperienza come la sua, però storie analoghe ne ho lette tante. Ci sono anche tanti scrittori che hanno trattato temi del genere. Pensate a Fogazzaro, a Henri James, a Edgar Allan Poe, o a Emily Brontë, per citare soltanto qualche nome. In un modo o nell’altro sono presenze che fanno parte della nostra esistenza…».
La stanza, nella quale ci aveva ricevuti, era immersa nella penombra: aveva acceso il lume posto sullo scrittoio rotondo su cui erano poggiati il famoso Picatrix e un altro libro dal titolo Viaggio nella notte di S. Giovanni. La poltrona su cui sedeva il nostro mentore era accostata di lato allo scrittoio, per cui i suoi capelli bianchi brillavano d’una luce azzurrina. «Cosa intende dire, professore, quando parla di un ponte gettato tra due realtà?».
Domandai, interrompendo il flusso dei suoi discorsi.
«Quando noi viviamo all’interno dei fenomeni naturali, i nostri sensi formano una sorta di corazza che serve a preservarci dai pericoli. La coscienza deve continuamente essere vigile per impedire di lasciarsi sorprendere dai rischi che incombono sulla nostra esistenza. Ciò ci rende come impermeabili a tutte quelle realtà che non rientrano nell’ordine delle cose naturali. Esistono però momenti della vita in cui queste difese vengono abbassate. Ora vi risparmio i motivi di questo abbassamento per non annoiarvi, e vi dico soltanto che è in questi momenti che la nostra coscienza diventa permeabile a flussi extranaturali. I sogni, per fare un esempio, s’avverano nel momento in cui il corpo e i sensi sono rilassati. Le immagini oniriche sono così nitide che anche al risveglio, come aveva notato Schopenhauer nel libro su’ La visione degli Spiriti, facciamo fatica a renderci conto che facevano parte di un sogno. Oltre al sogno, esistono altri momenti in cui le nostre difese s’abbassano: lo stato febbrile, che ha vissuto lei, è uno di questo; ma poi ci sono altri che vengono provocati artificialmente, ma di questi, se vi fa piacere, parleremo più tardi…».
«Non riesco ad afferrare il nodo del problema. Voglio dire non credo che uno stato febbrile ci metta in comunicazione con un’altra realtà. Vorrei capire se ciò che mi è finora capitato sia soltanto frutto di mie allucinazioni. In ogni caso», continui impedendo all’altro la possibilità di interrompermi, «in ogni caso, la prima sera che arrivammo in paese, quando vidi quell’ombra di donna dietro i vetri, ancora non avevo febbre. Allora mi domando: quell’ombra era una persona reale o un preludio delle mie allucinazioni?».
«Non è facile capire come avvengono queste cose! Ma è chiaro che lei sta vivendo delle esperienze fuori dall’ordinario. Si è materializzato un ponte. Per un attimo però dobbiamo abbandonare il buon senso!».
Il professore fissò a lungo il lume, come se s’aspettasse da quella luce fioca il segnale capace di squarciare il velo misterioso e di vedere oltre. Notai mio fratello, seduto sull’altra sponda del divano, fissare anch’egli quel lume, e scorsi un fremito di paura sulla sua faccia contratta. Si vedeva ch’era combattuto tra il restare o l’andarsene.
«Io credo che quell’apparizione sia la stessa donna che l’ha baciato la notte scorsa. Non è lei che è entrato in contatto con “loro”», disse calcando bene questo pronome, «ma sono “loro” che sono entrati in contatto con lei!».
«”Loro”? Loro chi?».
«La donna e il suo amante. Credo che l’amante conoscesse le arti magiche e ora sta rivivendo la sua esperienza mediante la sua persona! Sono loro che sono riusciti a creare un ponte!».
«Mi scusi, professore, ma adesso entriamo nel campo delle congetture o delle fantasie. Poniamo il caso per un istante che lei abbia ragione: in primo luogo dobbiamo credere che la magia sia davvero efficace, ma viviamo nel XXI secolo, professore, e queste credenze hanno fatto ormai il loro tempo. In secondo luogo, lei mi sta dicendo che questi misteriosi personaggi mi stanno usando per i loro fini!».
«Naturalmente lei è libero di credere o di non credere, ma la “persona”, se così vogliamo definirla per quieto vivere, che sta comunicando con lei avrà avuto dei poteri straordinari».
«Ma allora», intervenne mio fratello, «potrebbe addirittura trattarsi del demonio!».
«Lo escludo, anzi dai pochi segni in nostro possesso direi ch’era un uomo di chiesa; forse un inquisitore…».
«Un inquisitore?». Ripeté mio fratello
Ma…», dissi, «come avrà fatto costui ad entrare in contatto con me, a creare questa sorta di ponte? Non credo che abbia usato una formula magica!».
«Capisco che la cosa si presta all’ironia. “Lui” in realtà le sta facendo rivivere frammenti della sua esperienza. È come se il suo spirito fosse rimasto prigioniero da qualche parte. E ora ha bisogno di liberarlo. Ora se lui fosse un uomo di chiesa, come si può ipotizzare, l’amore provato sarà stato vissuto come uno stato peccaminoso, e chissà le loro anime saranno rimaste incatenate in qualche luogo. Ora lui sta usando tutta la potenza delle sue arti per potersi sciogliere da questo nodo…».
«Ma se così fosse potrebbe trascinarlo con sé!». Disse mio fratello.
«Non credo che questa sia la sua o la loro intenzione, vogliono tornare al punto in cui possono redimersi ed espiare le loro colpe o porre rimedio a qualcosa…».
«Perché hanno scelto me? Dove sono vissuti costoro? In che epoca, in che luogo?».
«Per avere queste risposte bisogna aspettare. Sul perché hanno scelto proprio lei una risposta potrebbe esserci: lei mi ha detto che si diletta a scrivere racconti, quindi è in grado di dar vita a dei personaggi immaginari. Ebbene, hanno scelto lei perché hanno bisogno di comunicare la loro storia, di farla conoscere al mondo. È una storia seppellita dai secoli, di cui non è rimasta tracce, nessun nome, nessun luogo, nessun documento; loro, fino a questo istante, è come se non fossero mai esistiti, e così la passione che li ha travolti è come se fosse sfumata nel tempo, vanificata; e forse davanti a questa evidenza non s’arrendono, vogliono vivere, vivere e vivere ancora, e in eterno, ma ciò che soprattutto vogliono far vivere è il loro amore, quell’amore che della loro esistenza sarà stato tutto l’emblema e il segno del loro destino; non vogliono rivivere ogni istante della loro trascorsa vita, ma soltanto l’istante della loro passione che li avrà condotti alla morte o all’oblio!».
«Ma ora che la febbre è passata, come faranno a mettersi in contatto con me?».
«Se lei non ha paura, posso fornirle una sostanza…». S’alzò e si diresse verso un mobiletto dal cui cassetto tirò fuori un sacchetto di lino: «È un estratto di Amanita Muscaria, i cui principi agiscono sul sistema nervoso; è una sostanza leggermente tossica, ma se viene usata con cautela non provoca nessun danno e nessuna dipendenza. Provoca soltanto delle visioni. Queste piante venivano un tempo usate dagli sciamani per compiere i loro viaggi tra gli spiriti. All’inizio ne faccia un uso molto prudente, poiché un forte shock può causare addirittura uno stato di coma. È sufficiente masticare un pizzico di queste essenze essiccate per avere degli effetti».

Uscimmo da quella casa scossi e scettici. Avevo in tasca il sacchetto. Forse le voci che circolavano sul conto del vecchio professore non erano del tutto infondate. Pensavo al recente passato e a quanto m’era accaduto, e continuavo a ripetere a me stesso: è se ci fosse qualcosa di vero in questa versione? Non è facile modificare, quando si è ormai maturi, le proprie opinioni intorno a degli argomenti. Io non ho mai creduto né agli spettri né agli spiriti, né mi sono mai fatto persuaso che le anime rimangano incatenate da qualche parte.
Camminavamo l’uno a fianco all’altro, in silenzio, sentivamo soltanto il rumore dei passi e delle suole strusciare e sfregare lungo il sentiero imbrecciato. Il cielo era illuminato dalla luce azzurra della luna. Camminavamo con prudenza per evitare di scivolare sulla breccia. Le ombre come giganti della sera s’allungavano, si stendevano per poi perdersi nel fitto della vegetazione.
Avevo la sensazione che qualcosa mi sfuggisse, come se quel vecchio affabulatore ci avesse nascosto qualche elemento importante. Avevo l’impressione di aver dimenticato di chiedere qualcosa di importante, ma non sapevo cosa.
Ormai mi vedeva del tutto rimesso, per cui la storia poteva anche terminare a quel punto. Non aveva quell’ansia curiosa che spinge a cercare in posti sconosciuti e a scoprire misteri irrisolti. Mio fratello era assai perplesso. Per lui tanto valeva fermarsi lì, e continuare la nostra permanenza al paese in tutta tranquillità e poi ripartire. A me, invece, questa storia cominciava ad assillarmi. Si trattava di andare oltre le Colonne d’Ercole e vedere cosa c’è al di là del mondo fenomenico.

Versi tagliati…

Leggere qualche pagina prima di addormentarmi. Di solito non leggo mai per due sere di seguito lo stesso libro. La lettura serale è un atto rituale. Non è tanto importante il momento in cui mi metto a letto e apro le prime pagine del libro, quando, invece, il momento in cui, prima di coricarmi, devo scegliere le pagine da leggere. In questo rituale a volte mi capita persino di perderci decine e decine di minuti. Quando sono davanti alla mia libreria per scegliere una lettura, prendo tra le mani un libro, lo sfoglio velocemente, poi lo rimetto a posto, e ne prendo un altro. A volte, come dicevo, vado avanti con questa scena fino ad arrivare a scorrere anche dieci o quindici libri, finché, alla fine, stanco di questo continuo sfogliare, arrivo al punto di dire a me stesso ora scelgo il primo libro che mi capita.
Scelgo di solito qualche raccolta di poesia. Addormentarmi leggendo qualche verso mi rasserena l’animo e non mi vincola a proseguire l’identica lettura la sera successiva. È una lettura priva di conseguenze. Finito di leggere un componimento poetico, posso finalmente addormentarmi, e lasciare che gli ultimi versi letti cullino il mio sonno.
Ora che ero completamente guarito, tornavano non solo le forze, ma anche le vecchie abitudini. Quando sono al paese, questo rito è piuttosto dimezzato, perché la scelta è piuttosto limitata. Nelle due serate precedenti, a causa dello stato in cui versavo, avevo saltato di compiere questo rituale bizzarro. Fu al quel punto che mi ricordai che prima di partire avevo acquistato su una bancarella un libro vecchio. Stava nella borsa di viaggio, avvolto in una busta di plastica. Cosicché, quella sera, non faticai molto a scegliere il libro della lettura serale.

Era un libro dal formato tozzo e maneggevole, trascurato nell’aspetto esteriore, anche se riportava sul frontespizio la data MDCXI, non era costato molto, perché si trattava di un tomo quarto di un’opera smembrata. Si trattava di un’opera di Sant’Agostino, scritta in latino,. Aveva una copertina rigida e dura, che conservava tutti i segni dei quattro secoli trascorsi. Il suo colore giallino era ricoperto da una patina di polvere che ne aveva cambiato l’aspetto. Soltanto sul dorso v’era riportata, scritto a mano, il titolo e l’autore:

S. Augustini
Questiones
Pars I
Ti IV

Gli spigoli delle pagine, sopra e sotto, erano leggermente rosicchiati. Sfogliando l’indice, capii che si trattava di commenti alle Sacre Scritture. Il frontespizio m’era piaciuto fin dal momento in cui lo comprai: in mezzo a una cornice arabesca v’era disegnata un’anfora dalla cui boccuccia fuoriusciva dell’acqua che innaffiava dei fiorellini, mentre alle sue spalle una nuvoletta dalle sembianze umane soffiava un venticello. Un motto, “A poco, a poco”, stampato in senso orario, sui bordi interni della cornice, circondava l’anfora.
Mentre mi dilettavo ad esaminare questo disegno, notai che ai fianchi della cornice v’erano delle scritte a mano cancellate con dei ghirigori molto incisi. Riuscivo a malapena a leggere un “Io” e una “F”. Provai a leggerle in controluce, ma il risultato non cambiava. L’inchiostro, che copriva la scritta, era denso e aveva finito con l’assorbirla del tutto. Sulla pagina bianca, a fianco del frontespizio, era riportato, in un corsivo nell’andamento più o meno elegante, ricco di svolazzi, di prolungamenti e di code, una frase in latino, ma la grafia risultava anch’essa indecifrabile.
Cominciai a sfogliarlo per vedere se anche nelle pagine interne vi fossero altre scritte aggiunte a mano. Era un tomo di 954 pagine, ma ad una scorsa veloce non notai nessuna aggiunta. Nelle pagine bianche in fondo al volume sul lato destro c’erano altre cancellature e una parola che si ripeteva disseminata in modo disordinato su tutto il foglio: “Non possum”. Sulla parte bianca della copertina interna si leggevano chiaramente questi versi:

Scioltasi la lacrima si spand[e]
Nel dolce turbinìo dei tuoi […]
E una voce tremula e vibran[te]
sussurra la notte vergine degli aman[ti]

Era una grafia piuttosto angolosa e rigida, dal tratteggio pesante, che a colpo d’occhio denunciava, in certe particolarità, la mancanza di spontaneità. Le ultime lettere di questi versi non si riuscivano a leggere perché sopra vi era incollata una strisciolina di carta su cui si leggeva un nome Sign. Egidio Domenico… Dopodiché la strisciolina era stata tagliata, per cui non si leggeva il cognome. Tutt’e tre le grafie in fondo al tomo erano riconducibili, così mi sembrava, a un’unica mano, mentre quelle trovate sulle pagine del frontespizio, quella grafia delicata ed elegante, mi sembravano scritte da un’altra mano, forse femminile. Riuscire a completare il senso delle altre parole era facile, ma capire quale fosse la parola che combaciasse con “amanti”, non lo era affatto. E purtroppo non mi sembravano versi conosciuti. Forse appartenevano a chi li aveva tracciati sul libro. Provai a leggere il termine scritto dopo “…turbinìo dei tuoi…”, perciò delicatamente con le unghia tentai di strappare quella strisciolina che copriva la parola, ma venivano fuori soltanto pezzetti di carta, e la parola che chiudeva il verso rimaneva celata.
Cominciai allora a congetturare sulla parola che potesse far rima con “amanti”: all’inizio mi venne in mente che fosse “canti” o “incanti”, ma non riuscivo a spiegarmi come la lacrima del poeta potesse sciogliersi “nel dolce turbinio dei tuoi canti o incanti”. Pensai anche di far combaciare il termine “amanti” con “fianchi”, ma il senso mi sembrava fuori luogo. Quel “tuoi” era rivelativo, poiché denotava il fatto che l’autore si rivolgeva nella sua mente a qualcuno. Immaginai, dunque, che il poeta o l’autore di questi versi, rivolgendosi a una donna, sciogliesse le sue lacrime su qualcosa che lo turbasse.
L’ossimoro creato dal “dolce turbinìo”, mi faceva pensare a qualcosa del genere: il turbinìo mi suggeriva un movimento rapido e incalzante, una danza vorticosa, mitigata però da quel “dolce”. Come se l’autore di quei versi avesse voluto esprimere non solo lo smarrimento della sua anima, ma anche il fascino delle sue inquietudini intime.
Il che mi portava a pensare che ci fosse qualche elemento fisico o spirituale della persona, a cui quei versi erano indirizzati, che turbasse l’animo del poeta. Ma per quanti sforzi facessi, nessuna parola mi veniva in mente che potesse dare un senso compiuto al verso. Ritornai allora sul frontespizio: m’era sfuggito il particolare che sotto la data stampata, ce ne era un’altra scritta a mano: “Giugno 1629”. Colto da un’improvvisa folgorazione, accostai le pagine del libro al naso: sentii di nuovo quell’odor di carta ammuffita e di sacrestia della notte precedente, e i battiti del cuore accelerare. Lo so che non c’era nulla di strano che quelle pagine conservassero quell’odore. Credo che tutti i libri, che hanno assorbito gli umori secolari delle stagioni, restano alla fine impregnati di quell’odore. Voglio dire non era quello l’indizio a condurmi sulle tracce di quella esperienza olfattiva vissuta la sera precedente, ma erano quegli esili indizi, esili come fili di seta, quelle parole cancellate, quei versi strozzati, quel ripetere più volte “non possum” a riportarmi a “loro”.

Attraverso una sottilissima filigrana, “loro” mi parlavano, come un tempo “loro” si parlavano. Forse lei lasciava i suoi messaggi scritti suoi sui libri preferiti, lui ne cancellava i segni, e poi preso da un impeto d’amore tracciava altri segni sul fondo del libro. Ipotesi labili, labilissime, costruite su una fragile ragnatela. Immaginavo che la sera del bacio fosse avvenuta mentre lui leggeva questi versi. Più ripensavo a quella scena e più avevo l’impressione che la chiave di tutto fosse racchiusa in quella parola nascosta. Anche se tutto mi sembrava assurdo, in quel momento ero come se non riuscissi a liberarmi da un incantesimo, ero ossessionato dalla curiosità di sapere quale fosse la parola enigmatica.
Non sapevo neanch’io in che modo quella parola, come dice il poeta, potesse darmi la formula che il mondo aprisse, che squarciasse il velo del mistero e che potesse finalmente dare pace al mio assillo. Fu nel corso di questa lotta magnetica e ossessiva ch’ebbi l’impulso a masticare l’Amanita muscaria; ero preso da un’indicibile tentazione di scoprire, di sapere se quel libro che stringevo tra le mani era il ponte che legava il mio destino al destino dei due amanti.
Confesso ch’ero terrorizzato: e se non fossi riuscito a controllare quelle visioni, cosa mi sarebbe accaduto? Quali mondi o universi nuovi avrei attraversato? Sarei riuscito a tornare indietro? Tirai fuori dal cassetto del comodino una strisciolina secca. L’annusai. Il profumo era simile a quello di un tartufo, ma conteneva qualcosa che respingeva. Ne spezzai un poco e cominciai a masticare. I minuti trascorrevano, e ogni secondo sembrava rallentarne il ritmo, non sentivo nessun cambiamento, forse ne avevo preso davvero poca o forse era un’invenzione di quel vecchio stralunato. Però la sensazione che il tempo, come i battiti del cuore, si fosse dilatato era netta; d’un tratto anche le meningi cominciare a pulsare, ed ebbi l’impressione che la testa volesse esplodere.
Il respiro cominciava a farsi affannoso. Smisi a quel punto di masticare. Tutto ciò che mi stava intorno sembrava ampliarsi, come se dentro ci fosse una sostanza che facesse dilatare e deformare le pareti e gli oggetti. Per non perdere il controllo della coscienza, ripetevo continuamente a me stesso chi fossi e dove mi trovassi. Ma sempre più percepivo che i confini tra la mia coscienza e il mondo esterno cominciavano a vacillare, come se tra i due mondi si fosse stabilita una connessione invisibile tale da farli pulsare all’unisono.
Avevo la percezione che la mia anima si stesse trasformando in tante molecole che staccandosi ad una ad una dal corpo cominciassero a vagare liberamente come polline nell’aria.
Non ricordo in quale punto preciso dello spazio, se negli antri della mia testa o in qualche parte del mondo ineffabile, perché tale distinzione non aveva alcun senso, vivevo – ma questo termine non so se rende bene l’idea – un incantesimo. Una voce diceva: «Soffriamo!». Di nuovo lo spazio fu sommerso da un aroma forte di cucina, e da un odore di carta e di cera che bruciava, anche se non vedevo nulla, questa volta percepivo rumori e suoni, canti e grida d’allegria, sebbene arrivassero attutiti come se provenissero oltre una porta chiusa. Un odore di mandorle, miele e zibibbo affluiva in quello spazio, mentre il liuto diffondeva una melodia soave, accompagnato dai cimbali e da un tamburo a membrana.

Lo scricchiolio leggero di una porta fece diventare la musica più forte e gli aromi più intensi.
«Tu?». Risuonò in uno spazio ignoto come colpo secco di tamburo.
Una porta si socchiudeva rumorosamente sui propri cardini e un respiro affannoso avanzava. «Tu», ripeteva la voce tagliente, «tu, non dovresti stare qui». «Hai letto i miei messaggi?». Era una voce femminile, dal timbro melodioso, una voce calda in preda a una emozione. L’altra diceva con tono perentorio: «Sì, ma non possiamo. Di là c’è il tuo consorte, va’ che t’aspetta». «Ho detto che venivo da te per un consiglio spirituale». Il tono di quella voce aveva un’aria maliziosa, di complicità sottintesa.
Una fragranza accattivante riempì lo spazio, un profumo intenso, avvolgente, riuscì a cancellare ogni altro odore. «Non possiamo…». Diceva quella voce tagliente, e ogni volta che ripeteva quel «Non possiamo», sembrava che la lama di quella voce perdesse il suo filo, e diventasse sempre più rotonda. Il profumo della donna risucchiava in una spirale vertiginosa ogni altra sensazione. Un senso di stordimento mi percuoteva le membra e di nuovo un bacio carico di desiderio m’inondò le labbra. «Siamo due peccatori…». Ripeteva la voce dell’uomo, stretta nella morsa ardente del piacere: «… due miserabili peccatori…». La musica proveniente oltre l’uscio s’era per un attimo acquietata, e s’era levata una voce che berciava: «Fiorenza, Fiorenza!». «Va’, va’», diceva l’uomo riprendendo il tono tagliente nella voce, «t’aspetta…».
Il profumo cominciò ad allentare la sua morsa, e pian piano cominciò a svanire. Man mano che il ritmo del cuore riprendeva i suoi battiti, gli oggetti e le pareti della stanza smisero di pulsare...

continua...


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letteratura
16 novembre 2011
Racconto onirico (Secondo quadro)

Edmund Dulac (1882-1953)
Metamorfosi…

La febbre era scesa, ma mi sentivo tutto in subbuglio e in testa avevo un dolore opprimente. Mi trascinai per prepararmi un caffè. Vidi apparire mio fratello sui gradini della cucina. Gli chiesi se avesse sentito rumori o voci. Niente. Aveva dormito come un sasso.
«Vivo stati di allucinazione!». Raccontai dell’incontro con la bambina e la donna, delle voci della notte.
«Saranno stati gli effetti della febbre». Mi disse.
«Forse! Ma le immagini, le voci, i rumori sembravano reali! È come se stessi comunicando con un altro mondo!».
«Cosa vuoi dire?».
«Mi giungono frammenti di un’altra realtà. Ieri sera ho visto un’ombra di donna dietro i vetri. Quella figura cercava qualcuno… forse cercava me».
«Perché ti cercava?».
«Non lo so! Ma tra lei, la bambina, la vecchietta, il procuratore, l’uomo dalla voce tagliente c’è un legame invisibile».
«Vedrai, non appena la febbre cesserà, anche queste alterazioni scompariranno!».
«Mi dispiacerebbe, perché sento di essere in contatto con un’altra realtà, sto comunicando con qualcosa di diverso».
«E se si trattasse di un incubo?».
«Allora mi sveglierei».
«Non capisco».

Sentivo da lontano un suono di fisarmonica. La febbre cominciava a risalire. Entrammo in un antro di cantina. Si sollevarono grida di saluti. Mi trovai seduto di fronte a zio Giovanni. Aveva gli occhi lucidi e brilli. Una comitiva mangiava e beveva. Avevano allestito una lunga tavolata di legno. Tre ragazzi con in mano un bicchiere accompagnavano cantando il musicista.
Ci sedemmo di fronte a zio Giovanni e bevvi un primo bicchiere di vino.
Posai il bicchiere vuoto sul tavolaccio.
«Vuoi che te lo riempio io?». Disse zio Giovanni.
Qualcosa m’aveva disgustato nelle parole, nel tono, nel movimento delle labbra e degli occhi, nel modo di gesticolare.
Lo guardai torvamente e gli dissi con un sorriso di sfida: «Ti piacerebbe? Eh?!».
Lui si girò dalla parte di mio fratello e fece finta di non dare peso alle mie parole.
«Ti curi ancora della Cappella di Santa Maria?». Gli domandò mio fratello.
«Ah! Dovresti vedere come l’ho sistemata bene». Diceva il vecchio: «Ora è sempre ben pulita. C’ho sistemato pure i fiori ». Parlava di quella Cappella con grande orgoglio
«Lo sai», disse mio fratello, «che zio Giovanni da giovane voleva fare il sacrestano?».
«E sì!», sospirò il vecchio, «quando ero ragazzo mi piaceva servire la messa e suonare le campane. Riempiti il bicchiere, questo è un vino ottimo, hai visto come scende giù?».
Ogni volta che faceva riferimento al vino avvertivo lo stesso senso di disgusto.
«Dai, dai che ti verso altro vino!».
Dopo questo ennesimo invito notavo il suo sguardo farsi più cupido.
Poggiai il palmo della mano sull’orlo: «No, berrò più tardi».
«Racconta come t’è nata questa vocazione del sacrestano». Dissi mio fratello.
«Mi piaceva accendere tutte le candele della chiesa…».
Buttò giù un altro sorso di vino e il suo sguardo si fece più trasognato: «… fu durante la guerra… una notte di bombardamenti… la gente scappava… correva… scappava, avevo tanta paura… io ero rimasto chiuso nella sacrestia… ero rimasto chiuso con tre mandate».
«Cosa facevi in sacrestia a quell’ora di notte? Avevi una quindicina d’anni…».
«Ma sei proprio un impiccione! Vuoi un altro bicchiere di vino?». Disse il vecchio schermendosi.
«Allora, zio Giovanni, perché non racconti come mai sei rimasto chiuso nella sacrestia?». Domandai.
«Ma chi si ricorda più. Sono passati tanti di quegli anni!».
«Davvero? Perché ti ricordi delle tre mandate? Chi ti chiuse in sacrestia?».
Il vecchio era spaventato. Aveva capito ch’io avevo capito una verità che non dovevo capire. Lo guardai arcignamente negli occhi. Rimanevo avvolto nel mio cappotto nero. Si versò dell’altro vino con le mani tremanti.
Alzò lo sguardo su di me e mi domandò: «Chi sei veramente?».
Lo fissai, sentivo le sue parole risuonarmi nella testa. Poi sentii la mia voce che diceva: «Non importa chi sia io,importa chi sei tu».
Sbiancò.
Uscimmo. Sentivo tremiti freschi nell’aria e la febbre salire ancora.
Arrivammo sotto la chiesetta, mi chiese: «Perché ti sei comportato in quel modo?».
«Non lo so. So solo che avverto in me una sorta di metamorfosi…».
«Cosa volevi dire con quelle parole che tanto l’hanno spaventato?».
«Ho avuto l’impressione che il vecchio voleva confessarsi, giustificarsi di qualcosa di cui non ha colpa, consegnarmi il segreto della sua vita prima di morire».
«Ma non ti ha confessato nessun segreto!».
«M’ha rivelato tutta la sua esistenza, perché ha capito che io ho capito tutto, il suo passato e il suo presente, il suo vizio che col tempo ha voluto convertire in virtù, facendosi uomo devoto. Mi chiedeva anche l’assoluzione».
«Sono tue fantasie!».
«Può darsi! Ma io mi limito a raccogliere i pezzi che trovo…».

Visioni aromatiche…
Spensi la luce. Sentivo il verso monotono di un uccello notturno. Un presagio di morte. La febbre non era alta, ma non riuscivo lo stesso a prendere sonno. Ero abbastanza lucido e tutto sembrava tranquillo. Il mio organismo stava tornando normale. Niente più visioni, niente più stati di alterazione. Indugiavo in questi pensieri, quando cominciai a sentire nella stanza aromi di cucina Chi poteva a quell’ora di notte cucinare? Gli aromi si facevano più intensi. Odori di arrosto. Carne che bruciava sulla brace!
Altri se ne aggiunsero, sempre più intensi. La stanza inondata di sapori. Ero capitato – bendato e sordo – in mezzo a un banchetto. Ma non percepivo altro, né voci né rumori.
M’abbandonai a quella corrente odorosa, mi lasciai trasportare da quelle nuove sensazioni. Percepii un odore di carta ammuffita e di cera che bruciava, e l’odore d’arrosto si fece più intenso. Qualcuno leggeva soltanto, altri banchettavano o cucinavano.
Non sentivo nessun suono. L’unico senso attivo era l’olfatto. Cominciai a sentire una fragranza seducente, come se il viso di una donna si fosse accostato al mio. Più questa fragranza aumentava di intensità più il cuore batteva. Avvertii le mie labbra inumidirsi come se qualcuno mi avesse dato un bacio. Un bacio voluttuoso. Il mio cuore cominciò a pulsare più forte e avevo la sensazione di essere atterrito, ma allo stesso tempo preso da un’emozione indicibile.
Un bacio furtivo tra due amanti che hanno paura di essere sorpresi, ma che non sanno resistere alla tentazione di avere un contatto carnale. Nella testa si formò questo pensiero, e tutte le sensazioni di cui sino a quel momento avevo goduto in un soffio scomparvero.
La stanza ripiombò nella sua consueta quiete. Di nuovo riprese il canto dell’uccello notturno. E caddi in un sonno profondo e senza tempo…

continua...


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letteratura
10 novembre 2011
Racconto onirico (Primo quadro)

Ombre… Tutto ebbe inizio nel momento in cui mi vedo mentre sistemo le mie cianfrusaglie nell’armadio. Era sera. Il chiarore della luna non riusciva a squarciare l’addensarsi delle nubi. D’improvviso la stanza si oscurò e scorsi un’ombra dietro la finestra che dava su un precipizio. Non riuscivo a capire di cosa si trattasse. L’ombra non si distingueva bene. S’appiattiva contro i vetri opachi. Mi sembrò una faccia.

Rimasi paralizzato da quella figura ignota. L’ombra, nonostante le mie grida, premeva ancora di più la sua faccia contro i vetri. Nel chiarore incerto della sera vedevo due occhi egizi, dal colore indefinito, che mi guardavano con fissità, e le palme delle mani appoggiate al vetro. S’alzò una brezza. I capelli dell’ombra svolazzarono in ogni direzione. Vinto lo spavento, afferrai un pezzo di legno vicino al vecchio caminetto e mi precipitai fuori. Ma non c’era nessuno e non poteva esserci nessuno. Restai per un pezzo a fissare quel precipizio. Chi era quella donna, se di donna si trattava, che all’improvviso era apparsa dietro la finestra? E come aveva fatto a comparire dal nulla?

Per riprendermi da quello shock, feci due passi per il paese. Cominciai ad avvertire un senso di spossatezza. Scosso da quell’emozione cominciai a sentire le ossa indolenzite. Sentivo la febbre salire, e la percezione della realtà che si modificava, che si frammentava in tante minuscole particelle: i miei sensi si disgregavano, e ognuno cominciava a percepire i fenomeni in modo scoordinato. Osservavo gli ultimi riflessi primaverili e le loro ombre fioche proiettarsi sui tetti, ma era come se fossi capitato nel bel mezzo di un film muto…

Quiete…

Le case e le viuzze erano avvolte da una quiete rallentata. Ascoltavo l’eco dei miei passi risuonare nel vuoto. Giunsi nei pressi della chiesetta, e nello spiazzetto, fui rallegrato dalla vocina di una bimba che saltellava e cantava una filastrocca:

Povera Marina,
povera piccina,
sempre stanca,
sempre affranta…

Erano versi che io stesso avevo scritto, ma tanti, tanti anni fa. Come faceva quella bimbetta a conoscere questo ritornello? Mi avvicinai e, inchinatomi, domandai chi le avesse insegnato quella canzoncina. Lei, timidamente e con occhi smarriti, mi indicò col ditino una persona che stava alla mie spalle, e della cui presenza non mi ero affatto accorto sino a quel momento: «Mi dica, signore…».

Era una donna sulla settantina, aveva un viso bellissimo, luminoso, due occhi chiari e persi nel vuoto, guance scavate da rughe profonde che le davano un aspetto sacerdotale. Cinse la bimba con le sue mani.

«Ero curioso di sapere da chi ha sentito la filastrocca che cantava». «È una filastrocca antica, che anch’io ho imparato quando ero piccina…». Ero turbato, pensai che, forse, anch’io l’avevo sentita in un tempo remoto, e poi creduto d’averla scritta io. Sentivo la febbre salire! Sentivo assordanti rintocchi di campane martellarmi le tempie. Nel mio delirio, ogni rintocco sembrava un secolo trascorso.

La vista cominciò ad appannarsi. La donna e la bambina diventavano sempre più opache. Socchiusi gli occhi, e le due figure erano scomparse nel nulla. Cosa mi stava capitando? Mi toccai la fronte, era calda. Sarà la febbre. È la febbre, continuavo a ripetermi. La febbre cominciava ad alterare la mia percezione della realtà, e faceva apparire e scomparire le cose! Quando le campane smisero di suonare, nella testa avvertii un senso di vuoto. Non capivo cosa mi stava succedendo. Era il mio delirio a dare forma a quelle percezioni? Ebbi la sensazione di vivere in un mondo senza vita. Anche il cielo taceva, tutto taceva, non sentivo niente, soltanto il rumore pesante dei miei passi urtare contro l’asfalto…

Si dice che quando i sensi si chiudono, s’apre il senso dell’anima… forse era ciò che mi stava capitando…

Voci…

Sentivo brividi di freddo per tutte le membra e la sensazione di assistere alla disgregazione del corpo. Misi due tre quattro coperte, ma niente riusciva a scaldarmi. Un sudore cominciava a inondarmi. Avevo chiuso tutte le imposte. Sopra la mia testa sentivo i passi di mio fratello, e quei passi nella mente si trasformavano in tante bollicine.

Facevo fatica ad addormentarmi. Mi giravo e rigiravo sotto il peso delle coperte senza riuscire a trovare quella posizione giusta che potesse propiziare il sonno. Non saprei dire quanto tempo fosse trascorso e non avevo né la forza né la voglia di accendere il lume per guardare l’orologio. Ogni tanto brividi di freddo si intensificavano. Battevo i denti.

Dopo ogni minuto trascorso, avvertivo accrescere un senso di stordimento e un ronzio nella testa.

Le immagini assumevano forme bizzarre, grottesche, surreali; si stendevano, s’allungavano, mutavano, si dilatavano; l’una entrava nell’altra; un particolare, un dettaglio, una tessera scompariva sotto forma di un palloncino che si sgonfiava e un altra se ne presentava, e non riuscivo a trattenerne nessuna in particolare. Una sarabanda! Sentivo la cantilena della bimba e il sorriso della donna, il rintocco delle campane, il cigolio di una porta che si apriva, l’abbaiare, scale ondeggianti, rumori di passi, catene cigolanti, un secchio d’acqua che si rovesciava, una pioggia scrosciante che sbatteva contro i vetri…

Quando la stanchezza e la spossatezza presero il sopravvento, quando stavo lentamente scivolando in un sonno leggero e la mente cominciava a veleggiare su acque tranquille e calme, mi destò di colpo una voce: «Soffriamo!».

Sobbalzai! Avevo “visto” distintamente quella parola. Visto, non sentito. Era statuaria, tanto che avrei potuto quasi toccarla. Era una voce icastica, ne avevo addirittura avvertito la corporeità, e la avevo visto al buio! Non si trattava di qualche luce bianca o di qualche spettro personificato. Nulla di tutto ciò! Avevo soltanto “visto” quella voce provenire fuori dalla mia mente, circoscritta in uno spazio fisico.

Nello stato in cui mi trovavo, attribuii al mio essere semicosciente quella percezione generata dal mio stato febbricitante. Quell’esperienza inedita e sconosciuta, quella frammentazione della realtà, m’aveva sorpreso. La mente mescolava questi pensieri in modo confuso e io facevo di nuovo fatica a darle un po’ di tregua, cercando inutilmente di dormire.

Poi un’altra voce: «È stato un viaggio allucinante!».

Questa volta l’avevo sentita, ma non riuscivo a distinguere se provenisse da fuori o se l’avessi sentita dentro la stanza. Aveva perso l’icasticità, ma m’era sembrata reale. Mentre della prima non ero neanche riuscito a capire se si trattasse di una voce di uomo o di donna, di un adulto o di un vecchio, quest’ultima m’apparve chiaramente una voce di un uomo non tanto giovane. Rimasi in attesa. Ma non sentivo nulla, solo il silenzio della notte! Doveva essere proprio notte fonda, e in quel punto sospeso del mondo non sentivo neanche un lamento di cane o di gatto! I brividi di freddo erano cessati, le immagini avevano ripreso la loro sarabanda, e così nella quiete notturna finii di nuovo per addormentarmi, ma soltanto per qualche istante, quando fui svegliato da un fragoroso rumore di zoccoli di cavalli che percorrevano un selciato di pietre. Cavalli che trainavano una carrozza. Nel luogo dove a malapena poteva passare un ciuco!

Mi spaventai. Questa volta a prender consistenza e spessore, ad assumere i contorni inquieti della realtà erano i fantasmi della mia mente delirante. Era la mia mente allucinata, pensai, che mi fa sentire queste voci e questi rumori!

«Avete fatto un buon viaggio, Padre Procuratore?».

«È stato un viaggio allucinante».

Aprii gli occhi. Non vedevo nessuna scena, né ombre, né fantasmi, soltanto voci e rumori; avevo sentito di nuovo la stessa voce dell’uomo non più giovane.

«Le colpe saranno riparate!». Era una terza voce, così tagliente da farmi rabbrividire. Eppure m’era sembrata una voce familiare. Sentii uno schiocco secco di frusta e un voce incitare: «Ah! Ah! Ah!».. che si perdeva nel nulla.

Avevo la gola secca e ripresi a tremare sotto le coperte, ma non avevo le forze per alzarmi. Riuscii con fatica ad accendere il lume sul comodino. Sentivo un vortice nella testa. Presi il termometro e mi rifilai sotto le coperte. Avevo quaranta di febbre! Le voci, i rumori erano scomparsi, ed era tornata quella quiete notturna, poi, come se avessi voluto rievocarli, gridai nel mio delirio: «Le colpe di chi?». La voce che sentii risuonare nella stanza era simile a quella tagliente!

Venni infine risucchiato in un vortice di immagini confuse…

continua...


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letteratura
8 novembre 2011
Nescio, che facio alor? er poeta de seconda mano
 

…è inutile che rifaccio il verso a D’Annunzio Pascoli Carducci,
dejà vu dejà entendu…
gli autunni e le stagioni sono sempre uguali
non cambiano colori se li canto in versi sciolti o in rime sparse..
né sprigionano profumi nuovi…
settembre andiamo è tempo di migrare
l’autunno è giallo
l’inverno è bianco
lenta la neve fiocca, fiocca,
sempre fiocca la neve pe ‘l cinerëo,
dejà vu dejà entendu…
e non credere che la mia emozione
siccome è “mia” allora è nuova,
io sol l’ho vissuta
e or mi delizio a teco raccontarla,
e te la rimando con questi accenti riflessi e circonflessi,
te specchiati e dimmi se non pruovi
l’identica mia emozione!
Mescolati alla mia lacrima,
al mio tormento,
al mio lamento,
al mio amor struggente,
alla mia sete crudele,
alla mia fame vorace,
aliena la tua mente…

***********

Ma io non sento niente,
o meglio: dejà vu dejà entendu!
nescio, che facio alor?
er poeta de seconda mano…




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Amo la poesia di Dante per la sua compostezza. Amo la poesia di Catullo per le sue laceranti passioni. Amo la poesia di Leopardi per la sua concezione della vita aderente ai suoi versi. Amo la poesia di Majiakoski per i suoi versi fragili e irruenti. Amo la poesia di Esenin per il respiro della sua terra. Amo la poesia di Gozzano per la sua ironica malinconia. Amo la poesia di Montale per la sua sapienza. Amo tutti i poeti che hanno dato un gusto nuovo alla vita.Non amo Carducci per la sua vanità. Non amo D'Annunzio per la sua falsità. Amo Pascoli, ma solo a metà. 

 

Chi volesse leggere in versione integrale

I colori della vita e altre storie
Il prodigio. Racconto onirico
Rocciacavata
.
può cliccare
http://www.centoautori.it/Opera.aspx?Page=autore
 

Il vero mistero del mondo è il visibile, non l’invisibile.
Oscar Wilde

E' bello doppo il morire vivere anchora...

Il racconto Latebre di desiderio è pubblicato in Vino veritas

Il racconto La casa diroccata è pubblicato in "Era una crepa nel muro. Il giallo"

Il racconto Notte di cielo stellato è pubblicato in

 

Il racconto "L'abulico" è pubblicato in "L'ACCIDIA" 

Cop_L'accidia ANTEPRIMA.jpg

 Il racconto "Sulla punta di un grammofono" è pubblicato in "L'INVIDIA"

 Cop_L'invidia ANTEPRIMA.jpg

 Uno stralcio del "Prodigio" col titolo "Il prestito" è pubblicato in "L'AVARIZIA"

Cop_L'avarizia ANTEPRIMA.jpg

La poesia "Scivolo nel sonno..." è pubblicata in "LA NOTTE"

Cop_La notte ANTEPRIMA.jpg

 La poesia "A te che Venere non sei, ma le somigli" è pubblicata in "BELLEZZA"

Cop_Bellezza ANTEPRIMA.jpg

La poesia "Il fissato" è pubblicata in "DANZANDO NEL SAPORE DELL'UVA"

 Cop_Eros ANTEPRIMA.jpg

La poesia "Il Funambolo" è pubblicata in "SCANTINATI PER MEDUSE E FIORI DI CRISTALLO"

Cop_Scantinati per meduse e fiori di cristallo ANTEPRIMA.jpg

La Poesia "Fritto misto" è pubblicata in "LA GOLA E I VIZI CAPITALI"

Cop_La Gola ANTEPRIMA.jpg

La poesia "Nostalgie" è pubblicata in "MALINCONIA. I GRANDI TEMI DELLA POESIA"

Cop_Malinconia ANTEPRIMA.jpg

La poesia "Corpo teso" è pubblicata nell'antologia QUANDO LA PELLE NON CI SEPARAVA

 Cop_Quando la pelle non ci separava ANTEPRIMA.jpg

La poesia "Aurora - Attenti al titolo" è pubblicata nell'antologia LA VITA CHE TI DIEDI

   Tecnica mista su tavola 40x40

 SOLIDARIETA' ORGANICA

  

IL MODO CORRETTO DI MORIRE

 

NON TI SCORDAR MAI DI ME

 

OFELIA

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ASPETTANDO UN NOME

OTIUM FELIX

FOTO D'EPOCA

 

Ognuno di noi ha dei romanzi/racconti che sono degli amici cari con i quali ogni volta che stiamo insieme abbiamo sempre mille cose da dirci e da raccontarci  e con i quali  mai ci stanchiamo di parlare. Si sa, i veri amici non sono poi così tanti. Ecco i miei cinque più cari amici:

La morte di Ivan Il'ic, Lev Tolstoi

Senilità, Italo Svevo

Doktor Faustus, Thomas Mann

Il rosso e il nero, Stendhal

La letttera rubata, Edgar Allan Poe

 

Questo blog si presenta sotto forma di appunti personali, e come tale non segue un vero filo logico nel corso del tempo. Il presente blog non costituisce testata giornalistica, non ha carattere periodico ed è aggiornato secondo la disponibilità e la reperibilita’ dei materiali ivi contenuti. Pertanto, non può essere considerato in alcun modo un prodotto editoriale ai sensi della Legge n° 62 del 7.03.2001.